Tullia Romagnoli Carettoni nell’Italia Repubblicana. Una biografia politica

Se Carla Nespolo, antifascista, docente, parlamentare e presidente Anpi, sosteneva che nel Novecento le donne italiane e la nostra democrazia hanno percorso lo stesso cammino e che un arretramento nel campo dei diritti delle donne avrebbe lo stesso effetto sul nostro sistema democratico, Paola Stelliferi, nel volume edito da Viella, per la colonna dell’Unione femminile nazionale e dedicato a Tullia Romagnoli Carettoni, partigiana, insegnante, militante socialista e dell’Udi, senatrice ed esponente di vari organismi internazionali, lo evidenzia: l’esperienza politica di questa donna viene, infatti, presentata «come una risposta al desiderio di colmare i debiti che la neonata democrazia italiana aveva contratto con le sue cittadine». Credo che la chiave di lettura del volume sia proprio questa, insieme alla radicata convinzione di Romagnoli Carettoni che la modernizzazione sostanziale dell’Italia, che la portò a impegnarsi per il riconoscimento dei diritti civili, non si sarebbe mai raggiunta se la politica avesse continuato a considerarsi estranea ai rapporti di potere presenti nella sfera privata. 
Diritti civili, donne e democrazia sono le tre D che ci guidano in questa biografia che, come sostiene l’autrice, è un genere che permette di scardinare stereotipi e rompere l’omogeneità e l’omologazione a una categoria femminile, permettendo di osservare le trasformazioni di una soggettività femminile nel suo rapporto con la politica. 
Il volume è suddiviso in sei capitoli aperti da un’introduzione e chiusi da un epilogo. Nell’introduzione Stelliferi affronta questioni di tipo metodologico relative al genere utilizzato, la biografia politica, e propone interessanti considerazioni in merito alle fonti consultate e contenute nell’archivio privato di Romagnoli Carettoni; esse presentano alcune peculiari caratteristiche, tra le quali spicca la mancanza di scritti privati e di fonti “corali” (epistolari, verbali di riunioni, ecc.) e l’assoluta predominanza di documenti politici; quest’organizzazione delle proprie memorie porta l’autrice del volume a trarre interessanti conclusioni sul modo di essere di Romagnoli Carettoni, cioè una donna molto riservata e attenta custode del proprio privato, ma anche “battitrice libera” dal punto vista politico. 

La biografia si concentra sull’attività politica di Romagnoli Carettoni nel periodo compreso tra gli anni ’50 e i ’70; nel primo capitolo, però, Stelliferi dedica alcuni paragrafi alla narrazione dei momenti salienti dell’infanzia e della giovinezza della protagonista, ricostruendo l’ambiente borghese e culturalmente prestigioso in cui la donna nasce e cresce: la madre, Eugenia Monziani, di lontane origini austriache, e il padre Ettore, esimio grecista e raffinato traduttore dal latino e dal greco, che avrà una brillante carriera diventando uno dei primi accademici d’Italia, per poi concludere la propria attività come professore di filologia greco-latina alla Sapienza e direttore dell’Istituto di filologia classica di Roma. Sono molteplici i trasferimenti e i travagli di Tullia: nata a Verona a fine dicembre del 1918 a seguito di un parto prematuro, perde pochi giorni dopo la madre, che aveva contratto l’influenza spagnola, e resta con il padre, che si risposa tre anni dopo, a Milano dove frequenta il liceo Manzoni e stringe amicizia con due ragazze ebree, Giuliana Foà e Tullia Zevi.
Lo spostamento a Roma per il nuovo incarico del padre rappresenta per Tullia anche il momento della scelta della facoltà: vorrebbe fare Medicina, ma alla fine si iscrive a Lettere e filosofia, essendo un percorso più convenzionale per le donne degli anni ’30. Gli anni universitari sono scanditi dalla ricerca di uno spazio pubblico che Romagnoli Carettoni trova nei Guf e scrivendo alcuni articoli per Civiltà fascista e Roma fascista. Nel suo percorso di formazione il 1938 rappresenta una tappa fondamentale, anche se dolorosa, scandita dalla perdita del padre e dalle leggi razziali che colpiscono le amiche ebree di Milano. La Dichiarazione della razza avvicina la donna all’antifascismo universitario, rappresenta per lei l’inizio di una presa di coscienza civile e politica che la allontana dai Guf.
Di grande interesse, a mio giudizio, è un elemento che Stelliferi mette in luce riportando alcune dichiarazioni rilasciate da Romagnoli Carettoni e cioè il percorso che dovette affrontare la sua generazione, in particolare coloro che non provenivano da una famiglia antifascista, per superare il fascismo e che riassume così: «Ora lei pensi per una persona cresciuta in questo modo, appartenente a un ceto sociale, di famiglia privilegiata, cosa abbia significato a un tratto desiderare la sconfitta del proprio paese. Fu una cosa molto, molto difficile. Io ebbi una forte crisi spirituale». 

In questo complesso e tormentato momento, Tullia incontra Gianfilippo Carettoni, archeologo e assistente alla cattedra di Tipografia antica, proveniente da una famiglia antifascista. Quando scoppia la Seconda guerra mondiale, i due si sposano: lei ha 22 anni e si è appena laureata in archeologia. La coppia si trasferisce a Napoli dove lui viene assunto alla Soprintendenza alle Antichità della Campania; nel 1941 nasce il loro primo figlio, che chiamano Ettore in onore del padre di Tullia. A partire dal 1942 Romagnoli Carettoni si avvicina a esponenti di Giustizia e libertà e partecipa alle prime riunioni clandestine che la portano a prendere parte attiva nella lotta di Liberazione, ottenendo poi la qualifica di partigiana combattente con la funzione di gregaria, svolgendo attività clandestine in Piemonte e nel Lazio. 
Oltre a essere una “palestra politica”, la Resistenza rappresenta per Tullia, come per molte italiane, un’esperienza inedita che la porta a trasgredire i ruoli di genere e a conquistare quello spazio pubblico che le era stato negato, illudendosi, come evidenzia in tutto il volume l’autrice, di aver raggiunto la parità, ma sarà solo un miraggio.

Nell’immediato e nel privato, la partecipazione alla lotta di Liberazione porta Romagnoli Carettoni al rifiuto dei soli ruoli di moglie e madre e all’affermazione in campo lavorativo innanzitutto come docente, conseguendo ben dieci abilitazioni tra cui quella in storia dell’arte, che le permette di essere tra le prime donne a insegnare nei licei, per la precisione nel prestigioso Liceo Tasso di Roma, dopo l’esclusione stabilita dal Regime fascista nel 1926, una disciplina la cui cattedra di ruolo era stata da poco istituita. Non solo la docenza occupa la sua vita, anche la politica con l’adesione al Partito d’Azione e la militanza nell’Udi, dove matura la convinzione di quanto fosse assolutamente necessario organizzare presto in Italia un unico e solido movimento laico delle donne in grado di contrapporsi all’associazionismo cattolico e confessionale.
Questa consapevolezza viene raggiunta grazie alla partecipazione al Congresso internazionale delle donne, tenutosi a Parigi alla fine di novembre 1945, quando si rende conto che la condizione di inferiorità femminile è mondiale, ma, nel caso italiano, è aggravata dalla mancanza di movimenti femminili di massa: ecco spiegato il suo impegno all’interno dell’Unione donne italiane dalla fondazione e fino al 1979. 

La disuguaglianza di genere connota per Romagnoli Carettoni anche la struttura dei partiti tanto da relegare le donne a occuparsi perlopiù di attività assistenziali e questo inciderà, come messo in luce costantemente da Stelliferi, sulle scelte politiche della futura senatrice che, dopo la fine dell’esperienza del Pd’A, confluirà nel partito socialista, candidandosi con il Fronte democratico popolare nelle elezioni politiche del 1948 senza però ottenere il seggio. I primi anni ’50 sono caratterizzati dall’impegno come responsabile della segreteria del Sindacato scuola media per l’adeguamento e la razionalizzazione dei programmi scolastici con l’obiettivo di costruire una “scuola per tutti” attraverso il superamento dell’elitarismo e il classismo della riforma Gentile. I capitoli centrali della ricerca di Stelliferi ripercorrono in modo dettagliato e minuzioso la carriera politica di Romagnoli Carettoni, riuscendo sempre a presentare l’impegno all’interno dello istituzioni democratiche e le battaglie per l’emancipazione femminile in modo integrato ed omogeneo come parti di un’azione unica e coerente di quella che viene definita come “seconda generazione” di italiane impegnate politicamente che, rispetto alle Madri della Repubblica, mostrano una maggiore sensibilità alla modernizzazione del costume e all’internazionalismo finalizzato alla sensibilizzazione sulla pace e sul disarmo, temi che saranno per lei centrali in tutto il suo percorso.  

Dopo il congresso socialista del 1959, Tullia Romagnoli Carettoni diventa l’unica donna presente nella Direzione del partito, a cui affianca la partecipazione alla sezione scuola e al coordinamento della Commissione femminile. Tutti questi incarichi portano la donna a maturare la scelta di lasciare l’insegnamento e dedicarsi totalmente alla politica: nel maggio 1963 ottiene la carica di senatrice della Repubblica. Stelliferi ci descrive la febbrile attività politica, seguita alla nomina, nel campo dei diritti civili, con la presentazione in prima persona di una proposta di legge per l’eliminazione del reato di adulterio e il sostegno ad altre due proposte relative alla potestà parentale e all’eliminazione della distinzione tra figli legittimi e illegittimi, tutte respinte. Altro ambito d’azione della senatrice è la Commissione Istruzione e Belle Arti del Senato all’interno della quale si impegna nella programmazione e nel finanziamento della scuola pubblica, opponendosi fermamente al finanziamento della scuola privata. Infine, con la legge 310/1964 e l’istituzione di una Commissione d’indagine per la salvaguardia e valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio, meglio nota come Commissione Franceschi, la senatrice entra a farne parte, sfruttando sia le proprie competenze di docente di storia dell’arte, sia la precedente esperienza nella Commissione guidata da Rodolfo Siviero per il recupero delle opere trafugate durante la Seconda guerra mondiale. Nonostante la Commissione Franceschi non riesca a definire e mettere in pratica linee d’intervento significative, tra i documenti prodotti, consultati da Stelliferi, emerge un aspetto molto interessante, cioè che fu proprio la senatrice a insistere per l’utilizzo dell’espressione “bene culturale” per indicare quella che per lei era una testimonianza materiale avente valore di civiltà.  

La seconda metà degli anni ’60 è caratterizzata da una nuova sfida politica: l’abbandono del partito socialista e l’adesione al progetto Parri di mobilitare quante più forze di sinistra possibili e costituire un gruppo indipendente dai comunisti e dai socialisti per coloro i e le quali non si riconoscono più nelle linee politiche intraprese da questi due gruppi. Tullia Romagnoli Carettoni viene nominata Segretaria di questo gruppo, denominato Sinistra indipendente, e compie scelte che le permettono di mettere in pratica una convinzione alla quale da tempo era giunta, ovvero che l’unico modo per raggiungere l’emancipazione politica femminile fosse quello di uscire dalla gabbia dei ruoli riservati alle donne e assumere incarichi politici di solito affidati a uomini. Ecco dunque che entra a far parte della Commissione permanente Affari Esteri insieme a Carlo Levi; poi, a partire dai primi anni ’70, diventa rappresentate italiana al Parlamento europeo, entrando nella Giunta per gli Affari delle Comunità europee, e ottiene l’incarico di vicepresidente del Senato, la carica più importante ricoperta fino a quel momento da una donna. 

Gli anni ‘70 si connotano per un allargamento degli orizzonti d’intervento di Tullia Romagnoli Carettoni che si dedica alla lotta per il riconoscimento dei diritti umani nelle “zone calde” del mondo come la Grecia dei colonnelli, il Vietnam sconvolto dalla guerra e i paesi dell’America Latina in cui si stava assistendo a una brutale campagna repressiva; questo impegno a favore dei diritti civili la rende protagonista di quello che Stelliferi definisce “pellegrinaggio politico”, un altro dei tratti caratteristici di tutta l’attività della senatrice.
 
Da segnalare, nel quarto capitolo del volume, è il focus proposto dall’autrice sull’opposizione di Romagnoli Carettoni al neocolonialismo e a vecchi e nuovi regimi autoritari, che viene inquadrato come un rinnovato antifascismo che guarda con attenzione e preoccupazione quanto accade a livello internazionale ed europeo, temendo una reazione a catena. Le parole d’ordine del doppio mandato, italiano ed europeo, di Romagnoli Carettoni sono, infatti, democrazia, disarmo e cooperazione internazionale. 
Particolare rilievo viene dato dal volume al 1975 con l’istituzione dell’Anno delle Donne che porta la senatrice a partecipare a moltissimi eventi di carattere nazionale e internazionale e a imprimere una svolta nella propria azione politica. Come si è detto, il tema dell’emancipazione femminile è affrontato in maniera trasversale in tutto il volume, ma è soprattutto negli ultimi due capitoli che viene trattato in relazione all’impegno della senatrice a favore di quelle che sono state definite le “leggi delle donne”.
È soprattutto in questi due capitoli, infatti, che emerge uno dei principali pregi della ricerca di Stelliferi: riuscire a presentare la biografia di Romagnoli Carettoni, ma, contemporaneamente, delineare in modo preciso e dettagliato il contesto politico-sociale italiano, facendo emergere in tutta la sua drammaticità il contrasto tra istituzioni, codici e leggi italiane e la realtà sociale e culturale del Paese, nonché la difficoltà del Parlamento di superare un anacronismo legislativo che ingabbiava l’Italia, impedendole di modernizzarsi.

Tullia Romagnoli Carettoni è in prima linea per superare questa situazione, promuove, inizialmente, la legge sul divorzio e si schiera, poi, con il NO all’abrogazione, non senza però tentare di scongiurare il referendum attraverso una mediazione con i cattolici, facendo leva sul pluralismo. Si impegna a favore dell’approvazione del nuovo diritto di famiglia, in particolare contro alcuni obblighi da lei considerati anacronistici come la fedeltà coniugale, il cognome del marito anteposto a quello della moglie e si batte per la conservazione della cittadinanza da parte di quelle donne italiane che sposavano un cittadino di un altro paese. 
Di grande interesse è la prospettiva offerta da Stelliferi su quanto accade dopo l’approvazione del nuovo diritto di famiglia e gli effetti del divorzio sulle donne italiane, molte delle quali prive di indipendenza economica: Tullia Romagnoli Carettoni anche in questo caso non manca di preoccuparsene, cominciando a lavorare a un disegno di legge volto a tutelare la/il coniuge privo di assistenza e di pensione (“legge per le divorziate”, legge n. 256/1976, approvata nel 1978). Stelliferi presenta la senatrice sempre come fortemente determinata nelle sue battaglie, ma anche amareggiata per i tempi sempre troppo lunghi della politica italiana.

Sull’aborto, Tullia Romagnoli Carettoni aveva già scritto un volume insieme a Simone Gatto nel 1973, riflettendo su problemi e leggi e pronunciandosi naturalmente a favore della sua depenalizzazione, che avrebbe però dovuto procedere di pari passo con la liberalizzazione degli anticoncezionali e un’accurata e attenta educazione a una sessualità consapevole attraverso la cancellazione di articoli anacronistici del Codice penale, che punivano le pratiche contro la procreazione e la procurata impotenza alla procreazione. Non solo, per lei era necessario anche potenziare i servizi offerti dai consultori e provvedere a opportuni finanziamenti statali. 
L’autrice del volume sottolinea poi come la visione della senatrice fosse connotata da un’impronta laico-socialista, non prettamente femminista: Tullia Romagnoli Carettoni non condivideva l’idea per cui la liberazione delle donne fosse strettamente connessa alla liberazione della sessualità, alla fine del controllo patriarcale sui corpi e all’affermazione di una sessualità svincolata dalla finalità riproduttiva, per lei era un errore considerare la libertà sessuale come libertà tout court. La ricerca di Stelliferi ripercorre tutte le fasi che portano all’approvazione della 194, evidenziando i nodi più problematici che infiammano il Parlamento italiano, evidenziando sempre il contributo di Romagnoli Carettoni che negli anni seguenti avrebbe comunque continuato a vigilare sull’applicazione della 194 e a promuovere il ruolo dei consultori.  

Il sesto capitolo offre spunti molto interessanti in merito al rapporto libertà femminile e Resistenza, raccontando come Tullia Romagnoli Carettoni, a trent’anni dalla fine dell’esperienza nella lotta di Liberazione, dimostri di aver compreso che il nodo mai sciolto riguardava l’uguaglianza di genere. Questa convinzione la porta a presentare, in occasione dell’8 marzo 1976, una proposta di legge imperniata sulla tutela dell’uguaglianza tra i sessi e sull’istituzione di una Commissione parlamentare di indagine sulla condizione femminile in Italia. Gli obiettivi della sua proposta sono molteplici: l’eliminazione dal sistema giuridico di norme discriminatorie; un sistema scolastico più moderno che non distingua tra percorsi maschili e femminili, sia tra le e gli studenti, ma anche e soprattutto tra le e gli insegnanti (Romagnoli Carettoni si era battuta negli anni precedenti per l’ingresso di maestri nelle scuole materne dell’infanzia) e la garanzia del diritto al lavoro per tutte le donne, eliminando la contrapposizione antagonistica tra maternità e autonomia economica. Il disegno di legge viene riproposto più volte, mantenendo intatto l’incipit con l’abrogazione di due simboli della costruzione patriarcale del rapporto tra generi: il matrimonio riparatore e il delitto d’onore. Stelliferi ripercorre tutto il travagliato iter parlamentare della legge che prevede una serie di norme innovative e tocca vari ambiti: la giustizia, con la proposta di un corpo giudicante dei reati a sfondo sessuale che preveda almeno la metà di magistrati di sesso femminile; il sistema pensionistico, con l’introduzione del diritto di reversibilità dalla moglie al vedovo; il congedo parentale, con il riconoscimento al padre di astenersi dal lavoro per la malattia del figlio; la scuola, con il superamento del gap femminile relativo ai percorsi tecnico-scientifici, e molto altro ancora. A guidare Romagnoli Carettoni c’è il desiderio di garantire e incentivare le norme per la tutela dell’uguaglianza tra generi, uscendo sia dalla logica della parità intesa come protezione che da quella intesa come omologazione o ancora peggio emulazione dei modelli maschili. 
Ad affossare la legge, anche nella parte relativa all’istituzione di una Commissione d’indagine, contribuiscono vari fattori, fra cui proposte affini, ma imperniate su un’unica piattaforma rivendicativa, per esempio il lavoro; la complessità degli argomenti condensati nella legge, vista come eccessivamente frammentaria tanto da portare la Commissione giustizia a esprimersi con parere sostanzialmente negativo. Alla fine, verranno stralciati i primi due articoli, quelli sul matrimonio riparatore e quello sul codice d’onore, e inseriti in un’altra proposta legislativa, approvata nella primavera del 1981, snaturando però il disegno originario, ma accendendo i riflettori su temi, come la violenza sessuale, ad esempio, che saranno oggetto del dibattito parlamentare da allora e fino alla legge 66/1996. 

Nell’epilogo, Stelliferi delinea gli ultimi anni di attività di Tullia Romagnoli Carettoni, la cui esperienza politica, raccontata dettagliatamente nel volume, ci consente non solo di approfondire una figura centrale nel processo di democratizzazione italiana e delle lotte per l’emancipazione femminile, ma anche di individuare tratti peculiari del percorso politico delle donne italiane nelle istituzioni democratiche. Se anche fu, come sostiene Stelliferi, una “battitrice libera”, Tullia Romagnoli Carettoni rappresenta un modello politico femminile a cui guardare e di cui abbiamo bisogno perché il grande tema dell’uguaglianza non è stato raggiunto. Come lei stessa scrive: «Durante la guerra di liberazione sognammo un mondo libero e di uguali: ci parve di averlo a portata di mano. [Bisogna] continuare a battersi attraverso i decenni per gli stessi ideali e […] trasmetterli agli altri – ai giovani – non come ricordo o sogno ma come preciso impegno di lotta del tutto coerente». Insomma, nella lotta per l’emancipazione «la Resistenza continua». 

Paola Stelliferi
Tullia Romagnoli Carrettoni nell’Italia repubblicana. Una biografia politica.
Viella Libreria Editrice, Roma, 2022
pp. 288

***

Articolo di Alice Vergnaghi

Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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