Via XX Settembre e il cimitero delle Vestali

È necessario un ardito gioco di fantasia: sostituire al trafficato incrocio tra via via XX Settembre e via Goito l’antica Porta Collina e il tratto delle mura serviane, da cui partivano la via Salaria e la via Nomentana, tutto cancellato durante i lavori di costruzione del palazzo del Ministero dell’Economia e Finanze.

Porta Collina, incisione XIX secolo
Roma, Il Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Foto di Barbara Belotti

In questo luogo dell’antica Roma si estendeva uno spazio tristemente definito campus scelleratus, lugubre area dove venivano sepolte vive le Vestali colpevoli di aver perso la verginità. La prima targa commemorativa che non c’è è per loro.
In un mondo dominato dal potere maschile, le sacerdotesse di Vesta non erano sottoposte alla patria potestas ma a quella del Pontefice Massimo; il ruolo importante che rivestivano garantiva loro la possibilità di fare testamento e di testimoniare in tribunale, di uscire, di partecipare alle cerimonie pubbliche preannunciate dalla presenza di un littore che le scortava lungo la strada, proprio come era concesso ai magistrati cittadini. Potenti e rispettate, la loro vita era legata all’obbligo della verginità e l’incestum, l’atto sessuale compiuto o subìto, diventava una sciagura per l’intero mondo romano.

Se la civiltà romana riteneva che il comportamento delle donne potesse mettere in pericolo la fortuna e il benessere dello Stato, il crimine dell’incestum di una Vestale andava ben oltre, era un atto sacrilego che spezzava il patto di alleanza tra il mondo divino e gli esseri umani e scatenava l’ira degli dei, capaci di causare sciagure infinite. Una pestilenza, una pesante sconfitta in guerra, una minaccia nemica erano avvenimenti tragici che, interpretati, diventavano segnali di un grave crimine commesso. E cosa poteva esserci di più grave della perdita della verginità di una vestale?
La sconfitta da parte dei Volsci nel 484 a.C. e alcuni prodigi nefasti durante la guerra contro Veio furono spiegati come conseguenza dell’ostilità divina: l’anno successivo la vestale Opimia (o Oppia), non più vergine e colpevole di aver eseguito servizi sacri in modo non puro, fu condannata a essere sepolta viva. Prima di lei le fonti letterarie antiche ricordano il nome di Pinaria, vestale al tempo del re Tarquinio Prisco. Da quel lontanissimo passato, i processi contro le sacerdotesse di Vesta sono stati molti, distribuiti in un arco temporale di circa nove secoli, dal V secolo a.C. fino al mondo cristiano del IV secolo, quando la vestale Primigenia fu messa a morte dal Pontefice Massimo Simmaco, forse senza le conseguenze estreme. A volte i segnali inviati dalle divinità erano terribili oltre che molto espliciti.

Nel V secolo a.C. una violenta epidemia si abbatté su Roma, è Dionigi di Alicarnasso a raccontarlo: la pestilenza mieteva vittime soprattutto fra le donne incinte che, al momento del parto, morivano dando alla luce creature già morte. Si ottenne, probabilmente con la tortura, la testimonianza di uno schiavo che indicò nella sua padrona Orbinia, sacerdotessa di Vesta, la causa di tanti orrori. Condannata, Orbinia venne prima fustigata e poi sepolta viva: solo allora l’ira divina cessò e terminò l’ecatombe di donne incinte. Circa duecento anni dopo un’altra terribile e inspiegabile pestilenza a Roma. Questa volta a morire erano non solo le donne ma tutte le femmine animali con le creature portate in grembo, una strage che avrebbe condotto all’estinzione animale e alla fine di Roma per mancanza di discendenza. Fu processata e condannata la vestale Sextilia e ristabilita la pace con le divinità. Fu una tregua breve, nel 266 a.C. una nuova grave epidemia portò a consultare i Libri Sibillini e a cercare una spiegazione di tanti lutti. E ancora una volta il verdetto fu raggiunto: la colpevole era la sacerdotessa Caparronia che sfuggì alla sepoltura da viva solo col suicidio.

Bartolomeo Pinelli, Cornelia vestale ingiustamente accusata, acquaforte, 1821-1829, Roma, Istituto centrale per la grafica

Anche le crisi militari potevano essere interpretate come segnali funesti inviati dal mondo divino. La sconfitta di Canne fu considerata così grave che solo l’abbandono della protezione divina poteva esserne la causa. La vestale Opimia fu accusata di aver peccato e, ritenuta colpevole, fu condannata a essere sepolta viva nel campo scellerato di porta Collina. Le vestali Emilia, Licina e Marcia furono accusate di aver avuto relazioni sessuali con esponenti dell’ordine equestre: così fu interpretato il fulmine che colpì la giovane Helvia, figlia del cavaliere Helvus, mentre cavalcava. Cadendo a terra le vesti della ragazza si alzarono in maniera scomposta lasciando il suo corpo nudo, un segnale “osceno” che stava a indicare comportamenti turpi e sacrileghi.
Ma non sempre dietro a un’accusa e a un processo c’era la perdita della verginità. Comportamenti ritenuti licenziosi e frivoli erano generatori di sospetti che potevano condurre alla morte. Nel caso della vestale Postumia, 420 a.C., Tito Livio narra che furono la sua condotta troppo indipendente e l’estrema cura nell’abbigliamento a mettere in moto la macchina processuale: a lei andò bene, se la cavò con l’assoluzione e con una severa reprimenda, mentre Minucia nel 337 a.C., per ragioni analoghe, fu condannata per incestum e sepolta viva. Le congetture sul suo comportamento furono trasformate in fatti certi dopo l’interrogatorio di uno schiavo che, probabilmente torturato, la accusò di azioni sacrileghe.
L’atto sessuale di una Vestale era ritenuto un peccato orrendo, una vera profanazione di ciò che doveva rimanere inviolabile. Restano molti dubbi sulla veridicità delle accuse, sia per i modi spesso violenti usati per ottenerle, sia perché il Pontefice Massimo era al tempo stesso accusatore e giudice, con buona pace della difesa. Erano atti sessuali consenzienti quelli compiuti dalle Vestali peccatrici? Nella mitologia romana Silvia, figlia del re Numitore, venne costretta a diventare Vestale e a fare voto di verginità; fu il dio Marte a fecondarla a violentarla forse approfittando di lei nel sonno.

Peter Paul Rubens, Marte e Rea Silvia, 1617-1620 ca., olio su tela, Vienna, Liechtenstein Museum

La nascita dei gemelli Romolo e Remo sancì il sacrilegio e la conseguente condanna che, secondo le diverse versioni leggendarie, avvenne con la sepoltura da viva o con la uccisione della sfortunata giovane. Comunque una fine tragica. All’inizio del III secolo d. C. quattro vestali furono processate per incestum. Si chiamavano Aurelia Severa, Clodia Laeta, Pomponia Rufina e Cannutia Crescentina. Le prime tre furono sepolte vive mentre l’ultima, Cannutia, riuscì a suicidarsi prima. A condannarle fu l’imperatore Caracalla che, si disse, avrebbe violentato la stessa Clodia Laeta.
Se la perdita della verginità era una profanazione capace di contaminare l’intera società romana e mettere in pericolo la stabilità dello Stato, si comprende come la condanna a morte di una vestale fosse un evento pubblico al quale partecipava, in un silenzio carico di tensione e orrore per il sacrilegio compiuto, tutta la collettività, desiderosa che la colpa fosse espiata e si ristabilissero ordine e pace tra divinità ed esseri umani. La Vestale condannata veniva privata della cuffia rossa, delle bende rituali e dell’acconciatura a sei trecce che la caratterizzavano; le venivano nascosti il capo e il volto e la si faceva salire su una lettiga, pure questa celata da teli e ben sigillata: anche se avesse pianto o si fosse disperata la sua voce non sarebbe stata udita dall’esterno, per il mondo era già morta. Come per un corteo funebre, parenti e conoscenti accompagnavano la portantina con pianti e lamentazioni attraverso il Foro, tra ali di folla muta e sgomenta. La salita verso il colle del Quirinale proseguiva poi lungo l’Alta Semita (l’attuale via del Quirinale) fino a Porta Collina. Qui, aperta la portantina e dopo misteriose formule di preghiera pronunciate dal Pontefice Massimo, la Vestale veniva fatta scendere e, sempre nascosta dai veli, era condotta alla scala che immetteva alla sua prigione sotterranea.

Bartolomeo Pinelli, La vestale Floronia scende nella sua tomba, Incisione XIX secolo, Stendal, Winckelmann Museum, (Creative Commons Lizenz 3.0, by-nc-sa)

Si trattava di una camera scavata nel terreno, al limite estremo della città, in posizione marginale ma pur sempre all’interno del perimetro urbano: solo agli imperatori e alle Vestali era garantito questo privilegio e, nonostante l’incestum fosse ritenuto un delitto enorme e irreparabile, questa prerogativa non venne cancellata. Nella stanza sotterranea illuminata da una fiaccola erano stati collocati un letto conviviale, una brocca d’acqua, del pane, un po’ di latte e dell’olio, una prigione simile a una camera sepolcrale che accoglieva la vittima come se fosse già morta.

Bartolomeo Pinelli, La vestale Cornelia, innocente, e sepolta viva…, acquaforte, 1821-1829, Roma, Istituto centrale per la grafica

La condannata scendeva sotto terra mentre il Pontefice Massimo si allontanava senza mai guardare indietro; la scala veniva ritirata, la botola chiusa, il terreno riversato sopra e infine livellato. In pochi giorni quella morta sociale sarebbe diventata una defunta reale.

***

Articolo di Barbara Belotti

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.


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