Monumenti, piazze, statue e strade determinano per ogni Stato moderno sia la sua identità nazionale sia quella delle pluralità locali che lo compongono, contribuendo a costruire una memoria collettiva condivisa. Questi elementi forniscono indicazioni non solo logistiche, ma anche politiche riguardo il luogo geografico in cui ci si trova, permettendo di orientarsi e leggerne il passato, il presente e il futuro.
Gli studi in merito al “patrimonio scomodo” iniziano a svilupparsi intorno agli anni Settanta e Ottanta, nel periodo in cui la questione coloniale europea e i traumi ereditati dalla Seconda guerra mondiale cominciarono a entrare nel discorso pubblico, cessando di essere rifiutati come argomenti troppo dolorosi e difficili da affrontare. In Italia e in altri Paesi europei emersero polemiche riguardo l’opportunità di mantenere intitolazioni e monumenti legati a figure successivamente ritenute controverse, ad esempio gerarchi fascisti e nazisti. Negli anni Novanta nacquero movimenti sociali che lottarono e lottano per una giustizia storica inclusiva, capace di tenere conto anche del punto di vista delle minoranze, di coloro che non hanno mai fatto parte della cosiddetta “classe dominante”, delle persone sottomesse.
Le statue e le strade in Italia conservano, per la stragrande maggioranza, i nomi di famiglie regnanti o figure appartenenti all’universo ecclesiastico, celebrando indirettamente le ideologie di chi detiene il potere, solitamente maschi, bianchi, occidentali, cristiani, cisgender ed eterosessuali. Esistono ancora oggi luoghi che rendono omaggio a personaggi come il giornalista Indro Montanelli, il gerarca Italo Balbo, Vittorio Emanuele III e Mussolini. L’immagine della donna nella sfera pubblica rimane fortemente legata agli stereotipi tradizionali: Sante, Madonne e martiri. Anche in una prospettiva laica, la donna è spesso rappresentata come vittima. Questa narrazione contribuisce a radicare nella mente e nella coscienza di italiane e italiani una visione maschilista e patriarcale della società.
La toponomastica, in Italia, riflette uno squilibrio di genere significativo presente in qualsiasi ambito, pubblico e privato. Nei 20 capoluoghi di regione e nelle province autonome, su un totale di 24.572 strade intitolate a persone, 1.626 (solo il 6,6%) sono dedicate a figure femminili. Escludendo le Sante, il numero scende a 959. Questo dato potrebbe creare nei giovani uomini italiani l’idea che il Paese sia governato (e lo sia stato sempre in passato) esclusivamente da altri uomini, mentre nelle donne può giustamente alimentare la sensazione di non essere rappresentate o di avere un ruolo secondario nella storia del Paese. Grazie a realtà come Toponomastica femminile, che di continuo propone nuove intitolazioni e si batte per raccontare una storia che includa anche le figure femminili, si stanno compiendo passi verso una maggiore equità rappresentativa nella memoria pubblica, sebbene la strada da fare sia ancora molta.

L’opera prima dell’archeologo e storico Dario Godano, Toponomastica di Tropea – Storia di vie, larghi e vicoli, edito da Meligrana Editore nel 2024, ci consente di porre sotto la lente di ingrandimento la situazione della odonomastica femminile in una delle mete turistiche più apprezzate della Calabria, in provincia di Vibo Valentia. Offre un quadro completo e dettagliato dell’attuale toponimia di Tropea, tenendo conto delle trasformazioni volute dalle diverse commissioni toponomastiche del 1872, 1992 e 2024. Delle più di 200 tra strade, vie, larghi, piazze, riportate e analizzate nel libro, meno del 10% recano nomi femminili, la maggior parte confermati recentemente dalla commissione per la toponomastica del 2024. Tra questi, quattro sono Sante e Madonne, sei traggono il loro nome dalla presenza di una Chiesa dedicata alla Madonna o a Santa Maria: Via Santa Domenica, Via Santa Maria Maddalena, Via e Piazzale SS Annunziata, Piazzale SS Romania.
Via Carmine è denominata a causa della presenza della Chiesa della Madonna del Carmine e del Convento dei Carmelitani Scalzi; in omaggio alla Chiesa della Madonna del Carmelo, abbiamo Via (della) Conicea.
Vico/ripa (dell’) Isola prende il nome dalla vista sullo scoglio di Santa Maria dell’Isola. Via Michelizia deve l’intitolazione alla Chiesa di Santa Maria della Neve, conosciuta come Chiesa della Michelizia, poiché fondata — secondo la leggenda — da Michele Milizia.
Interessante è il caso di Via Libertà, che ricorda la ritrovata libertà della città di Tropea, quando la vendita, effettuata dal viceré di Napoli al principe Vincenzo Ruffo nel 1612, venne dichiarata illegittima. All’epoca, si narra che le donne del paese offrirono i loro gioielli per riscattare la città. Per l’occasione venne consacrata una statua marmorea alla Madonna della Libertà e nel 1616 venne costruita la Chiesa di Santa Maria della Libertà.
Vico Pietà deriva dal Convento di Santa Maria della Pietà e dei Sette Dolori. Legate all’ambiente religioso sono anche: Via Natuzza Evolo, mistica nativa di Paravati, attiva nella diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, per la quale è stata proposta la beatificazione; Via (delle) Oblate del Sacro Cuore, il cui nucleo nacque attorno a don Francesco Mottola tra il 1933 e il 1935, impegnandosi per il sostegno morale e materiale delle persone in difficoltà;
Vico (delle) Pentite è così chiamato per la prossimità al Palazzo delle Pentite, che ospitava donne pentite delle loro scelte di vita. Troviamo inoltre una via intitolata a Irma Scrugli, l’unica, nella lista, a essere nata e cresciuta a Tropea. Scrugli, nel 1933, fondò insieme a don Mottola la comunità delle Oblate del Sacro Cuore; qualche anno più tardi, aprirono insieme la Casa della Carità. Dedicò la sua vita a Dio, pur senza entrare mai in convento.

Un Piazzale porta il nome di Leta Presbitera, la cui tomba, risalente al IV-V secolo d.C., è per noi un documento archeologico pregevole che potrebbe attestare l’esistenza del sacerdozio femminile nella chiesa cristiana tropeana.
Via Nilde Iotti, Largo Rita Levi Montalcini, Via Margherita di Savoia, Piazzale Maria Montessori sono intitolate a donne rilevanti a livello nazionale non riconducibili direttamente a Tropea o alla Calabria. Piazzale Lea Garofalo ricorda invece la testimone di giustizia nativa di Petilia Policastro, uccisa dall’ex compagno, esponente di rilievo della ‘ndrangheta a Milano.
Un altro Piazzale porta il nome di Mia Martini, cantante originaria di Bagnara, ricordata recentemente durante il primo incontro della rassegna Dominae, iniziativa promossa dall’associazione SOS Korai Odv per celebrare, in occasione dell’8 marzo 2024, 15 donne valorose. Martini rivendicava con fierezza il suo essere calabrese: «le mie radici sono a Bagnara, le mie radici sono tutto per me, sono la mia sola sicurezza, l’unica cosa certa della mia vita. Io sono la Calabria!».
La commissione toponomastica del 1992 dedicò una via alla scrittrice Giovanna Gulli, nativa di Reggio Calabria. Di lei non si sa quasi nulla, nemmeno la data di nascita è certa. Tuttavia, conosciamo il suo romanzo Caterina Marasca, definito da Giuseppe Antonio Martino «uno dei primi manifesti del femminismo in Italia».
Non si può non citare Via Coniugi Crigna, dedicata sì a Michele Crigna, ma anche alla moglie Serafina Ghirlanda, in quanto entrambi contribuirono con ingenti donazioni allo sviluppo della città. A Serafina è intitolato anche un piccolo parco giochi per bambini nel cuore di Tropea: Villa Ghirlanda.
Largo Lydia Toraldo Serra commemora la prima sindaca di Tropea, eletta nel 1946, che si occupò, tra le altre cose, di una completa defascistizzazione della toponomastica locale, rinominando, ad esempio, la piazza principale, l’allora “Piazza Littorio” in “Piazza Vittorio Veneto”.

Questo esempio di ricerca sulla odonomastica di Tropea ci mostra come i nomi di strade e piazze non siano riducibili a mera burocrazia e semplici targhe polverose, ma siano specchio della storia e della direzione di una comunità. L’impegno di studiose/i, associazioni e cittadine/i, come quello di Dario Godano e della sua associazione Libertas, che ha proposto e ottenuto l’intitolazione di una via ai martiri tropeani della Resistenza Biagio Molina e Rocco Repice, evidenzia che la toponomastica non è immutabile, ma può diventare uno strumento per valorizzare figure e storie spesso marginalizzate. In definitiva, ogni strada intitolata a un personaggio ingiustamente dimenticato o a una donna ignorata dalla storia e dalla cultura ufficiale non è solo un atto simbolico, ma un passo concreto verso una società più giusta e consapevole delle proprie radici.
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Articolo di Desirée Rizzo

Studente del corso di laurea magistrale in Editoria e Scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, dove coltiva la sua passione per la letteratura e la filosofia. Laureata in Beni Culturali all’Università di Roma Tor Vergata, è amante dell’arte e del cinema horror, e si dedica con entusiasmo alla scrittura, con l’obiettivo di affermarsi come autrice di narrativa.
