Editoriale. Rileggere i classici  

Chi ama leggere sa bene che ogni tanto è bello riprendere in mano quei libri, romanzi e racconti ma anche poesie, che in gioventù avevamo affrontato come un fastidioso obbligo scolastico, magari con tanto di valutazione e di voto. Crescendo, acquistando una diversa esperienza di vita, una maturità più compiuta, ciò che ci annoiava o non riuscivamo a comprendere ci apparirà sotto una luce diversa e ci aprirà orizzonti insperati. Queste affermazioni derivano dalla mia esperienza di lettrice appassionata e di insegnante che è riuscita a riscoprire, nella pratica quotidiana, ma dall’altra parte della cattedra, dei classici come L’Orlando furioso, I promessi sposi, I Malavoglia, Con gli occhi chiusi oltre a quella miniera di meraviglie e di sapere che è la Commedia dantesca. Che sia uomo o donna, non importa, ma chi ci ha lasciato il ritratto immortale di Francesca da Rimini, legata per l’eternità al suo Paolo, di Pia de’ Tolomei («Siena mi fe’; disfecemi Maremma…») e di Piccarda Donati merita comunque un posto speciale nel nostro personale Olimpo. 

Chiunque segua le recensioni su questa rivista avrà forse notato la scorsa settimana un articolo sulla recente opera di Dacia Maraini: Scritture segrete. Le donne che hanno cambiato il mondo con la parola in cui affronta con la consueta maestria le “madri” della letteratura alle quali riconosce un ruolo essenziale nella sua vita e nella sua formazione, dopo essersi occupata per tanto tempo prevalentemente dei “padri”. A un certo punto fa un’osservazione che mi ha colpito e che desidero condividere: afferma che, a suo giudizio, la narrativa novecentesca italiana ha due “genitori”: da un lato Italo Svevo, dall’altro Grazia Deledda. Significativo il fatto che il primo sia un “isolato”, cittadino austriaco, uno che per lungo tempo è stato considerato un cattivo scrittore, uno che maneggiava male la nostra lingua perché non rientrava nei canoni del bello stile. L’altra è una “isolana”, compresa prima dagli accademici svedesi che dalla critica del suo Paese, spesso travisata e confusa con un certo verismo di maniera, mentre la sua cifra stilistica è piuttosto lo scavo interiore, la lotta fra bene e male, l’analisi delle passioni umane, sempre uguali in ogni tempo e in ogni luogo. «L’uomo è, in fondo, uguale dappertutto», affermava; «Uomini siamo, Elias, fragili come canne, pensaci bene. Al di sopra di noi c’è una forza che non possiamo vincere» (da Elias Portolu). Maraini fornisce poi tanti spunti per riconsiderare autrici dimenticate, sottovalutate, sconosciute e i suoi consigli sono senz’altro utili, anche per riflettere sul maschilismo della lingua visto che tutte le donne sono cresciute «adoperando un linguaggio abituato alla centralità virile e usando una grammatica decisamente misogina», a cui si cerca negli ultimi anni di porre limitazioni e fornire alternative. 

Rimanendo in ambito letterario, passiamo a una celebrazione, che non mi sembra abbia sollevato in generale il dovuto interesse: il 21 dicembre scorso erano 650 anni dalla morte di Giovanni Boccaccio, avvenuta nel lontanissimo 1375 a Certaldo (Firenze) dove forse era pure nato nel 1313. Perché oggi occuparsi di uno scrittore così antico? Era un uomo medievale, certo, figlio del suo tempo, ma il Decameron è un’opera modernissima, che ha ancora tanto da darci per dilettare il nostro spirito e la nostra mente. E non solo: Boccaccio è stato un cantore senza eguali delle donne che gli hanno ispirato fra l’altro La caccia di Diana, Il Filocolo, La commedia delle ninfe fiorentine, Elegia di Madonna Fiammetta, De mulieribus claris. Sulla nostra rivista ho rintracciato tuttavia interessantissimi articoli di qualche tempo fa, firmati dalle amiche Marta Vischi e Valeria Pilone, che potrete utilmente rintracciare, proprio perché ci hanno indicato la giusta via. 

Abbiamo detto che i classici vanno riletti, gustati appieno, magari a piccole dosi come un buon cibo che non viene mai a noia, allora sfogliamolo un po’ questo libro per rintracciare il filo che ci interessa, partendo dall’inizio: le ragazze che la peste ha allontanato dalla città e che narreranno le storie sono sette, i ragazzi in netta minoranza, solo tre. D’altra parte lo scrittore si rivolge alle «vaghe donne», alle «graziosissime donne», alle «nobilissime giovani» afflitte da pene d’amore a cui darà utili insegnamenti su che cosa devono «fuggire» e cosa devono «seguitare». Questa meravigliosa combinazione di novelle scritte con un linguaggio vivace ed espressivo, tutt’oggi comprensibile, ruota intorno ai temi più vari, come la fortuna, l’ingegno, la burla, la natura, l’onore, la gioiosa visione tutta laica della sessualità a fianco però dell’altruismo più nobile. Fra i tanti esempi possibili, non ci stanchiamo di leggere e rileggere l’amena vicenda di Masetto da Lamporecchio che si finge muto, preda della bramosia delle monache che generano con lui «assai monachin». Fanno invece meditare gli amori sfortunati, ma pure quelli a lieto fine (Quarta e Quinta giornata). Ghismunda, suicida per amore, diviene una vera paladina dell’uguaglianza sociale, quando afferma in un accorato discorso al padre che la nobiltà dell’individuo non sta nei titoli o nella ricchezza, ma nelle sue qualità: «Noi d’una massa di carne tutti la carne avere e da uno medesimo creatore tutte l’anime con iguali forze, con iguali potenze, con iguali vertù create. La vertù [capacità] primieramente noi, che tutti nascemmo e nasciamo iguali, ne distinse». Parole straordinarie, pronunciate da una «giovane e femina» del Trecento che ribadisce il suo diritto ad amare chi vuole. Divertono e fanno pensare le novelle della Sesta giornata dedicate ai motti di spirito, fra cui emergono quelli delle acute gentildonne Oretta, Nonna de’ Pulci e Filippa. La Settima giornata ha per tema le beffe ordite dalle mogli contro i mariti; ecco all’opera le astute Peronella, Ghita, Agnesa, Isabella, Sismonda, mentre gli uomini non fanno bella figura, gelosi e creduloni come sono. Volendo ridere non si può non leggere la storia della badessa che si mette in testa le brache del prete, scambiate per la sua cuffia. Commovente l’ultimo racconto, il centesimo, quello di Griselda, esempio di virtù, prima scacciata e poi fatta «marchesana» con tutti gli onori, per ripagarla del male affrontato con generosità e altruismo.  

È proprio vero che nei classici si trova racchiuso tutto il mondo con tutta la sua umanità e la sua saggezza. Facciamo nostro il buon proposito per l’anno appena iniziato e troviamo il tempo e la pazienza di tirare fuori dalla libreria vecchi testi impolverati per dar loro una nuova opportunità. Ci ripagheranno ampiamente.  

Sfogliamo il nuovo numero di Vitamine Vaganti a partire da un tema che lega diversi articoli di questa settimana, l’educazione: Educare alle relazioni. Perché l’educazione sessuo-affettiva è una responsabilità collettiva per comprendere che la formazione alla sessualità e all’affettività è un diritto alla salute e un dovere civile per formare cittadini consapevoli. Ancora: Educare i maschi in un mondo che cambia. Crisi del patriarcato e nuove forme di violenza che analizza le difficoltà che i giovani maschi incontrano in una società che cambia, proponendo una riflessione profonda sul ruolo dell’educazione scolastica: «Che problema hanno i nostri adolescenti maschi? […] Che tipo di malessere ci stanno trasmettendo? Siamo in una fase storica in cui il modello patriarcale è in crisi. Laddove alle ragazze è stato e viene detto che possono diventare tutto ciò che i maschi possono essere, ai ragazzi non viene offerta nessuna direzione per un cambiamento»; infine, Con la lingua si può anche giocare. La pratica educativa di Ersilia Zamponi, insegnante e saggista di Omegna che ha dedicato la sua carriera alla ludolinguistica come strumento educativo. 
Scopriamo, ora, le altre donne protagoniste in questo numero. 
«I lettori sono come i panda, vanno difesi prima che si estinguano», recitava Francesca Duranti, la raffinata scrittrice che raccontava dei mondi elevati, nota per la sua capacità di descrivere il mondo dell’alta borghesia, dell’imprenditoria culturale e della politica con uno stile colto e introspettivo. Ricordata come una voce straordinaria di profondità, capace di analizzare le fragilità umane e la forza della perseveranza morale attraverso uno sguardo disincantato ma partecipe. Per Calendaria Matilde Serao, giornalista e scrittrice, prima in Italia a fare breccia nel tetto di cristallo del giornalismo. Ha vissuto in un’epoca di grandi fermenti che ha sempre saputo descrivere e interpretare attraverso il suo lavoro. Camilla Ravera, una donna politica «prima a essere nominata senatrice a vita e prima comunista a ricevere una onorificenza di così alto prestigio». Ha segnato diverse tappe storiche per la partecipazione femminile alla vita politica italiana dimostrando da sempre una notevole indipendenza intellettuale. 
L’appuntamento dello scorso 25 ottobre a Roma con “Tutta mia la città”, il progetto di Toponomastica femminile inserito nel programma europeo Erasmus+Azione KA154-YOU, ci ha consentito di scoprire la tragica vita e la morte di Beatrice Cenci, una giovane nobildonna romana divenuta simbolo di resistenza contro la violenza familiare e l’ingiustizia pontificia. 

Restiamo ancora in città con Roma, il numero 11 di Limes: una “dichiarazione d’amore” utilizzata come lente d’ingrandimento per comprendere le dinamiche del potere mondiale e la complessità della realtà urbana contemporanea, passando dal mito alla storia, poi al ruolo geopolitico della Capitale, offrendo una visione che va oltre il classico itinerario turistico.  
Dalla Capitale alla provincia di Bolzano: Maschio piglia tutti. La qualità della vita delle donne non conta analizza la discrepanza tra gli standard della vita generale e quella femminile nella provincia di Bolzano nel 2025, utilizzandola come caso di studio per riflettere sulla parità di genere in Italia. 

Prosegue, poi, la panoramica sull’evoluzione della spiritualità femminile nell’arte moderna e contemporanea, che si manifesta come una connessione intima e cosmica che trascende i dogmi, offrendo una resistenza spirituale al materialismo moderno ne Il linguaggio femminile dello spirito. Parte seconda

Sorelle è la recensione della settimana del nuovo libro di Rita Alù, “Sorelle. Anna e Giuseppina Turrisi Colonna”. Frutto di anni di ricerche d’archivio, è un romanzo storico che racconta la storia di Giuseppina ed Anna, unite nella vita e per singolare coincidenza anche nella morte. 
Per il laboratorio di scrittura creativa “Tra i monti”, Isa è il ricordo personale e carico di emozione sulla notizia improvvisa della scomparsa di un’amica dell’autrice. 

La rubrica “Scatti urbani” con fotografie in bianco e nero ci porta, questa settimana, alla scoperta della città di Taranto

Concludiamo la rassegna, come spesso accade, con una nuova ricetta: Sottovetro. Mostarda che, prima di diventare un condimento prelibato, è stata soprattutto una risposta all’esigenza di non sprecare. 
Sara Fusco

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Articolo di Laura Candiani

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Ex insegnante di Materie letterarie, pubblicista, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate a Pistoia e alla Valdinievole. Ha curato il volume Le Nobel per la letteratura (2025).

Sara Fusco

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.

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