Costituzione letteraria. Art. 21 

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. 
La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. 
Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. 
In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto. 
La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. 
Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni. 

L’articolo 21 della nostra Costituzione ha una portata ampia e tutela diversi aspetti della libertà individuale di espressione. Il suo dettato deriva — come sempre ribadiamo — dall’esperienza diretta della dittatura, la quale non concede libertà di espressione, di opinione, di stampa. 
Di rilevante importanza ancora oggi è la riflessione sulla libertà di stampa, che rappresenta un’importante cartina al tornasole sullo stato di salute della democrazia di un Paese. L’Italia, per esempio, non se la passa benissimo: «Ventesimi su 27 Paesi in Unione europea, ultimi tra gli Stati fondatori: la classifica 2025 di Reporter senza frontiere certifica un ulteriore arretramento della libertà di stampa in Italia, che si attesta al 49esimo posto a livello globale perdendo tre posizioni rispetto all’anno scorso e otto rispetto a quello precedente. Un trend in discesa che segue quello globale: per la prima volta da quando l’ong cura il rapporto annuale, l’indicatore dello stato di salute dell’informazione nel mondo scende sotto la soglia critica di 55 punti su 100, raggiungendo il livello definito “difficile”. Pesano la crisi economica del settore, le ingerenze di governi e attori privati e gli attacchi contro redazioni e giornalisti negli scenari di guerra, primo fra tutti quello di Gaza».
Val la pena di ricordare almeno un paio di aspetti che rendono oggi il nostro Paese una democrazia in difficoltà dal punto di vista della libera stampa. Penso al caso del direttore di Fanpage, Francesco Cancellato, «il cui telefono è stato spiato attraverso il software Graphite, venduto dalla società israeliana Paragon Solutions a diversi governi, tra cui quello italiano», e il «numero di querele temerarie o slapp (strategic lawsuits against public participation), cioè le denunce per diffamazione, spesso infondate, mosse da politici e aziende oggetto di inchieste giornalistiche con lo scopo di intimidire gli autori»: mi tornano alla mente i volti di Luciano Canfora, Sigfrido Ranucci, Francesca Albanese per impatto emotivo, ma non sono certo gli unici/le uniche. Si pensi anche al sempre più evidente condizionamento (se non vero e proprio controllo) del servizio pubblico televisivo da parte del governo in carica, più che degli altri, poiché è corretto ricordare che l’assalto al controllo della Rai è un peccato atavico del nostro Paese, di destra, di centro e di sinistra, ma questo attuale governo lo pratica certamente con una temerarietà particolarmente audace.
È sempre bene ricordare che in una democrazia la stampa ha una funzione fondamentale, non solo in quanto mezzo di comunicazione, ma anche come strumento di controllo del potere. I giornalisti e le giornaliste hanno il prezioso e delicato ruolo di rendere pubbliche le informazioni che permettono ai cittadini e alle cittadine di avere accesso alle notizie, ai fatti di cronaca e politica, a ogni accadimento, con la conseguenza di potersi formare un’opinione consapevole e critica.

Rileggendo l’art. 21 per questa seconda tappa del nostro nuovo viaggio di interconnessione tra il dettato costituzionale e la letteratura (qui i precedenti), riaffiora alla memoria il ricordo del romanzo Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi. Ambientato a Lisbona nel 1938, durante la dittatura fascista di Salazar, il racconto vede protagonista Pereira, un anziano giornalista, vedovo e in sovrappeso, che dirige la pagina culturale del quotidiano Lisboa, apolitico e indipendente, come lui stesso lo definisce già nelle prime pagine. Pereira si occupa di scrivere soprattutto necrologi di scrittori famosi, evitando qualsiasi coinvolgimento politico: «la polizia aveva ucciso un carrettiere che riforniva i mercati e che era socialista. […] Ma il Lisboa non aveva avuto il coraggio di dare la notizia, o meglio il vicedirettore, perché il direttore era in ferie, stava al Buçaco, a godersi il fresco e le terme, e chi poteva avere il coraggio di dare una notizia del genere […]? Nessuno, perché il paese taceva, non poteva fare altro che tacere, e intanto la gente moriva e la polizia la faceva da padrona. Pereira cominciò a sudare perché pensò di nuovo alla morte. E pensò: questa città puzza di morte, tutta l’Europa puzza di morte».
Coraggio è una parola chiave del giornalismo libero ed etico: occorre il coraggio di raccontare i fatti, di denunciare i soprusi del potere. Per questo una stampa asservita ai governi — come spessissimo accade oggi, e non solo in Italia — è una stampa che non svolge un buon servizio di informazione ai cittadini e alle cittadine, perché copre le verità più scomode sotto la pesante coltre dell’omertà e del servilismo.
Un incontro cambierà la monotona e acritica vita di Pereira: un giovane antifascista, Francesco Monteiro Rossi, e la sua compagna Marta, saranno per lui novelli Virgilio nell’attraversamento di un percorso che si configura sempre più come una rinascita civile, un risveglio della coscienza che porterà Pereira a venire fuori dall’indifferenza e ad assumere aperta posizione contro la dittatura. Avverrà, infatti, che il giovane Rossi verrà ucciso e Pereira deciderà di agire concretamente usando il suo talento giornalistico per denunciare l’assassinio del giovane e i soprusi della polizia di regime, decidendo poi — alla fine del romanzo — di fuggire dal Portogallo per continuare a scrivere articoli liberi che smascherino ogni violenza della dittatura.

Oggi non viviamo sotto una dittatura politica, ma certamente le democrazie occidentali subiscono condizionamenti del libero pensiero e della libera espressione da governi e lobbies di potere che tentano in tutti i modi di imbavagliare la stampa e di soffocare — non solo metaforicamente — il respiro di libertà che proviene dal giornalismo indipendente e rigoroso, risorsa preziosa da difendere con ogni mezzo. 
In occasione di questa breve riflessione sull’art. 21, un pensiero va a tutte le giornaliste vittime di violenza politica, la cui voce è stata soppressa nel sangue, e che Toponomastica femminile quest’anno ricorda nel suo Calendaria 2026: Anna Politkovskaja, Gerda Taro, Ilaria Alpi, Shireen Abu Akleh, Daphne Caruana Galizia, Victoria Roshchyna, Maria Grazia Cutuli e tante altre. Voci coraggiose che hanno pagato con la vita l’estrema difesa della libertà di stampa e della verità a servizio della Storia.

Pillola di cronaca ri-costituente 
Da un post di LinkedIn dell’avvocata Cathy La Torre: «Nuova edizione dell’Europe Press Freedom Report, solito responso per l’Italia. Anche nel 2026 il nostro Paese è indicato tra quelli con alto rischio di interferenze politiche nei media pubblici, secondo il rapporto delle organizzazioni partner della Piattaforma del Consiglio d’Europa, che richiama il Media Pluralism Monitor 2025. L’Italia non è nel gruppo più critico, ma resta in una fascia che segnala vulnerabilità strutturali, soprattutto su governance e finanziamento del servizio pubblico e sull’attuazione dell’European Media Freedom Act. Il report cita anche casi emblematici: l’attentato contro Sigfrido Ranucci, conduttore di Report; l’uso dello spyware Paragon contro giornalisti come Francesco Cancellato e Ciro Pellegrino; il licenziamento di Gabriele Nunziati dall’Agenzia Nova. Non un sistema di controllo avanzato come altrove, ma un insieme di fragilità e segnali preoccupanti. Senza risorse certe, nomine trasparenti e tutele effettive, l’Italia resterà nella “zona grigia” europea della libertà di stampa». 
Trump e Meloni avrebbero molto da insegnare. 

Per approfondire:

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Articolo di Valeria Pilone

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Già collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione

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