Prendiamoci cura delle parole 

Da don Milani a Tullio De Mauro, quanti nostri maestri ci hanno esortati/e a prestare attenzione alle parole come intelligenza del mondo? 
Chiarivano che il potere non ha necessariamente bisogno di usare la forza esplicita per raggiungere i suoi scopi, anzi trova molto più comodi i morbidi mezzi persuasivi rispetto ai rudi mezzi coercitivi.  

Chi si ponga il problema di mettere in discussione gli assetti dati sa di dover condurre una battaglia attorno alla lingua: riguarda come vengono definiti i fenomeni, in che modo vengono identificati i soggetti e descritti gli oggetti della posta in palio. Costruisce identità. 
Il potere burocratico — ricordate Calvino? — se vuol emarginare la cittadinanza usa la nebulosa antilingua, fatta per non farsi capire.  
La cattiva politica va ancor più in profondità, misurando, usando o eliminando le parole e le espressioni dette e scritte. 

Della lingua in questa prospettiva si occupò nei tempi tremendi della dittatura fascista Antonio Gramsci. George Orwell — vittima di persecuzioni staliniste negli stessi tempi — nel 1949 pubblicò 1984, un’opera metaforica e profetica in cui immaginava per il futuro un regime a vocazione totalitaria capace di agire in modo soft per mezzo della neolingua: una modalità tale che, riducendo il lessico e modificando il significato delle parole, finisce per inibire l’uso del pensiero critico e dunque il dissenso, mentre agevola le distorsioni cognitive tipiche del conformismo. 

Distopia? La storia dimostra che la lingua è strumento di ogni potere non democratico: manipolare la lingua consente di manipolare le menti, e non solo da parte delle dittature e non solo nei testi definiti “di propaganda”. 
L’amministrazione Trump agisce con la rozzezza e l’improvvisazione che la caratterizzano, imponendo l’eliminazione d’ufficio (“bonifica”) a un centinaio di espressioni e di parole “non conformi” dai documenti e dai siti dei dipartimenti e delle agenzie federali degli Stati Uniti, da pubblicazioni rivolte al pubblico e da programmi di formazione. Si cancellano pari opportunità e razzismo, prostituta e stereotipo, immigrati e inquinamento. Non si deve nominare, non si dice, quindi alla fine non si pensa e non c’è. 
In Europa oggi siamo meno smaccati, più raffinati: non forniamo a chi scrive elenchi di termini all’indice (censura!) ma facciamo in modo da dosare i toni a seconda dei soggetti, da scoraggiare i testi lunghi e i ragionamenti complessi, da escludere la possibilità del dubbio, da edulcorare con eufemismi le realtà crude, da fornire perfino all’orrore alternative neutre e asettiche.  

Perché non chiamare ‘deterrenza’ un massacro? Perché non definire muri e fili spinati “barriere di sicurezza”? Se la pulizia etnica o l’esodo forzato diventano ‘ricollocamento’, chi avrà mai da ridire?
Il referendum recente verteva solo sulla magistratura, ma intitolarlo alla giustizia voleva farlo sentire necessario.
La militarizzazione del Paese e il dirottamento di risorse sulle armi diventano benvenuti se li chiamiamo con espressione nobile e pacifica “cultura della difesa”.

Non è accettabile — alla faccia delle statistiche — «violenza maschile sulle donne», ma «violenza degli esseri umani» si può dire: nessuna persona timorata di Dio nega il peccato originale. 
“Educazione di genere” è tabù (il genere è naturale, non si insegna!) mentre “educazione al rispetto” suona molto bene: d’altronde in questa accezione si dice da sempre “che ragazzi beneducati”.  
Rispetto ai generi è noto che maschio e femmina sono complementari: lui decide come governare il Paese, lei che cosa comprare al mercato. 
Il salario ‘minimo’ fa supporre che ci siano addirittura disuguaglianze nei guadagni, mentre il salario ‘giusto’ è sano per definizione. 
«Il fiore del partigiano» è divisivo = male, «il fiore dell’essere umano» è ecumenico = bene. 
E chi fa caso a un doppio standard ben paludato? La Russia «invade» l’Ucraina, Israele in Libano «conquista posizioni difensive». 

Uno “Stato canaglia” è privo di regole e dunque pericoloso per la pace mondiale; Israele non accetta le regole del diritto internazionale ma è «la sola democrazia del Medio Oriente». 
E non è poi un fenomeno così recente. Avete notato che dopo l’89 si dice “imprenditori”, non più “padroni”? 

Riscopriamo la comunicazione in un mondo che pur avendone in sovrappiù non se ne cura. Non è mera forma, nulla lo è: forma e sostanza sono due facce della stessa medaglia, checché ne dicano i sostenitori dell’ambisessismo per ‘presidente del Consiglio’, ‘ministro’, ‘architetto’, ‘direttore d’orchestra’ ecc.
Le parole non sono strumenti inerti ma definiscono l’orizzonte nel quale viviamo: noi siamo le parole che usiamo, la lingua ci fa dire le parole cui la società l’ha abituata. Travolti dall’utilitarismo spicciolo spesso ci limitiamo a pensare che essa sia un repertorio convenzionale di segni, dimenticando che è enérgeia, attività: codice di scambio, certo, ma anche processo che impercettibilmente e progressivamente struttura la nostra visione del mondo e la posizione che vi occupiamo. 
Come scriveva Simone Weil prima della seconda guerra mondiale «Chiarire i concetti, screditare le parole congenitamente vuote, definire l’uso di altre attraverso analisi precise, per quanto possa sembrare strano, servirebbe a salvare vite umane».

In copertina: foto di Danila Baldo. 

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Articolo di Graziella Priulla

Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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