Secondo la leggenda, fu Anco Marzio, il quarto re di Roma, che, come Numa, s’impegnò più in opere civili che in imprese militari — a lui si deve secondo la tradizione la fondazione di Ostia alle foci del Tevere e quindi l’apertura ad attività commerciali e scambi anche culturali con tutto il mondo mediterraneo — e a favorire l’accesso al trono di uno straniero, etrusco per parte di madre e addirittura corinzio per parte di padre. Ma fu Tanaquilla, donna etrusca di alto lignaggio, l’artefice della fortuna del marito Lucumone, che nella sua Tarquinia non riusciva a sfondare proprio per le sue origini miste, nonostante le sue doti e la sua ricchezza. Secondo la tradizione che Livio stesso riprende ampiamente, la donna aveva capito che Roma era una città particolarmente aperta all’accoglienza delle persone straniere e capace di badare al merito — diremmo oggi — e non alla purezza della “razza”:
«Roma faceva in tutto al caso suo: in mezzo a gente nuova, dove si diventava nobili in fretta e in base ai meriti, ci sarebbe stato spazio per un uomo coraggioso e intraprendente. A Roma aveva regnato Tazio, un sabino; Numa, per farlo re, lo erano andati a cercare a Cures; Anco era figlio di madre sabina, e tra i ritratti degli antenati poteva vantare soltanto Numa […] Così, raccolte tutte le loro cose, partono alla volta di Roma. Quando arrivarono nei pressi del Gianicolo, un’aquila planò su di loro e portò via il cappello a Lucumone. Poi, si abbassò di nuovo e glielo rimise perfettamente in testa. Si racconta che Tanaquilla, essendo da buona etrusca una vera esperta di prodigi celesti, accolse con entusiasmo il presagio. Abbracciando il marito lo invita a sperare grandi cose, spiegandogli che quello era il senso: era stato tolto un ornamento posto sulla testa di un uomo, perché venisse ricollocato su ordine di un dio. Con in mente queste ottimistiche previsioni, entrarono a Roma. Lì trovarono casa e concordarono il nome da spacciare alla gente: Lucio Tarquinio Prisco», Livio, Storia di Roma dalla sua fondazione, I, 34.
Livio non si cura dell’anacronismo: l’appellativo di Prisco (primo, antico) venne aggiunto in seguito per distinguere il primo dal secondo re Tarquinio, che sarà definito Superbo. Così come ignora il fatto che la donna scelse anche per sé un nome romano, Caia Cecilia o Gaia Cyrilla. Ma concorda con tutte le altre fonti sull’attribuire a lei il ruolo determinante di consigliera e organizzatrice, capace di portare Lucumone a succedere ad Anco Marzio dopo la sua morte, al posto dei figli legittimi del re. In realtà la leggenda adombra una realtà incontrovertibile, nonostante gli sforzi che gli storici romani fecero per oscurarla: alla fine del VII secolo Roma cade nella sfera d’influenza etrusca e con alterne vicende vi resterà fino alla caduta della monarchia. La stessa figura di Tanaquilla ne è una prova: perché le donne in Etruria avevano un ruolo importante e non erano confinate nello spazio domestico, fino al punto che qualche studioso è arrivato persino a ipotizzare che tra gli Etruschi vigesse una sorta di matriarcato. Anche se questa tesi non è dimostrabile, è però certo che le donne etrusche, diversamente da quelle romane, (e ancor più da quelle greche) godevano di una notevole visibilità sociale, partecipavano ai banchetti insieme al marito, sdraiandosi accanto a lui e bevendo vino senza suscitare scandalo. Inoltre le testimonianze epigrafiche dimostrano che avevano un nome proprio, oltre a quello gentilizio (o patronimico), cui aggiungevano spesso il matronimico, ovvero il nome della madre. Godevano del diritto di proprietà, potevano ereditare e disporre dei propri beni in vita e in morte. Lo storico greco Teopompo, del IV secolo, noto per la sua maldicenza, sostiene che allevassero i figli in comune, senza distinguerne la paternità e che partecipassero ai banchetti nude. Se quest’abitudine non è confermata dalle pur numerose testimonianze iconografiche, è invece verosimile che, le donne etrusche, come le spartane — ma anche le ragazze ateniesi, in occasione delle Brauronie, feste in onore di Artemide — si allenassero alla corsa in abbigliamento succinto. Quanto all’allevamento di figlie e figli, tra gli Etruschi il pater familias non aveva su di loro indiscutibile potere di vita o di morte. Era noto che le donne etrusche, pur benestanti, allattavano i figli personalmente, invece che affidarli a delle nutrici ed è etrusca la più antica immagine di kourotrophos: una sorta di Madonna del Latte.
Certo è che Tanaquilla, pur non assumendo in prima persona il potere, dopo l’ascesa al trono del marito, si preoccupa di assicurarne persino la successione, adottando e allevando come futuro re un bambino di oscure origini, che alcuni dicevano figlio di una schiava, altri di una donna di nobili origini caduta in disgrazia dopo la sconfitta della sua città: il suo nome, Servio Tullio, sembra alludere a questa nascita controversa. Ma Tanaquilla interpreta come presagio divino di un destino glorioso il fuoco che si sviluppa intorno alla culla del piccolo e impedisce al servo che accorre di spegnerlo. Una volta che Servio è diventato adulto, convince il marito ad assicurarselo come erede, dandogli in moglie una figlia. Perciò i discendenti di Anco Marzio ordiscono una congiura per uccidere Tarquinio e riportare il potere nelle mani dei legittimi discendenti di Romolo. E ci riuscirebbero se non fosse che Tanaquilla prende ancora una volta in mano la situazione e per la seconda volta sceglie lei chi debba regnare su Roma:
«I due sicari prezzolati, lasciata l’arma nella ferita, si precipitano di corsa fuori dalle porte. Mentre quelli del séguito sorreggono Tarquinio in fin di vita, Tanaquilla ordina di chiudere la reggia e fa uscire i testimoni oculari del delitto. Poi si procura il necessario per suturare la ferita, come se ci fosse ancora qualche speranza residua; contemporaneamente però, nel caso la speranza fosse venuta meno, prende altre precauzioni. Fa subito chiamare Servio, gli mostra il corpo quasi esanime del marito e quindi, prendendogli la mano, lo implora di non lasciare impunita la morte del suocero né di permettere che la suocera diventi lo zimbello dei nemici: “Se sei un uomo, Servio, è a te che tocca il regno e non ai mandanti di questo atroce delitto. Adesso è ora di svegliarsi sul serio. Eravamo degli stranieri anche noi, eppure siamo arrivati a regnare: pensa a quello che sei, non a dove sei nato. Se per gli avvenimenti improvvisi non sai che decisione prendere, allora dà retta ai miei consigli” […] Poi, affacciandosi da una finestra del piano di sopra che dava sulla via Nuova, arringò il popolo. Invitò i sudditi a stare tranquilli rassicurandoli che il re, stordito da un colpo a tradimento, era già tornato in sé: il ferro non era penetrato molto in profondità e l’emorragia era stata bloccata. Presto lo avrebbero potuto rivedere. Nel frattempo, ordinava che obbedissero a Servio Tullio, il quale avrebbe amministrato la giustizia e svolto tutte le sue mansioni. Servio avanza con tanto di trabea e di littori, occupa la sedia regale ed emana verdetti a proposito di alcuni casi, fingendo invece di dover consultare il sovrano per altri. In questo modo, per alcuni giorni, pur essendo già Tarquinio passato a miglior vita, egli ne nascose la morte facendosi passare per un mero sostituto, quando invece stava consolidando il suo potere. Dopo un po’ di giorni la gente fu finalmente informata del luttuoso evento dai pianti che si alzavano dalla reggia. […] I figli di Anco, quando, dopo l’arresto dei sicari da loro prezzolati, vennero a sapere che il re era ancora vivo e che Servio godeva di così tanto favore, si erano già ritirati in volontario esilio a Suessa Pomezia», Ivi, passim.
Se Tarquinio aveva cominciato a trasformare Roma da poco più di un villaggio in una grande città simile a quelle etrusche, Servio la dotò della prima cerchia di mura — di cui sopravvivono alcuni resti — e contemporaneamente introdusse riforme fondamentali per allargare la partecipazione alla gestione del potere a diverse categorie di cittadini. Inoltre, per migliorare le condizioni della plebe, distribuì ai più poveri le terre conquistate ai nemici: è probabile che a questo sia dovuta la leggenda sulla sua origine servile. Quanto alla sua vita privata, si illuse di poter evitare che i discendenti legittimi di Tarquinio nutrissero nei suoi confronti lo stesso odio di quelli di Anco Marzio nei confronti del suo predecessore: perciò diede in moglie le sue due figlie, Tullia Maggiore e Tullia Minore, ai due giovani rampolli reali Lucio e Arrunte Tarquinio.
In copertina: Tanaquil. Dipinto di Domenico Beccafumi. Eseguito verso il 1519, è conservato nella National Gallery di Londra.
***
Articolo di Gabriella de Angelis

Docente di latino e greco nei licei e nei corsi dell’Università delle donne Virginia Woolf, si è dedicata alla rilettura dei testi delle letterature classiche in ottica di genere. All’Università di Aix-Marseille ha tenuto corsi su scrittrici italiane escluse dal canone. Fa parte del Laboratorio Sguardi sulle differenze della Sapienza. Nel Circolo LUA di Roma intitolato a Clara Sereni, organizza laboratori di scrittura autobiografica.
