La scrittura in giallo delle donne. Quando il crimine ha voce femminile

Sabato 11 aprile 2026, in una sala del Cinema Azzurro Scipioni di Roma, si è tenuto un incontro organizzato da una rete di associazioni e realtà culturali: Associazione Il Paese delle Donne, Fildis (Federazione Italiana Laureate e Diplomate Istituti Superiori), Alef (Associazione Leadership & Empowerment Femminile), Edizioni Le Assassine, Academy Azzurro Scipioni Ets e Luci sulla Scena Magazin. Il titolo era già un manifesto: La scrittura in giallo delle donne. Storia, biografie, sceneggiature, incontri, interviste. Come si sa, l’espressione “letteratura gialla” è tutta italiana e ha un’origine precisa. Nel 1929 la casa editrice Mondadori lancia una collana di romanzi polizieschi con una copertina di colore giallo acceso, una scelta grafica pensata per distinguersi sugli scaffali delle edicole. Il successo è immediato e il colore finisce per dare il nome all’intero genere. Ancora oggi, in nessun’altra lingua al mondo si usa questo aggettivo per indicare la narrativa poliziesca, infatti le persone anglofone parlano di crime fiction o thriller, le francesi di roman policier, le tedesche di krimi. Solo in italiano il crimine ha preso il colore del sole, o forse dell’ambra. Scegliere quel titolo — La scrittura in giallo delle donne — non è stato quindi solo un omaggio alla tradizione, ma è anche un gesto di riappropriazione. L’occasione è stata il cinquantesimo anniversario della scomparsa di Agatha Christie, morta il 12 gennaio 1976, ricordata in un articolo di Laura Candiani consultabile nel numero 369 di Vitamine vaganti. Il convegno, tuttavia, è andato molto oltre la celebrazione di una singola autrice, aprendo una riflessione più ampia e necessaria su quale spazio hanno avuto, nel tempo, le donne nella letteratura di genere poliziesco e quale spazio occupino tutt’oggi.

Locandina dell’evento Scrittura in giallo delle donne. Storia, biografie, sceneggiature, incontri, interviste
Copertina di La torre d’avorio di Paola Barbato edito da Neri Pozza e presente nella loro collana I narratori

Ad aprire i lavori, introdotta da Maria Paola Fiorensoli e Gabriella Anselmi, saggista e presidente dell’Associazione Il Paese delle Donne, è stata Paola Barbato, scrittrice di noir pluripremiata, reduce dal primo premio per romanzi editi al “NebbiaGialla Suzzara Noir Festival” 2025. La sua voce, anche se arrivata attraverso un video, è risuonata subito nella sua estrema lucidità, decisa e priva di vittimismo. «Io scrivo, scrivo con la testa», ha detto Barbato, «non ritengo che essere donna e scrittrice di gialli sia un problema. Alcuni vedono degli ostacoli, ma io no. Ci vuole una predisposizione a farlo. Se le mie opere vengono ritenute di valore, perché dovrei sentirmi ostacolata?». Una posizione che non è né ingenuità né negazione del problema strutturale, ma piuttosto una scelta consapevole di non lasciare che il genere diventi una gabbia identitaria. Per Barbato, la scrittura è un atto mentale prima ancora che biografico, e la sua produzione lo dimostra. Ne è esempio il romanzo La torre d’avorio, di cui ha parlato diffusamente. Al centro c’è una donna che ha costruito intorno a sé una struttura di difesa insieme mentale e fisica. Si è rinchiusa in una stanza per otto anni, convinta di non essere ancora “guarita” dalla malattia mentale che l’aveva spinta a compiere un gesto estremo, e quindi di essere ancora pericolosa per gli altri. La torre del titolo non è un edificio, ma è dentro di lei. Poi il meccanismo si inceppa, le viene attribuito un crimine che non ha commesso, proprio a causa della sua reputazione, e lei si ritrova costretta a fuggire, a fare i conti con il mondo esterno che aveva così accuratamente tenuto lontano. Il romanzo, ha spiegato la scrittrice, analizza le turbe mentali prevalentemente femminili e la situazione all’interno delle strutture carcerarie destinate alle donne, soprattutto un tipo particolare di sorellanza che si istituisce in tali circostanze, non quella che nasce dall’affinità elettiva, ma quella che emerge dalla condivisione del trauma. È una sororità che si forma negli interstizi del dolore e che per questo risulta tanto più autentica e complicata. Centrale, nella ricerca di Barbato, è il mondo delle Rems, le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, strutture che in Italia hanno sostituito i vecchi ospedali psichiatrici giudiziari. Per scriverne con precisione e rispetto, l’autrice ha sottolineato la necessità di un grado sottile di «vicinanza e separazione»: non si può lavorare per sentito dire, il risultato sarebbe troppo vago, generico. Serve una sponda vicina, qualcuno dall’interno, che sia un o una paziente, un operatore o una operatrice, un o una assistente, che sappia restituire la realtà della vita in quei luoghi. «Finché ho materia umana da indagare secondo le mie capacità, continuerò», ha concluso. «Facciamo parte della società e non possiamo ignorare l’esistenza del crimine e dei criminali. Bisogna comprendere che ci sono dei meccanismi che si possono disinnescare». Una visione che trasforma la letteratura nera in strumento di conoscenza e, forse, di prevenzione.

Maria Paola Fiorensoli, Gabriella Anselmi e Arianna Ciancaleoni
Copertina di Tra le righe della vita: tutti i misteri di Agatha Christie di Arianna Ciancaleoni edito da First Letter Editrice

Maria Paola Fiorensoli ha poi introdotto l’intervento della giovane scrittrice Arianna Ciancaleoni, autrice del volume Tra le righe della vita, tutti i misteri di Agatha Christie. Romana di formazione, laureata in traduzione letteraria e tecnico-scientifica, Ciancaleoni ha costruito nel tempo una carriera letteraria variegata e tenace, che affonda le radici nell’autopubblicazione e cresce attraverso concorsi, giurie, collaborazioni editoriali. Il suo esordio è nel 2014 con Lacrime di cioccolata, pubblicato prima su un blog e poi in self publishing. Quello che colpisce nella sua traiettoria è la varietà, passando per romanzi rosa, thriller e racconti gialli a puntate per la rivista dell’Associazione Chiaroscuro di Foligno, con un retelling moderno di Cappuccetto Rosso. Una scrittura che non si lascia ingabbiare in un solo genere e che alterna la leggerezza della commedia sentimentale alla tensione del noir. Dal 2020 pubblica con tre case editrici: More Stories, Bertoni Editore e Land Editore, e il suo romanzo Tutto è possibile a chi crede (2017) è entrato a far parte del Progetto Lettura presso il Carcere di Spoleto, segno di una letteratura che non teme di farsi conoscere in luoghi difficili. L’ammirazione per Agatha Christie ha radici lontane e profonde per Ciancaleoni. Sin da piccola leggeva i suoi gialli e proprio a lei si ispirava ogniqualvolta prendesse in mano una penna per scrivere un racconto. Per questo motivo, ha accettato con grande entusiasmo la proposta di produrre e pubblicare un libro che raccontasse la storia estremamente avvincente della vita di Agatha Christie, con First Letter Editrice. Un’opera dunque che indaga le zone d’ombra della biografia della scrittrice inglese, rivelando quanto la sua esistenza sia stata essa stessa un giallo, o almeno, una storia piena di depistaggi. È la scrittrice più tradotta al mondo, un primato che la pone al di sopra di qualsiasi possibile discussione sul suo valore letterario. Eppure anche lei, come molte delle sue colleghe, ha vissuto una doppia vita artistica che per lungo tempo è rimasta nascosta. La scrittrice britannica si è avvicinata al mondo dei farmaci e dei veleni lavorando come infermiera volontaria della Croce Rossa durante la Prima guerra mondiale. Lì ha visto rifugiati belgi, malati e medicine, un universo che avrebbe poi alimentato la sua immaginazione per decenni, fino alla creazione di alcuni degli avvelenamenti più celebri della storia della narrativa poliziesca. Christie non voleva, racconta Ciancaleoni, creare il classico investigatore geniale. Non le bastava la figura del poliziotto infallibile, voleva qualcosa di più sovversivo, così ha creato Hercule Poirot e Miss Marple, due personaggi radicalmente diversi tra loro, eppure accomunati da un tratto fondamentale: essere costantemente sottovalutati dagli altri. Poirot, il piccolo belga dai baffi impeccabili e le cellule grigie sopraffine; Miss Marple, la vecchietta di campagna che osserva e tutto capisce. Entrambi geniali, entrambi invisibili a causa dei pregiudizi altrui. E i due personaggi, Christie lo ha stabilito con fermezza, non avrebbero mai potuto incontrarsi, in nessun romanzo, in nessuna circostanza. La sua biografia è punteggiata di episodi che sembrano usciti dai suoi stessi romanzi. Il più clamoroso è la misteriosa scomparsa: per undici giorni, nel dicembre del 1926, la scrittrice sparì nel nulla. Quando fu ritrovata, stava soggiornando in un albergo termale, con un nome che sembrava rimandare a quello dell’amante di suo marito. Amnesia? Crisi nervosa? Un gesto deliberato, calcolato, in risposta al tradimento coniugale? Non lo ha mai detto con certezza. E c’è un altro segreto che Christie ha custodito per tutta la vita, il nome Mary Westmacott. Sotto lo pseudonimo ha pubblicato romanzi rosa (sei in totale) nei quali ha esplorato territori emozionali ben lontani dal giallo. Tra questi: Il deserto nel cuore, storia di una donna che si perde letteralmente nel deserto per riflettere sulla propria vita. Un romanzo che, ha osservato Ciancaleoni, racconta la crisi personale di Christie con una franchezza che non avrebbe mai potuto permettersi con il suo vero nome. Un ultimo dettaglio, inquietante nella sua lucidità, è che Christie aveva scritto in anticipo gli ultimi romanzi di entrambe le serie, per farli pubblicare dopo la propria morte e decidere, direttamente dall’aldilà, come avrebbero dovuto concludersi le storie dei due investigatori. Un gesto di controllo narrativo totale, di assoluta previdenza.

A seguire, l’intervento di Tiziana Elsa Prina, ideatrice e fondatrice delle Edizioni Le Assassine. Anche lei, in video, ha demolito con dati e nomi il luogo comune che vuole il crimine letterario come territorio maschile. «Spesso si collega la scrittura crime a scrittori uomini», ha esordito. «In realtà di scrittrici donne che si sono occupate di letteratura gialla ce ne sono tantissime, ma hanno fatto fatica a trovare il loro spazio». La storia che Prina ha tracciato parte da lontano, molto più lontano di quanto molte/i si aspettino. Il genere non nasce con Agatha Christie, né con Arthur Conan Doyle, né con Edgar Allan Poe (che pure viene tradizionalmente indicato come padre del giallo grazie ai suoi racconti con Auguste Dupin). Il vero atto fondativo, nella lettura di Prina, va cercato nel 1796, con la pubblicazione di I misteri di Udolpho di Ann Radcliffe, un romanzo gotico che ha fondato molte delle convenzioni narrative che il giallo avrebbe poi ereditato. È lì che nasce la paura come motore narrativo. Non la paura che immobilizza, che schiaccia, bensì quella che mette in moto dei meccanismi, che crea emozioni, sentimenti e idee. Le protagoniste di Radcliffe sono eroine imprigionate, sia fisicamente che socialmente, o addirittura sentimentalmente, ma che alla fine riescono a superare gli ostacoli. Donne che agiscono, che trovano una via d’uscita. Dopo il gotico, il giallo si ramifica. Nascono le gialliste inglesi, quelle della cosiddetta Golden Age tra le due guerre mondiali, ma anche una vivace tradizione tedesca, spesso dimenticata nei panorami anglocentrici della storia letteraria. Prina ha accennato a un’associazione in Germania, Mörderische Schwestern (Sorelle Assassine), composta esclusivamente da donne, dedicata al supporto della letteratura poliziesca scritta da autrici femminili. Un premio speciale viene assegnato dalla stessa associazione ogni tre anni a una figura (anche in questo caso una donna) che si è particolarmente distinta per la promozione e la valorizzazione della letteratura thriller e noir. Il cuore dell’intervento di Prina, però, è stata la presentazione del progetto editoriale delle Edizioni Le Assassine e in particolare di due collane: una dedicata alle scrittrici inglesi e americane non tradotte in passato, che porta finalmente in italiano voci fondamentali della tradizione anglosassone; l’altra, “Oltreconfine”, che guarda deliberatamente lontano dai circuiti mainstream per cercare autrici di ogni parte del mondo.
L’obiettivo, ha spiegato, è dare visibilità a voci che il mercato editoriale italiano ha ignorato, e al tempo stesso permettere a lettori e lettrici di capire le quotidianità delle altre persone, delle altre culture, i contesti geopolitici e sociali che altrove danno forma alla vita e quindi anche al crimine. Infatti, attraverso la lettura e l’analisi di opere definite di letteratura “gialla”, è possibile, secondo Prina, apprendere fondamenti antropologici della cultura di provenienza dell’autrice o dell’autore. Prina ha fornito alcuni esempi particolarmente interessanti di letture che raccontano un’intera società, come quella della scrittrice ceca Petra Klabouchová, che porta nei suoi thriller la Boemia meridionale, un territorio di confine che ha vissuto l’occupazione nazista, il comunismo, la transizione al capitalismo. Tutto questo peso storico si sedimenta nelle storie, trasformando il paesaggio in un personaggio a pieno titolo, che chi legge impara a conoscere andando avanti di pagina in pagina. Oppure l’esempio della scrittrice coreana Kim Jay. L’autrice ricopre anche il ruolo di vicepresidente dell’associazione degli autori di romanzi polizieschi in Corea del Sud ed è stata tradotta in Italia con il noir intitolato L’isola degli sciamani proprio per la collana “Oltreconfine”, nel 2022. Il romanzo si sviluppa tra la caotica città di Seul e la fittizia, nebbiosa e remota isola di Sambo. La storia segue l’indagine del profiler Kim Seong-ho, inviato sull’isola per far luce sulla misteriosa scomparsa di un uomo d’affari. Una volta sul posto, il protagonista si scontra con una comunità chiusa, dominata da antiche tradizioni, superstizioni locali e rituali sciamanici che ostacolano le ricerche. L’autrice racconta la tensione tra due Coree: la Seul ipertecnologica e globale, e i territori periferici dove le donne sono ancora confinate in ruoli di sudditanza. Il contrasto geografico diventa contrasto di genere e il crimine si annida esattamente nelle crepe tra questi due mondi.

Copertina L’isola dei sciamani di Kim Jay edito da Oltreconfine e presente nella collana Edizioni leAssasine

Prina cita pure la scrittrice Luisa Valenzuela, argentina, che porta nella narrativa poliziesca il realismo magico tipico della letteratura sudamericana. Le sue storie, tratte da eventi reali, sfumano continuamente nel confine tra il possibile e l’impossibile, tra cronaca e leggenda. “Oltreconfine” ospita anche la prima traduzione di una scrittrice del Botswana: Unity Dow. Oltre a essere un’autrice stimata, è una figura di spicco a livello internazionale, è un’attivista per i diritti umani, avvocata e prima donna a essere nominata giudice dell’Alta Corte del Botswana, ricoprendo successivamente la carica di Ministra nel governo del Paese. Il romanzo si intitola L’urlo dell’innocente e prende il via dalla misteriosa sparizione di Neo, una bambina di dodici anni, in un’area rurale del Botswana. La polizia liquida frettolosamente il caso parlando di un attacco di animali feroci. Cinque anni più tardi, una giovane tirocinante ritrova per caso in un ambulatorio medico una scatola sigillata contenente indumenti che smentiscono la versione ufficiale, sollevando il velo su una verità agghiacciante e profondamente radicata nella comunità. Il thriller porta alla luce fatti reali risalenti al 1971, ancora oggi comuni in luoghi remoti di quella regione, ovvero gli omicidi rituali commissionati da uomini politici o uomini d’affari per rafforzare il proprio potere. Una violenza che affonda le radici in sistemi di credenza e strutture di potere antichissimi.

Da citare ancora, Bahaa Trabelsi, nata a Rabat, nota giornalista, intellettuale e attivista per i diritti delle donne e della società civile. Il suo romanzo tradotto nella collana “Oltreconfine” si intitola La sedia del custode. L’opera ha vinto il prestigioso premio letterario Sofitel in Marocco, assegnato da una giuria presieduta dal celebre autore Tahar Ben Jelloun. Il libro, ambientato nella città di Casablanca, racconta la storia di un feroce serial killer psicopatico. Sulle sue tracce si mettono un commissario di polizia tormentato e una giovane giornalista coraggiosa. La scrittrice usa il thriller per analizzare le trasformazioni dell’Islam nel suo Paese: come da una pratica religiosa moderata si sia scivolati verso forme più rigide e intolleranti, e come questo scivolamento abbia cambiato concretamente la vita quotidiana delle donne. Le sfumature, ha sottolineato Prina, sono tutto: non si tratta di un racconto manicheo, ma di una mappa delle contraddizioni.

Copertina La sedia del custode di Bahaa Trabelsi edito da Oltreconfine e presente nella collana Edizioni LeAssassine

Non è un caso che l’evento sia stato organizzato nell’anno dell’anniversario della morte di Agatha Christie. È un gesto simbolico che suggerisce che il lascito di quella donna straordinaria non vada semplicemente celebrato con una corona di fiori, ma con il lavoro vivo delle donne che continuano, oggi, a occupare quello spazio all’interno della letteratura gialla mondiale. Suggerisce di non aspettare che i grandi circuiti riconoscano il valore di ciò che si fa, ma di creare spazi propri, costruendo reti e portando avanti il lavoro con tenacia. Alla luce degli interventi avvenuti durante il convegno, si può concludere che il giallo non sia evasione, ma indagine. È comprensione dei meccanismi attraverso cui le società producono violenza, dolore e ingiustizia. È una forma di conoscenza che ha bisogno di sguardi diversi, di esperienze diverse, di corpi diversi. Le donne che hanno scritto e scrivono di crimine non stanno invadendo un territorio altrui. Stanno restituendo alla letteratura nera la complessità del reale, fatta anche di corpi femminili, di strutture carcerarie femminili, di traumi che si tramandano da donna a donna, di sorellanze che nascono nel dolore. E forse il giallo, come ha mostrato Christie con Miss Marple, ha sempre saputo che le più acute osservatrici sono quelle che gli altri si ostinano a sottovalutare.

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Articolo di Desirée Rizzo

Specializzata in Editoria e scrittura presso l’Università di Roma La Sapienza, con una tesi in comunicazione politica e giornalismo internazionale, e laureata in Beni culturali storico-artistici, si occupa di scrittura e produzione di contenuti culturali. Appassionata di arte e cinema, è calabrese e attraverso il suo lavoro cerca di restituire storie della sua terra, in particolare di donne e di narrazioni rimaste ai margini.

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