Corpi consumati. Il legame fra femminismo e antispecismo

«Non è solo il corpo degli altri esseri umani che agli uomini viene insegnato a dominare, anche gli animali non umani sono visti come inferiori rispetto alla gerarchia del dominio patriarcale» (da un articolo su Medium, Patriarcato e specismo). L’architettura dell’oppressione non si ferma mai ai confini della specie. Esiste una logica tentacolare e pervasiva, intrinseca alla cultura patriarcale, che accomuna la reificazione del corpo femminile all’oggettivazione di quello animale, riducendo il vivente a mera risorsa da consumare, controllare e silenziare. Decostruire questa matrice significa riconoscere che femminismo e antispecismo non sono lotte parallele, ma filamenti di una stessa urgenza politica e filosofica: un’intersezionalità radicale che rifiuta ogni forma di gerarchia antropocentrica. Questa correlazione prende vita in una puntata di Considera l’armadillo, la trasmissione radiofonica condotta da Cecilia Di Lieto, dedicata al libro Sorellanza. Femminismo e antispecismo di Martina Miccichè. In questo dialogo, il femminismo smette di essere una lotta confinata dentro i margini dell’umano e diventa una pratica politica aperta, capace di prendere in considerazione ogni pratica inferta dal dominio patriarcale. Se i movimenti transfemministi nascono dal desiderio profondo di liberarci dall’oppressione di genere, allora non possiamo fare a meno di chiederci: chi stiamo davvero includendo e chi, invece, stiamo continuando a lasciare indietro?

La conversazione tocca nodi delicati e cruciali — dal modo in cui usiamo le parole alla violenza della caccia, dal valore del consenso fino allo sfruttamento animale — mostrandoci come lo specismo non si limiti a essere questione morale o alimentare, ma una scelta politica viva e attuale più che mai. Praticare antispecismo significa ascoltare il modo in cui gli animali non umani vengono nominati e ingabbiati in catene produttive che li riducono a cibo, forza lavoro o intrattenimento; significa, soprattutto, guardare quei corpi e riconoscere che non sono oggetti inermi, ma individui capaci di desiderare, di amare, di stringere legami: ma se alcuni corpi possono essere usati, consumati, posseduti o messi a profitto, chi decide dove passa il confine tra soggetto e oggetto? 

È in questo sguardo che il femminismo incontra l’antispecismo, nell’intima ribellione contro l’idea che un corpo possa esistere per qualsiasi forma di compiacimento altrui. Il corpo da esibire, il corpo da possedere, il corpo costretto a riprodursi, il corpo da consumare: non sono storie separate, bensì ferite diverse impresse dallo stesso potere, pratiche di una violenza che si annida nei nostri gesti quotidiani, nelle immagini che guardiamo, nelle parole che scegliamo per esprimerci. Abitare una prospettiva femminista anti-specista ci protegge dal rischio di paragoni superficiali, si tratta di riconoscere la stessa sofferenza alla radice: la cancellazione dell’identità, la frammentazione dei corpi, la loro riduzione a cose a disposizione di altri. 

Lo specismo, infatti, agisce come una struttura culturale che esclude gli animali non umani dalla sfera della piena considerazione morale, riducendoli a risorse sacrificabili nonostante la loro evidente capacità di provare dolore, amore e desiderio di vita; una logica utilitaristica che trova un riflesso speculare nella grammatica del patriarcato, dove i corpi femminili vengono storicamente definiti attraverso la loro utilità per altri — corpi da guardare, controllare, possedere e far riprodurre. In entrambi i sistemi avviene una dolorosa dissociazione che separa l’individuo dalla sua volontà, un processo che Carol J. Adams, nel suo fondamentale The Sexual Politics of Meat, ha battezzato come “referente assente”: quel meccanismo per cui l’animale scompare nel momento stesso in cui diventa carne, trasformando una vita interrotta in un prodotto commerciale e sostituendo nel linguaggio parole come muscolo o sofferenza con termini rassicuranti e socialmente accettati come bistecca o prosciutto. Questa stessa frammentazione ferisce i corpi femminili nelle rappresentazioni mediatiche, parcellizzati da uno sguardo che isola bocche, gambe o seni per renderli superfici consumabili, un’oggettivazione che l’immaginario contemporaneo della pubblicità e del food porn ha persino fuso insieme, erotizzando il consumo di carne e spettacolarizzando il controllo sulla materia attraverso un’estetica dell’eccesso in cui il desiderio si edifica sulla cancellazione della soggettività altrui. Il nodo si stringe ulteriormente nel legame storico tra il consumo di carne e il mito della mascolinità egemonica, in cui la compassione viene “femminilizzata” e svalutata, mentre il vigore viene “mascolinizzato” e premiato; l’uomo è così educato a reprimere la propria vulnerabilità, al punto che il rifiuto di consumare animali può essere deriso come una minaccia alla virilità.

Una vera prospettiva intersezionale deve quindi ripensare il linguaggio stesso come spazio di resistenza politica e rifiutare formule come “animale da reddito” o “capo di bestiame” che convertono esistenze in categorie economiche, esattamente come accade quando una donna viene definita solo attraverso la sua presunta funzione biologica o estetica. Qui le riflessioni femministe sulla riproduzione, sul consenso e sul lavoro di cura dovrebbero convergere naturalmente con l’antispecismo, interrogando il diritto di un sistema di decidere cosa un corpo debba essere per qualcun altro, ma abitare questa visione non significa rincorrere una sterile purezza o alimentare la colpa individuale, poiché le nostre scelte avvengono dentro filiere complesse e disuguaglianze materiali. La responsabilità a cui siamo chiamati coincide piuttosto con la disponibilità a vedere ciò che siamo stati educati a ignorare — l’animale dietro il prodotto, la persona dietro il corpo oggettivato, la Terra dietro l’idea di risorsa — spostando radicalmente le domande: non ci si chiede più soltanto cosa mangiamo, ma quali corpi abbiamo imparato a considerare disponibili, e quale idea di giustizia possa esistere se continuiamo a fondarla sull’esclusione di specie. In questo cammino, la liberazione femminista e quella animale si riconoscono dentro una critica comune al dominio patriarcale, specista e capitalista, rifiutando di chiudersi ognuna nel proprio recinto, perché il dominio funziona proprio quando riesce a rendere invisibile la vita di chi subisce, trasformando un animale in carne, una donna in oggetto e la Terra in profitto. Disfare questo meccanismo richiede molto più di una scelta privata o di una dieta: richiede una rivoluzione profonda dello sguardo, delle pratiche e delle relazioni, per accorgerci finalmente di quei corpi, riconoscerli vivi e assumerci la responsabilità di proteggerli.

In definitiva, la convergenza tra femminismo e antispecismo ci invita a smantellare la radice stessa del privilegio antropocentrico e patriarcale. Non si può curare una ferita ignorando l’architettura dell’arma che l’ha inferta: pretendere la fine dell’oggettivazione del corpo femminile continuando a legittimare la reificazione di quello animale significa, di fatto, accettare la validità del dominio in quanto metodo. I contributi di Carol J. Adams e Martina Miccichè ci dimostrano che la vera “sorellanza” non può essere un recinto confinato alla biologia umana, bensì una pratica di solidarietà radicale capace di attraversare i confini di specie. Riconoscere l’animale non umano come soggetto, e non come risorsa, significa sottrarre al potere la sua arma più potente: la capacità di decidere chi ha diritto all’esistenza e chi è riducibile a merce. La sfida del transfemminismo antispecista si colloca esattamente in questo punto di non ritorno: rifiutare un’empatia selettiva per abbracciare una giustizia globale. Solo quando scardineremo l’idea che un corpo possa esistere per il profitto o il compiacimento altrui, potremo dire di aver aperto la strada a una liberazione autentica. Una liberazione in cui nessun vivente sia più lasciato indietro e dove la libertà di ciascuno trovi il proprio fondamento nel rispetto intangibile dell’altro.

Copertina: foto di Chuko Cribb su Unsplash

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Articolo di Nicole Maria Rana

Nata in Puglia nel 2001, studente alla facoltà di Lettere e Filosofia all’Università La Sapienza di Roma. Appassionata di arte e cinema, le piace scoprire nuovi territori e viaggiare, fotografando ciò che la circonda. Crede sia importante far sentire la propria voce e lottare per ciò che si ha a cuore.

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