Cinquanta anni dal disastro di Seveso e il suo legame con la legge 194/78

Il 10 luglio 2026 si commemora il 50esimo anniversario di uno dei più gravi disastri ambientali del nostro Paese.
Tutto ebbe inizio sabato 10 luglio 1976 all’interno dello stabilimento dell’azienda Icmesa che si trovava nel comune di Meda, al confine con Seveso: il sistema di controllo del reattore che produceva triclorofenolo andò in avaria e non permise il corretto raffreddamento della massa. Essendo venuto a mancare il controllo termico, la temperatura del reattore salì oltre i 500 gradi e questo innestò una reazione chimica che trasformò il triclorofenolo in diossina Tcdd, composto altamente tossico. L’elevata temperatura e l’aumento della pressione nel reattore causarono un’esplosione che disperse la sostanza chimica nell’atmosfera.
Da sabato 10 luglio, giorno dello scoppio del reattore, gli effetti sulla popolazione furono subito evidenti, in quanto ci fu un aumento esponenziale di casi di cloracne, una grave dermatosi provocata proprio dall’esposizione a sostanze tossiche, come la diossina, che si manifesta con eruzioni pustolose, comedoni multipli e piccole cisti e si iniziò a registrare una moria di uccelli e piccoli animali domestici.
Nella serata di giovedì 15 luglio, il sindaco di Seveso emise una prima ordinanza d’emergenza e venerdì 16 vennero effettuati i primi ricoveri delle persone intossicate. Sabato 17 il sindaco divulgò una seconda ordinanza per l’abbattimento degli animali e la distruzione delle piante contaminate; le cittadine e i cittadini vennero informati del disastro con un piccolo articolo pubblicato sul Corriere della Sera che così recitava: «Un intero quartiere di Seveso è stato dichiarato zona invasa dai gas tossici, con un’ordinanza emessa ieri sera dal sindaco della città. Nell’ordinanza il sindaco Rocca vieta agli abitanti della zona di ingerire prodotti ortofrutticoli, o comunque a contatto con il terreno della zona. Sarà inoltre vietato alla popolazione di toccare animali od ortaggi provenienti da San Pietro ed è fatto obbligo di osservare una scrupolosa igiene e pulizia personale avvalendosi di acqua sterilizzata mediante bollitura».
Non si conosceva ancora l’entità della fuga di diossina che all’inizio venne stimata in 300 grammi e successivamente rivalutata tra i 15 e i 30 kg. L’accaduto gettò nel panico la popolazione che si sentiva abbandonata e senza informazioni precise su cui fare affidamento.
Domenica 18 luglio il pretore di Desio aprì un’inchiesta e l’azienda Icmesa venne chiusa su ordinanza del sindaco. Lunedì 19 luglio la moria di animali e piante si estese a Baruccana e furono inviati due esperti da Zurigo per le analisi del caso e il riconoscimento della sostanza tossica implicata nell’incidente. Martedì 20 luglio iniziarono a morire animali anche a Cesano Maderno e fu identificata la diossina Tcdd come sostanza responsabile del disastro.
Mercoledì 21 l’assessore regionale alla sanità si recò a Seveso per una riunione d’emergenza a cui seguì l’arresto del direttore e vicedirettore dell’Icmesa per disastro colposo. In quello stesso giorno fu chiuso al traffico il quartiere di San Pietro. Venerdì 23 non erano ancora stati presi provvedimenti d’emergenza per la popolazione e in serata i tecnici dell’azienda Icmesa definirono la situazione come “gravissima”.
Sabato 24, visti gli accertamenti tecnici e i risultati delle analisi, si decise di sgomberare un’area di 15 ettari. Domenica 25 le zone evacuate vennero recintate e controllate dai militari.

Seveso, 1976
Seveso, 1976

Tra il 26 luglio e il 4 agosto 1976 vennero sfollate circa 670 persone e collocate provvisoriamente in alcuni hotel di Milano: molte di loro poterono rientrare nelle loro case bonificate solo verso la fine del 1977, mentre 41 famiglie non rividero più le proprie abitazioni, che vennero abbattute e ricostruite.
In un’intervista anonima, un residente dichiarò: «Eravamo una famiglia di cinque persone, noi. Una bella mattina è arrivato l’esercito, ci hanno portato in un motel. Non saremmo mai potuti tornare nella nostra casa e lo sapevamo. Fino al giorno prima mangiavamo l’insalata, noi: l’insalata del nostro orto che cresceva rigoglioso davanti all’Icmesa. Siamo stati lì dieci giorni a mangiare diossina, mentre i criminali decidevano cosa fare delle nostre vite, dei loro soldi, dei loro affari, della loro reputazione – non in quest’ordine».
Secondo il parere dell’Istituto Superiore di Sanità la diossina Tcdd può causare danni al sistema nervoso, a quello cardiocircolatorio, al fegato e ai reni e nelle donne incinte può provocare malformazioni fetali o aborti precoci.
Gli studi scientifici effettuati anni dopo il disastro hanno rilevato un aumento significativo di casi di neoplasie del tessuto linfatico ed emopoietico, linfomi non-Hodgkin e leucemie.

Aree Seveso. Licenza Creative Commons di Wikipedia

Al momento dell’incidente, però, le conseguenze dell’esposizione alla diossina non erano ancora note, poiché, trattandosi di una sostanza altamente tossica, non erano mai stati effettuati studi sugli organismi viventi: le poche ricerche sulla diossina arrivarono in Italia dalla National Academy of Sciences. Questi lavori riportavano effetti tossici sugli animali, ma anche effetti teratogeni su embrioni e feti, quindi fu reso noto che l’esposizione alla diossina poteva causare alterazioni nel normale sviluppo fetale.
L’informazione arrivò alle gestanti: il bombardamento mediatico e la mancanza di informazioni chiare e certe gettarono di nuovo la popolazione nel panico. Sui giornali comparvero le opinioni di giornalisti uomini e cardinali tanto inutili quanto non richieste: c’era chi parlava di aborto eugenetico e chi faceva appelli per proporsi di adottare “un bambino nato deforme”. L’unica cosa certa era che ai tempi in Italia l’aborto era reato ed era punito dal codice penale come delitto contro l’integrità e la sanità della stirpe e prevedeva la reclusione da 2 a 5 anni sia per la donna richiedente che per il medico praticante.
La Corte Costituzionale, con sentenza 27/1975, aveva posto delle deroghe al divieto assoluto di interruzione volontaria di gravidanza, ma tra queste non rientrava la fattispecie del disastro ambientale e intossicazione della gestante. 
Nonostante questo, il 7 agosto 1976 il ministro della Sanità Luciano Dal Falco e il ministro della giustizia Francesco Paolo Bonifacio, ottenuto il consenso del Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, autorizzarono l’aborto terapeutico per le donne colpite dal disastro che ne avessero fatto richiesta. Non furono molte le donne che scelsero di ricorrere all’aborto: la maggior parte venne seguita all’interno della Clinica Mangiagalli di Milano e presso l’Ospedale di Desio. Il materiale abortivo venne poi inviato in Germania Ovest, a Lubecca, per ulteriori controlli, da cui non emersero malformazioni evidenti, ma non era comunque possibile escludere lo sviluppo di anomalie in stadi successivi dello sviluppo fetale, qualora la gravidanza fosse stata portata a termine. I risultati delle analisi, quindi, non misero a tacere le polemiche: il numero esiguo di campioni, i feti che si trovavano a stadi diversi di sviluppo e la non integrità del materiale abortivo non consentirono di giungere a conclusioni certe, motivo per cui il dibattito si fece fortemente acceso, poiché molti contestarono l’aver concesso l’opportunità di ricorrere all’aborto terapeutico in assenza di evidenze scientifiche solide.

Prelievi di sangue nell’ambulatorio di Seveso. Crediti: https://www.boscodellequerce.it/wp-content/uploads/2022/12/RS_1976.pdf

Già all’inizio degli anni Settanta il movimento femminista premeva per veder riconosciuta la possibilità di abortire legalmente a tutte le donne italiane e la promulgazione di una legge in tal senso. Il disastro di Seveso riportò in auge la necessità di una regolamentazione dell’aborto attraverso le leggi dello Stato che non poteva più rimanere indifferente di fronte a un vuoto normativo e al rischio a cui andavano incontro le donne che decidevano di abortire clandestinamente. Le pressioni dell’opinione pubblica e delle attiviste femministe portarono quindi all’emanazione della legge 194 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza” il 22 maggio 1978, neanche due anni dopo il disastro ambientale di Seveso: si trattò di una legge di compromesso, oggi messa in discussione per diversi aspetti tra i quali l’obiezione di coscienza. Nonostante tutto, questa legge permise di abrogare gli articoli del codice penale che consideravano l’interruzione volontaria della gravidanza un delitto e fu riconosciuto il diritto per la donna di ricorrere all’aborto nelle circostanze previste dagli articoli 4 (interruzione della gravidanza nei primi 90 giorni) e 6 (interruzione della gravidanza dopo i primi 90 giorni – aborto terapeutico).
Da allora molti passi avanti sono stati fatti per garantire l’autodeterminazione e il diritto di scelta sul proprio corpo, ma ad oggi si riscontrano ancora gravi negligenze, ospedali che non rispettano la legge e non assumono personale non obiettore, oltre alla violenza psicologica cui sono sottoposte le persone che richiedono l’accesso all’aborto.
La lotta per i diritti, quindi, non si deve fermare.

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Articolo di Elisabetta Uboldi

Laureata in Ostetricia, con un master in Ostetricia Legale e Forense, vive in provincia di Como. Ha collaborato per quattro anni con il Soccorso Violenza Sessuale e Domestica della Clinica Mangiagalli di Milano. Ora è una libera professionista, lavora in ambulatorio e presta servizio a domicilio. Ama gli animali e il suo hobby preferito è la pasticceria.

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