Editoriale. Paesaggire

Ho incontrato il verbo “paesaggire” solo di recente e ammetto la mia colpa. Perché si tratta di un neologismo che il poeta veneto Andrea Zanzotto ha ideato nel 1968.
Paesaggire è una “parola-azione” che si basa sul confronto delle molteplici relazioni tra noi esseri umani e la realtà naturale circostante. Che non è solo uno spazio da ammirare, ma in cui riflettere sulle azioni consumate, sui fatti accaduti. Il paesaggio contiene memoria, le nostre memorie, diviene luogo di ciò che si è compiuto. Non sempre — potremmo dire quasi mai — in bene.
Il paesaggio è minacciato dalle azioni umane e a noi chiede aiuto e buon senso e lungimiranza. Lo fa, in maniera sempre più pressante e assordante, con frane, smottamenti, esondazioni, allagamenti, devastazioni, tragedie, tutti risultati dei cambiamenti climatici in atto e risposte “esplosive” a quanto il genere umano impone da tempo in modo dissennato e miope. Ma il paesaggio chiede aiuto pure con dolorosi silenzi come quello, per esempio, del ghiacciaio della Marmolada, luogo anch’esso di recenti disgrazie trasformate, in nome di un turismo cinico e predatorio, in occasioni di attrazione. Il ghiacciaio si riduce, lo dimostrano addirittura le mie fotografie, scattate nel corso degli ultimi trent’anni e senza alcun intento di documentazione scientifica. Lo testimoniano in modo inequivocabile. Di anno in anno quel fiume bianco ingrigisce, diminuisce e si assottiglia, divenendo un modesto ricordo di quello che, solo qualche tempo fa, era un gigante nobile.
Non se ne abbia a male il poeta Andrea Zanzotto se utilizzo in maniera libera, a modo mio, il senso del suo neologismo paesaggire. Credo che capirebbe. Come capirebbe che il suo verbo quasi ottant’anni fa, molto prima di essere inventato da lui, trovò casa nella nostra Costituzione. Lo dimentichiamo di continuo, quando non lo ignoriamo del tutto. Per questo vale la pena ricordare che le nostre Madri e i nostri Padri costituenti, con altre parole e altre formule, introdussero il valore del “paesaggire” nella Carta costituzionale. Nell’articolo 9 per la precisione, che assegna allo Stato e alle sue istituzioni il compito di tutelare il paesaggio, oltre che il patrimonio storico e artistico della Nazione. Ritennero che lo Stato e le persone chiamate a guidarlo dovessero avere la capacità, il compito e la funzione di difendere, proteggere e salvaguardare ciò che ci circonda. Paesaggire, appunto. E invece l’articolo 9 resta uno dei punti più disattesi. 
Madri e Padri costituenti affrontarono il tema attraverso la parola paesaggio, volendo con essa comprendere tutta la realtà naturale circostante. Noi, a distanza di quasi ottant’anni e con maggiori conoscenze e riflessioni in proposito, abbiamo continuato a percorrere quel solco affiancando nel 2022, alla parola paesaggio, i termini ambiente, biodiversità, ecosistemi, mondo animale e guardando al futuro: «anche nell’interesse delle future generazioni» recita il nuovo testo ampliato dell’articolo 9 (qui l’articolo in merito a firma della Direttrice Sara Marsico).
Il termine paesaggio è stato il punto d’inizio di una visione nuova e lungimirante, l’aggiunta di altri vocaboli ha allargato, ora, le prospettive introducendo consapevolezze e conoscenze più scientifiche. 
Paesaggiare — e sempre Andrea Zanzotto non me ne voglia troppo — ha in sé il senso di una maggiore presa di coscienza collettiva, da richiamare sempre e con sempre maggiore forza per evitare intoppi, sviste, colpevoli omissioni e altrettante colpevoli e miopi svolte e ripensamenti. La crescente, rinnovata e attuale attenzione verso i combustibili fossili, ritenuti fondamentali per rendere il Paese indipendente dal punto di vista energetico, fa pensare che l’articolo 9 incontri ancora grandi ostacoli e non lo si voglia comprendere. Anzi lo si ritenga un bell’impaccio e impiccio. 
Salute dell’ambiente e salute di cittadine/i devono camminare a braccetto, salute dell’ambiente e crescita economica non devono essere pensate come alternative ma come risorse per un reale cambiamento. Ognuna/o di noi è chiamato a paesaggire, vigilando e sollecitando un impegno istituzionale a cambiare rotta verso azioni virtuose non più rimandabili.
Anche questo sarebbe un modo corretto di paesaggire.

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Il nuovo numero di Vitamine Vaganti propone un percorso tra impegno civile, arte, cultura e memoria, che si apre con un focus dedicato a figure femminili capaci di incidere profondamente sulla società.
Saiza Nabarawi fu una giornalista e femminista egiziana, tra le principali figure del femminismo arabo. Dedicò la sua vita alla promozione dell’uguaglianza, alla tutela dei diritti delle donne e alla difesa dei diritti umani.
Solange Lusiku Nsimire «Sono qui per denunciare e chiedere come una sentinella che vigila» ripercorre la vita della giornalista e attivista congolese, impegnata nella difesa della libertà di stampa, della giustizia sociale e dei diritti delle donne. Nonostante minacce e persecuzioni, continuò a denunciare le ingiustizie, diventando un simbolo di coraggio e di resistenza. 
Hannah Arendt. Filosofa, storica, politologa ricostruisce la vita e il pensiero della filosofa, evidenziando la sua riflessione sul totalitarismo, la libertà e la responsabilità individuale, e il valore del pensiero critico nella difesa della democrazia. 
Il secondo Ottocento pugliese: le scrittrici. Prima parte riscopre le vite e le opere di alcune scrittrici pugliesi che, tra Risorgimento e primo Novecento, usarono la scrittura come strumento di espressione, emancipazione e partecipazione al dibattito pubblico, contribuendo alla vita culturale e sociale del loro tempo.
(Pre)Potenti
 analizza le dinamiche del potere autoritario, patriarcale e neoliberale, invitando a riconoscerne i meccanismi per promuovere modelli di leadership più inclusivi e democratici.
Cinquanta anni dal disastro di Seveso e il suo legame con la legge 194/78 ripercorre il disastro ambientale del 10 luglio 1976 e le sue conseguenze sanitarie e sociali, approfondendo il ruolo che ebbe nel dibattito che portò all’approvazione della legge 194/1978.

La memoria e l’impegno civile trovano poi un’ulteriore espressione nell’arte, che diventa mezzo di denuncia, riflessione e interpretazione della realtà:
L’umanità sofferente di Bianca Orsi racconta la vita e l’opera della scultrice e partigiana, la cui arte denuncia guerra, violenza e ingiustizie e restituisce dignità e voce alla resistenza; Non più vittime. Il volto della resistenza femminile negli scatti del World Press Photo riflette sul ruolo del fotogiornalismo nel raccontare le donne come protagoniste di resistenza, giustizia e cambiamento. Chiudiamo la sezione con Scatti urbani. Caserta, che offre uno sguardo sulla città attraverso fotografie in bianco e nero.

Proseguiamo con una sezione dedicata alla cultura nelle sue molteplici espressioni, dall’arte alla musica, dal cinema alla storia, fino ai temi del diritto e della comunicazione.
Uno strumento perfetto valorizza la straordinaria tradizione musicale di Modena, una vera patria del belcanto grazie alle numerose cantanti liriche che si sono affermate nel corso dei secoli. Dalle artiste del Seicento fino a Mirella Freni, l’articolo mette in luce il talento e il ruolo delle musiciste modenesi, protagoniste della scena lirica nazionale e internazionale.
Film 1966. Un anno d’oro per la cinematografia italiana e internazionale. Parte prima ripercorre i principali capolavori del cinema italiano usciti nel 1966, dagli spaghetti western alle commedie, fino ai grandi film d’autore. L’articolo racconta un’annata straordinaria che ha lasciato un segno indelebile nella storia del cinema grazie a registi e interpreti di fama internazionale. 
L’antica Grecia in cucina. Filosofia e realtà esplora il rapporto tra alimentazione, filosofia e società nell’antica Grecia, mettendo a confronto gli ideali di moderazione con le abitudini quotidiane di Spartani e Ateniesi. Attraverso l’esempio del pesce mostra come pregiudizi sociali e culturali abbiano influenzato perfino il pensiero medico e filosofico, trasformando il cibo in un simbolo di valori e gerarchie.

Concludiamo la rassegna con due articoli accomunati dai temi della memoria, dell’educazione e del rapporto con il territorio. 
Montagna d’altri tempi rievoca il ricordo di un’estate d’infanzia trascorsa nelle Valli di Lanzo, dove la scoperta della montagna, della natura e della transumanza lascia nell’autrice un legame profondo e duraturo. Rievocando un mondo ormai scomparso, esalta la bellezza delle esperienze semplici e il valore dei paesaggi e delle tradizioni di un tempo.
Un uovo di oca riflette sul valore dell’apprendimento esperienziale, contrapponendo una scuola aperta alla curiosità a una visione eccessivamente orientata al controllo.

Buone letture a tutte e tutti!
Sara Fusco

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Articolo di Barbara Belotti

Dopo aver insegnato per oltre trent’anni Storia dell’arte nella scuola superiore, si occupa ora di storia, cultura e didattica di genere e scrive sui temi della toponomastica femminile per diverse testate e pubblicazioni. Fa parte del Comitato scientifico della Rete per la parità e della Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Roma.

Sara Fusco

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.

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