L’antica Grecia in cucina. Utensili, stoviglie e reperti

Quando si studia la civiltà greca antica, è facile lasciarsi affascinare dai grandi monumenti, dalle statue marmoree, dai testi filosofici. Eppure, a volte, sono gli oggetti più umili a raccontare le storie più autentiche. Una brocca d’argilla trovata in una tomba, un mortaio consumato dall’uso, un’anfora decorata con una scena di banchetto. Questi reperti possono aprire per noi una finestra sulla vita quotidiana degli antichi Greci con una concretezza che nessun testo scritto può eguagliare. La cucina, in particolare, è uno di quegli spazi dove la storia si fa materiale, tangibile e dove i momenti della quotidianità spesso oscurati prendono vita rivelando particolari di una vita che non avremmo potuto immaginare diversamente.
Prima di parlare degli oggetti, vale la pena immaginare lo spazio in cui venivano usati. La cucina nell’antica Grecia non era un luogo di rappresentanza. Era un ambiente di servizio, spesso collocato in una parte secondaria della casa, lontano dai locali in cui si ricevevano gli ospiti. Nelle abitazioni più modeste, la cucina coincideva con il cortile interno, dove si accendeva il fuoco all’aperto per evitare il fumo all’interno. Nelle case più lussuose esisteva un ambiente dedicato, ma restava comunque uno spazio funzionale, privo di decorazioni, dominato dal fuoco e dagli strumenti del lavoro quotidiano. Il focolare era il cuore pulsante di questo spazio. Non si trattava di un camino nel senso moderno, ma di una struttura bassa, spesso semplicemente un piccolo fosso nel terreno o una piattaforma di pietra o argilla al centro della stanza, attorno a cui si disponevano le pentole e gli spiedi. Il fumo usciva da aperture nel tetto o dalle finestre, rendendo la cucina un ambiente caldo, annerito e perennemente pervaso dall’odore del fuoco.

Assortimento di piccoli oggetti quotidiani in ceramica

Se c’è un materiale che domina la documentazione archeologica della cucina greca, è la ceramica. I Greci erano maestri vasai, e la varietà di forme che produssero per usi culinari è straordinaria. Ogni tipo di vaso aveva un nome preciso, una funzione specifica e spesso una decorazione che rifletteva l’uso a cui era destinato. La ceramica greca si divide grossolanamente in due categorie. La prima è quella fine, destinata alla tavola, ai simposi oppure a templi e santuari in forma di offerta agli dei, spesso decorata con scene figurate in stile a figure nere o rosse. La seconda è quella grossolana, destinata alla cucina vera e propria, realizzata con argille più resistenti al calore e priva di decorazioni elaborate. Questa distinzione non era solo estetica ma anche funzionale: le argille utilizzate per i vasi da fuoco venivano scelte per la loro capacità di sopportare le alte temperature senza rompersi.

Tra i vasi da cucina più diffusi troviamo la chytra, una pentola panciuta con un’apertura larga, usata per bollire cibi e cuocere zuppe e legumi. Simile ma più profonda era la lopas, una sorta di tegame basso con coperchio, usato per cuocere carni e pesci in umido. Entrambi questi recipienti erano prodotti in ceramica grossolana, resistente al fuoco, e mostrano spesso tracce di annerimento da fiamma, prova diretta del loro uso sul focolare.

Anfore da trasporto

Accanto ai vasi da cottura, un ruolo fondamentale era svolto dai contenitori per la conservazione e il trasporto degli alimenti. Il più celebre di questi è senz’altro l’anfora, il grande vaso a due manici che i Greci usavano per conservare e trasportare olio d’oliva, vino, olive in salamoia e altri prodotti. Il cratere era invece il grande vaso usato durante i simposi per mescolare il vino con l’acqua, operazione considerata indispensabile per un consumo civilizzato della bevanda. I crateri potevano essere enormi, capaci di contenere decine di litri, e spesso erano i pezzi più decorati dell’intero servizio da simposio. Le scene che li ornano, cacce, battaglie, banchetti, cortei dionisiaci, sono oggi tra le fonti iconografiche più ricche per la conoscenza della vita quotidiana greca.

L’idria era invece il vaso destinato all’acqua, caratterizzato da tre manici: due laterali per sollevarlo e uno posteriore per versare. Le idrie venivano usate per attingere acqua dalle fontane pubbliche, trasportarla a casa e mescolarla al vino durante i pasti. Anche in questo caso, le idrie più elaborate erano oggetti di pregio, decorate con cura e utilizzate in contesti di rappresentanza.

Il momento del simposio richiedeva una strumentazione specifica e riconoscibile. La coppa per eccellenza del mondo greco era la kylix, una coppa larga e bassa con due manici orizzontali, poggiata su un piede sottile. La sua forma era pensata per essere tenuta con eleganza durante il simposio, infilando le dita nei manici mentre si reclinava sul fianco, come era uso fare ai banchetti. L’interno della kylix, il tondo, era quasi sempre decorato con una scena figurata che si rivelava al bevitore man mano che la coppa si svuotava, un effetto narrativo e visivo di grande raffinatezza. Il kantharos era invece una coppa più profonda, con due manici verticali alti, associata in particolare al dio Dioniso, il cui attributo iconografico era appunto questo tipo di vaso. Compare spesso nelle raffigurazioni di scene dionisiache dove veniva usato per bere vino, ma si considera un reperto particolarmente raro da trovare agli scavi provocando la curiosità degli archeologi che non hanno una spiegazione per questa discrepanza. Ultima e più quotidiana era la skyphos, una coppa profonda a pareti dritte con due piccoli manici orizzontali, più robusta e meno elegante della kylix, adatta all’uso domestico quotidiano.

Stoviglia da tavolo

Per servire il cibo, i Greci disponevano di una varietà di piatti e ciotole che, a guardarli oggi, ci sembrano sorprendentemente moderni nella loro funzionalità. Il piatto piano era detto pinax o oxis a seconda della profondità, e veniva usato per servire carni, pesci e verdure. Particolarmente interessante è il lekanis, una coppa con coperchio usata per portare in tavola olive, formaggi e altri antipasti, equivalente funzionale delle moderne ciotoline da aperitivo. Spesso le lekanides erano oggetti di pregio, decorate con cura, e venivano portate in dote dalle spose: la loro presenza nelle tombe femminili è un indizio prezioso dei rituali sociali legati al cibo. Curioso è il caso della stoviglia chiamata ψαροπινάκιον, una variazione del semplice piatto prodotta ad Atene e usata esclusivamente per il consumo dell’alimento preferito, il pesce. Il psaropinakion era un piatto che poggiava su un piede basso il cui centro era leggermente più profondo, permettendo l’utilizzo delle salse separandole contemporaneamente dal pesce.

Le spezie e le erbe aromatiche erano conservate in piccoli contenitori cilindrici detti pyxides, realizzati in ceramica, legno o avorio. Questi oggetti, originariamente usati anche come contenitori per gioielli e unguenti, venivano impiegati in cucina per conservare pepe, cumino, sesamo, origano, timo e altre erbe. Le pyxides in ceramica sono tra i reperti più comuni negli scavi di case greche, e la loro ubiquità testimonia l’importanza delle erbe aromatiche nella cucina antica. L’aceto era un condimento fondamentale, usato per conservare alimenti, insaporire carni e pesci e preparare salse. Veniva conservato in piccoli vasi detti oxides, dal termine greco per aceto, oxos. Il miele, dolcificante universale in assenza dello zucchero, era contenuto in vasi simili alle anfore ma più piccoli, sigillati con cera d’api per preservarne il profumo.

Tra i siti archeologici che hanno restituito le testimonianze più ricche sulla cucina greca, spicca Olinto, la città macedone distrutta da Filippo II nel 348 a.C. e mai più ricostruita. Questa circostanza fortunata per gli archeologi ha permesso di trovare le case esattamente come erano state abbandonate dai loro abitanti nel momento della distruzione, con gli utensili ancora al loro posto, le pentole ancora vicino ai focolari, le anfore ancora nelle dispense. Gli scavi di Olinto hanno portato alla luce cucine complete con tutti i loro arredi: focolari in pietra, batterie di pentole in ceramica grossolana, mortai, macine per il grano, anfore. Questo materiale ha permesso agli studiosi di ricostruire con precisione la vita quotidiana di una famiglia greca del IV secolo a.C., dall’organizzazione dello spazio domestico alle pratiche alimentari. Anche Akrotiri, sull’isola di Santorini, sepolta dall’eruzione vulcanica del XVII secolo a.C., ha restituito un quadro eccezionale della vita egea dell’età del bronzo, con cucine, dispense e set completi di stoviglie che mostrano una cultura del cibo già sorprendentemente raffinata secoli prima dell’età classica.

ratere per la mescolazione del vino in ceramica, decorato a figure rosse
Caraffa antica in ceramica decorata a figure rosse

Accanto ai reperti materiali, una fonte preziosissima per la conoscenza della cucina greca è la ceramica dipinta. Le scene che decorano anfore, crateri, coppe e piatti costituiscono un vero e proprio archivio visivo della vita quotidiana, e tra i soggetti più frequenti ci sono proprio quelli legati al cibo e al banchetto. Le scene di simposio sono le più numerose. Uomini reclinati su klinai, divani da banchetto, con coppe in mano e tavoli bassi carichi di cibo davanti a loro. Si vedono servi che portano anfore, musicisti che intrattengono gli ospiti, donne che versano vino. Questi dettagli ci permettono di capire non solo cosa si mangiava ma come si mangiava, in quali posture, con quali strumenti, in quale ordine si susseguivano le portate. Altre scene mostrano donne che lavorano in cucina, macinano il grano, impastano il pane, portano vasi. Alcune scene di sacrificio mostrano come veniva macellato e preparato l’animale sacrificale, con dettagli precisi sugli strumenti usati e sulle parti del corpo destinate agli dei rispetto a quelle consumate dai fedeli.

La cucina dell’antica Grecia, ricostruita attraverso i suoi oggetti, si rivela uno spazio straordinariamente ricco di informazioni. Ogni vaso, ogni utensile, ogni traccia di fuoco su un frammento ceramico è un frammento di vita quotidiana che gli archeologi pazientemente rimettono insieme. Quello che emerge è il ritratto di una cultura che sapeva unire funzionalità e bellezza anche negli oggetti più umili, che attribuiva significati sociali e morali persino agli strumenti del cucinare, e che aveva sviluppato una vera e propria civiltà materiale della tavola secoli prima che il concetto di gastronomia venisse codificato in parole.

In copertina: assortimento di stoviglie in ceramica. 

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Articolo di Chrysanthi Rizopoulou

Archeologa diventata Storica dell’Arte. Greca di nascita e bolognese di adozione, gentilmente accolta a Roma per il proseguimento degli studi. Quindi, forse, studente in eterno, e aspirante alle radici volanti. Quelle che permettono di viaggiare senza sradicarsi.

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