Leyla Yildizhan “Deniz Firat”, il coraggio della verità nell’oscurità 

Leyla Yildizhan nasce nel 1984Çaldiran, capoluogo dell’omonimo distretto, situato sull’Altopiano armeno a pochi chilometri dal confine con l’Iran, nella provincia di Van, nel Kurdistan turco. La famiglia d’origine è composta perlopiù da allevatori fortemente legati alle proprie tradizioni. Quando ha circa cinque anni, il suo luogo natale è sottoposto a una pesante politica repressiva nei confronti della componente curda della popolazione che porta alla distruzione di interi villaggi e che si inserisce in una delle drammatiche fasi del conflitto curdo-turco, iniziata nel 1984, con un’insurrezione su vasta scala delle e dei curdi guidati dal Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan, fondato da Abdullah Öcalan. Alla famiglia Yildizhan non resta altro da fare che andarsene. Si aprono due prospettive: lasciare il Paese e chiedere asilo in Europa o in America oppure trovare un’altra località dove stabilirsi senza migrare. La scelta è quella di spostarsi a est, a ridosso del confine iraniano, dove a Leyla viene data la possibilità di studiare, nonostante le condizioni di indigenza della famiglia. La convivenza della componente curda con la politica del governo dell’Iran è resa difficile soprattutto per i differenti orientamenti religiosi legati principalmente all’interpretazione del Corano come legge ordinaria. Il popolo curdo, infatti, è per la maggior parte musulmano sunnita di orientamento sciafeita, il cui impianto teologico riconosce una minima indipendenza all’intelligenza umana nello sforzo di adattare le norme contenute nelle fonti primarie (Corano, hadith e Sunna) alla realtà variabile della società. In Iran è maggioritario, invece, l’Islam sciita e in Turchia quello sunnita, ma hanafita, con diverse interpretazioni del peso dei testi sacri nella vita delle e dei credenti: tutto contribuisce ad approfondire fratture, divisioni, rancore e odio etnico.  

Il forte attaccamento dei genitori di Leyla alle tradizioni curde condiziona la scelta di Binevs, la maggiore delle figlie, di diventare militante del Pkk e passare alla guerriglia. La famiglia Yildizhan entra così nel mirino della polizia politica turca che ne arresta le/i componenti e le autorità iraniane non fanno nulla per evitarlo. Leyla e sua sorella Sarya rimangono sole per circa due mesi, senza sapere nulla dei propri congiunti, sostenute soltanto dalla solidarietà della comunità curda. Dopo il rilascio dei vari membri, la famiglia sceglie di spostarsi verso sud, in un campo profughi situato in una zona di confine tra Turchia, Iran e Iraq. Il luogo è oggetto delle ripetute incursioni aeree dell’aviazione turca e, in uno di questi raid, resta ferito Deniz, il fratello più piccolo di Leyla a cui lei aveva fatto non solo da sorella maggiore, ma anche da madre; morirà pochi giorni dopo anche a causa del difficile accesso ai servizi di assistenza sanitaria. Il dolore immenso e il desiderio di impegnarsi per la causa del suo popolo sostengono la giovane donna che, appena ventenne, come la sorella maggiore, decide di entrare, insieme a Sarya, nel Pkk e partecipare alle azioni di guerriglia. Leyla sceglie come nome di battaglia Deniz, in onore del fratello morto, e Firat, parola che, in curdo, significa fiume, in onore del Tigri e dell’Eufrate, i due corsi d’acqua che attraversano la sua terra. La decisione di aderire alla guerriglia è ben sintetizzata in questa sua dichiarazione: «Non posso vivere senza le montagne. Non posso respirare senza i miei amici. Niente ha significato senza l’impegno. E io non posso esistere senza la lotta». La scelta di combattere con le armi però si rivela ben presto in contrasto con il suo modo di essere; pertanto decide di lottare con altri strumenti: abbandonato il kalashnikov, si rivolge e si affilia al Rajin, un coordinamento di giornaliste curde la cui battaglia fonde le rivendicazioni per una stampa libera a quelle di una vita paritaria. La ragazza impara da autodidatta a usare la telecamera e sui monti da lei molto amati di Qandil, Rojhilat, Behdinan e Botan realizza dei reportage che escono sui circuiti televisivi curdi. La sua firma diventa famosa e apprezzata grazie alla capacità di raccontare con chiarezza la verità dei fatti e di farlo sempre in prima linea e in presa diretta; nel suo lavoro, inoltre, è centrale l’utilizzo della lingua madre: il curdo. A minacciare tuttavia i luoghi abitati e amati da Deniz Firat arriva l’Isis che, nell’estate del 2014, lancia una massiccia offensiva nei territori del Kurdistan iracheno e il 6 agosto inizia l’assalto del campo profughi di Makhmur, a un centinaio di chilometri da Erbil, la capitale. Appresa la notizia, Deniz, che lavora per la KurdishNews Agency, Firat News, si mobilita immediatamente, raggiunge, prima giornalista, il luogo dell’attacco e documenta con la sua macchina fotografica e il cellulare quanto sta accadendo, dimostrando grande lucidità e una fedeltà impeccabile ai fatti. Per tre giorni e tre notti, la giornalista lavora indefessamente, ma il terzo giorno una scheggia di mortaio la colpisce al cuore, così muore sul colpo, stringendo tra le mani la telecamera. Il suo reportage fa immediatamente il giro del mondo perché è una, forse l’unica, testimonianza diretta dell’avanzata dell’Isis costata la vita a una giornalista di appena trent’anni, ma che rappresenta anche uno dei pochi documenti dell’azione del Califfato. Dopo la morte di Deniz, infatti, non è più stato possibile avere informazioni di questo tipo su spostamenti e occupazioni dei peshmerga nella zona. 

Il nome di Deniz Firat è stato commemorato dall’International Federation of Journalist e, nel 2022, il Coordinamento delle Donne Giornaliste Libere del Kurdistan l’ha voluta ricordare così: «In un’epoca in cui la verità veniva spietatamente denigrata, Deniz Firat persisteva nel perseguire la verità. Lei ha difeso la verità e chiamato l’umanità intera ad unirsi e lottare per difendere i valori sociali, culturali e morali sotto la guida delle donne». Altrettanto intense le parole del coordinamento nella commemorazione dell’anno precedente: «Pertanto, le donne che vogliono raccontare la verità dovrebbero seguire le orme di Deniz e di altre come lei. Deniz ha messo a repentaglio la sua vita nelle zone più difficili della lotta. Oggi, i media femminili curdi si sono sviluppati e sono maturati grazie agli sforzi di queste martiri. Sulla base della memoria e del suo lavoro e di decine di altre donne, ci organizziamo per essere la voce di ogni donna che resiste. Come coloro che seguono le orme delle nostre martiri della stampa, lottiamo per rivelare la verità nell’oscurità». 

In copertina: illustrazione di Dogni Wei.

Qui il link alle traduzioni in spagnolo, francese e inglese.

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Articolo di Alice Vergnaghi

Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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