Come nasce un giardino pensile. Un condizionatore naturale strato su strato

Quando il tetto della Biblioteca comunale Giovanni Calò di Francavilla Fontana è diventato un giardino intitolato a Margherita Hack, quello che si è visto non sono state soltanto le piante, il pergolato, il telescopio, ma il frutto di un lavoro tecnico lungo, pensato per il benessere ambientale della città. In un mondo che si surriscalda, un giardino pensile funziona come un condizionatore naturale: raffresca l’edificio che copre, trattiene l’acqua che cade e restituisce alla collettività una superficie che non serviva a nessuno. Vale la pena guardare cosa c’è sotto il verde, perché è lì, strato su strato, che si decide se un giardino pensile funziona o fallisce.

Il giardino intitolato a Margherita Hack. Foto realizzata con IA

Si parla di verde pensile quando un impianto vegetale viene realizzato sopra una struttura costruita e impermeabilizzata, senza continuità diretta con il sottosuolo naturale. La definizione, contenuta nelle linee guida dell’Ispra del 2012, impone di creare un sistema progettato per sostenere vegetazione, acqua e substrato proteggendo l’edificio che sta sotto. A dirlo è anche la norma tecnica Uni 11235, aggiornata nel 2015, che tratta il verde pensile come un sistema tetto nella sua interezza, dalla struttura portante fino alle piante.
La prima scelta non riguarda le piante ma la funzione. I sistemi estensivi usano strati di coltivazione sottili e specie resistenti, con poca manutenzione e poca irrigazione: sono adatti quando la copertura ha soprattutto un ruolo ambientale. Gli intensivi somigliano a un giardino tradizionale, possono ospitare arbusti e perfino alberi, ma chiedono più substrato, più acqua e una portata strutturale superiore; tra i due c’è una fascia intermedia, il semi-intensivo. La decisione dipende dall’edificio, dal clima, dall’esposizione e dall’uso previsto, non dai desideri di chi progetta: in un centro storico pugliese, con edifici antichi e acqua scarsa proprio quando il caldo la richiede, il margine si restringe, ed è il motivo per cui a Francavilla la progettista Maria Formosi ha lavorato su essenze mediterranee e rustiche.

Il giardino intitolato a Margherita Hack. Foto realizzata con IA

La costruzione comincia da ciò che resterà invisibile. Alla base c’è la struttura portante, da verificare considerando non solo il peso dei materiali a secco, ma anche l’acqua trattenuta, il substrato bagnato, la vegetazione e il carico delle persone che attraverseranno lo spazio. L’Enea offre un ordine di grandezza: una copertura estensiva non supera i cento chili per metro quadro, ma irrigata o dopo una pioggia può pesarne fino a sei volte tanto, perché al pari di una spugna trattiene l’acqua per due o quattro ore prima di lasciarla defluire lungo i discendenti dell’edificio. È la ragione per cui il calcolo statico è il primo atto del progetto, non una formalità: il tetto della Calò è rimasto chiuso per decenni in attesa dell’adeguamento sismico e antincendio.
Sopra la struttura si stende lo strato impermeabilizzante, che va protetto anche dall’azione delle radici: è l’elemento più delicato dell’intero sistema, perché un errore qui può rovinare l’edificio. Seguono gli strati di protezione, accumulo, drenaggio e filtrazione. Il drenante allontana l’acqua in eccesso verso gli scarichi ed evita i ristagni, che danneggiano le radici e appesantiscono inutilmente la copertura; il filtrante impedisce che le particelle fini del substrato lo intasino. È qui fondamentale il coefficiente di deflusso, cioè quanta acqua il sistema restituisce e quanta ne trattiene, un valore che dipende dalla stratigrafia scelta e che va calcolato in fase di progetto insieme alle portate degli scarichi.
Solo a questo punto arriva il substrato di coltivazione, che non è terra da giardino qualsiasi: va scelto in rapporto alla vegetazione, alla capacità di trattenere l’acqua, alla permeabilità e al peso ammissibile. E infine la parte visibile, dove nulla può essere casuale. Contano il clima, l’esposizione al sole e al vento, la disponibilità d’acqua, la capacità delle specie di reggere le condizioni di una copertura: sui sistemi più leggeri si lavora spesso con piante grasse, che sopravvivono su pochi centimetri di substrato. Una progettazione attenta, osserva l’Ispra, può aumentare il valore ecologico del giardino e creare habitat utili a insetti e impollinatori: è la differenza tra un tetto verde e un tetto vivo e sul terrazzo della Biblioteca comunale di Francavilla Fontana le api sono arrivate già nei primi mesi.

Il giardino intitolato a Margherita Hack. Foto realizzata con IA

Uno dei benefici riguarda soprattutto l’acqua. Durante una pioggia parte del volume viene trattenuta dal substrato e dalla vegetazione, mentre l’eccesso è drenato progressivamente: il sistema riduce e rallenta il deflusso verso le fognature, e secondo l’Enea le coperture vegetali possono assorbire fino alla metà dell’acqua piovana. È un effetto tanto più prezioso quanto più le piogge si concentrano in acquazzoni violenti, ed è per questo che l’Agenzia europea dell’ambiente annovera i tetti verdi tra le soluzioni basate sulla natura. 
Sul calore i numeri sono altrettanto concreti. Grazie alla funzione di cappotto verde, spiegano i ricercatori dell’Enea, una copertura vegetale può abbattere la temperatura del lastrico solare anche di venticinque gradi, riducendo il flusso di calore verso gli ambienti sottostanti. Tetti e terrazzi rappresentano circa un quinto della superficie urbana, una riserva quasi interamente inutilizzata e proporzionalmente più ampia nei centri pugliesi, dove le coperture piane sono la regola.
Tutto questo regge però a una condizione: il giardino funziona solo se viene curato. La manutenzione non è la coda del progetto ma una parte essenziale, perché da lì dipendono l’irrigazione necessaria, la frequenza degli interventi e i costi negli anni. Un giardino progettato senza tenere conto dell’acqua disponibile finirà per chiederne sempre di più o per seccare. È chiaro che quando questi passaggi saltano le conseguenze sono prevedibili: infiltrazioni, drenaggio che non funziona, substrati inadatti, vegetazione che non attecchisce. Un giardino pensile mal costruito non è un giardino brutto, è un danno all’edificio.

Progetto del giardino intitolato a Margherita Hack. Foto realizzata con IA

Realizzare un giardino pensile significa, quindi, molto più che mettere del verde su un tetto: significa progettare un sistema in cui tutti gli elementi dialogano tra loro. Quando poi quella superficie diventa accessibile alle persone, la trasformazione cambia di segno: un piano tecnico diventa un luogo da attraversare e da abitare e le scelte fatte sotto il substrato decidono quanto a lungo potrà esserlo. Per creare un nuovo spazio verde non serve sempre costruire qualcosa di nuovo: a volte basta guardare in alto e riconoscere che anche un tetto può diventare un giardino.

In copertina: giardino pensile a Francavilla Fontana (BR). Foto di Danila Baldo.

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Articolo di Veronica Tomaselli

Studente magistrale in Media, comunicazione digitale e giornalismo, laureata in Lettere Moderne presso l’università “La Sapienza” di Roma. Ragazza estroversa, a cui piace leggere romanzi e con una grande passione per la scrittura che coltiva fin da piccola. Il sogno di diventare giornalista per dar voce a chi viene relegata/o nell’ombra.

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