Pasti quotidiani e banchetti nell’antica Grecia

Negli articoli precedenti della serie si è visto in maniera elaborata il fatto che il cibo, nell’antica Grecia, possedeva sfaccettature sociali, religiose e culturali. Lo scandire delle giornate seguiva un ritmo alimentare preciso, molto diverso da quello a cui siamo abituate oggi, e affiancava a pasti quotidiani, a volte anche estremamente semplici, occasioni conviviali di grande raffinatezza, i banchetti, che affondano le loro radici addirittura nell’età del Bronzo.

Akratisma, colazione antica

La giornata iniziava presto, all’alba, con un pasto leggero chiamato akratisma (ἀκράτισμα). Il nome stesso è significativo: deriva da akratos, “puro”, “non mescolato”, e indica l’abitudine di intingere il pane nel vino bevuto senza essere diluito con acqua, contrariamente a quanto avveniva normalmente durante i pasti principali, dove il vino, come abbiamo già visto, veniva sempre mescolato nell’apposito recipiente, il cratere.
L’akratisma era dunque un pasto frugale, pensato più per dare energia rapida prima delle attività della giornata che per essere un momento di convivialità. Accanto al pane inzuppato nel vino puro, si consumavano olive e fichi, alimenti semplici, poco costosi e facilmente reperibili in tutta la Grecia grazie alla diffusione dell’olivo e del fico fin dai tempi più antichi. Questo pasto mattutino non prevedeva cotture elaborate né la presenza di contorni più ricchi: era essenzialmente un modo per “rompere” rapidamente il digiuno notturno.

A metà giornata si consumava l’ariston (ἄριστον), il pranzo. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un pasto rapido e frugale, coerente con un’organizzazione della giornata in cui il momento culminante dell’alimentazione era riservato alla sera. L’ariston veniva spesso consumato in piedi o comunque senza le formalità che caratterizzavano invece la cena: un’interruzione breve delle attività quotidiane, lavorative o civili, più che un vero e proprio momento di sosta.
Gli alimenti tipici di questo pasto erano simili a quelli della colazione, con l’aggiunta talvolta di formaggio, verdure crude o cotte, e un po’ di pesce quando disponibile. Non era considerato un pasto degno di essere “celebrato”: i simposi, i ricevimenti, gli inviti tra amici o le occasioni sociali importanti si svolgevano sempre nelle ore serali.

Il deipnon (δεῖπνον) era il pasto principale della giornata, consumato al calare del sole. Era un momento più strutturato e articolato rispetto agli altri due pasti: si mangiava generalmente sdraiati su appositi letti conviviali, i klinai, appoggiati su un fianco e sorretti da cuscini, un’usanza che i Greci, secondo alcune fonti, avrebbero adottato dal Vicino Oriente e che sarebbe poi passata anche ai Romani.
Il deipnon, come anche il simposio, era un pasto riservato prevalentemente agli uomini liberi: le donne di famiglia raramente vi partecipavano, mentre erano spesso presenti etere e suonatrici che animavano la parte conviviale della serata.
Il pane costituiva la base dell’alimentazione anche a cena, insieme a legumi, verdure, formaggio e, quando le possibilità economiche lo permettevano, carne — soprattutto in occasione di sacrifici religiosi, momento in cui la carne degli animali immolati veniva distribuita e consumata collettivamente.
Un ruolo particolare nella dieta quotidiana greca era svolto dall’opsarion (ὀψάριον), termine che indicava genericamente il “companatico”, cioè tutto ciò che accompagnava il pane, alimento base per eccellenza. L’opsarion, oltre all’amatissimo dagli ateniesi pesce fresco, poteva comunque comprendere anche altri alimenti: verdure, formaggio, olive, uova o carne, a seconda delle disponibilità e delle possibilità economiche della famiglia. Il termine testimonia comunque quanto, nella mentalità alimentare greca, il pane fosse considerato l’elemento centrale e imprescindibile del pasto, mentre tutto il resto fosse percepito come “accompagnamento”, per quanto gustoso o pregiato potesse essere.

Accanto ai pasti quotidiani, la società greca conosceva occasioni conviviali straordinarie legate a eventi religiosi, politici o familiari: matrimoni, vittorie sportive, feste cittadine, banchetti funebri o simposi organizzati da privati facoltosi per intrattenere ospiti e rafforzare legami sociali e politici. In queste occasioni la tavola si arricchiva notevolmente: carne in abbondanza, spesso proveniente da sacrifici pubblici, pesci pregiati, dolci a base di miele e frutta secca, vini di qualità superiore provenienti da regioni rinomate come Taso o Chio.
Nonostante la riconoscenza internazionale che il simposio greco antico ha acquisito attraverso gli scritti di pensatori di epoca classica ed ellenistica, l’usanza del banchetto collettivo in Grecia non nasce con Platone, ma affonda le radici in epoche molto più remote. Gli scavi archeologici hanno restituito prove concrete di pratiche conviviali già nell’età del Bronzo, in ambito sia miceneo che minoico.
Uno dei siti più significativi è il palazzo di Pilo, in Messenia, dove sono stati rinvenuti enormi depositi di ossa animali, in particolare bovine, insieme a centinaia di vasi da bevanda e da mescita, chiara testimonianza di banchetti di natura religiosa e politica organizzati su larga scala dal potere palaziale miceneo. Le tavolette in Lineare B ritrovate negli archivi palaziali registrano inoltre forniture di beni alimentari come vino, olio, formaggio e bestiame destinate proprio a cerimonie conviviali, permettendoci di ricostruire con notevole precisione l’organizzazione logistica di questi eventi.

Anche a Micene e Tirinto sono emerse evidenze simili, con grandi sale, i megara, dotate di focolari centrali che sembrano essere stati concepiti proprio per ospitare riunioni conviviali della comunità o dell’élite dirigente. In ambito minoico, a Creta, i cosiddetti “vani dei banchetti” individuati in diversi siti palaziali, insieme al ritrovamento di grandi quantità di stoviglie standardizzate, suggeriscono pratiche di condivisione del cibo che avevano probabilmente una funzione di coesione sociale e di affermazione del prestigio delle élite.
Tracce di momenti conviviali ci arrivano anche da epoche ancora più lontane rivelando il significato della condivisione dei pasti ancora prima della transizione dalla vita nomade a quella sedentaria. Al sito archeologico Sidari sull’isola di Corfù è stato ritrovato un deposito di epoca mesolitica (6000 a.C. circa) comprendente quantità straordinarie di conchiglie come ostriche, cozze e patelle. Il fosso di circa 60 metri di profondità conteneva resti di migliaia di conchiglie, quantità che spingono gli archeologi a considerare occasioni di raduno delle popolazioni nomadi in periodi dell’anno specifici per motivi che possiamo solo presumere, come l’equivalente di un matrimonio o un funerale, cerimonie religiose a divinità non pervenute oppure feste di tipo popolare.
Queste testimonianze mostrano come il banchetto, ben prima di diventare il raffinato simposio filosofico dell’età classica, fosse già uno strumento essenziale di potere, redistribuzione delle risorse e costruzione dell’identità comunitaria nelle società egee dell’età del Bronzo e possibilmente dell’età Mesolitica.

Rappresentazione di un pasto condiviso in un Megaron miocenico

Tornando tuttavia all’alimentazione quotidiana degli antichi abitanti della Grecia, essa rivela un mondo di grande sobrietà: colazione e pranzo erano pasti rapidi e poco elaborati, mentre la cena, con il suo prolungamento nel simposio, rappresentava il vero fulcro della giornata alimentare e sociale. Il termine opsarion ci ricorda inoltre quanto il pesce fosse centrale nella dieta mediterranea greca. Ma è guardando alle tracce archeologiche dei banchetti dell’età del Bronzo che comprendiamo come il convivio, ben prima di Platone e dei filosofi, fosse già un potente strumento di coesione sociale e affermazione del potere nelle antiche società dell’Egeo.

In copertina: selezione di alimenti per il Deipnon.

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Articolo di Chrysanthi Rizopoulou

Archeologa diventata Storica dell’Arte. Greca di nascita e bolognese di adozione, gentilmente accolta a Roma per il proseguimento degli studi. Quindi, forse, studente in eterno, e aspirante alle radici volanti. Quelle che permettono di viaggiare senza sradicarsi.

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