Nel 1943 arrivarono nel carcere di Perugia, accusate di aver partecipato alla lotta di liberazione nazionale, molte detenute originarie quasi tutte della provincia di Lubiana. Così era stata chiamata quella parte sud-occidentale della Slovenia che nell’aprile 1941 era toccata all’Italia dopo la spartizione della Jugoslavia tra le potenze dell’Asse.
Questa pagina della nostra storia è poco conosciuta. Col passare degli anni, o per imbarazzo o per ignoranza, ne abbiamo sostanzialmente rimosso la memoria, nascondendoci dietro il mito consolatorio degli italiani brava gente. Non possiamo però sfuggire alle nostre responsabilità storiche e ignorare quelle vicende assolutamente indegne di un paese civile. E solo se inseriti nel loro contesto potremo capire i fatti e le storie di queste carcerate.

Per contrastare la resistenza jugoslava, sia le camicie nere che il regio esercito si distinsero per devastazioni, deportazioni, fucilazioni, stragi, abusi e crimini di ogni genere. Il problema se mai era, secondo il generale Roatta, che si ammazzava troppo poco. Da qui la Circolare 3 c che annullava la distinzione tra partigiani e popolazione civile e autorizzava i militari italiani a compiere qualsiasi abuso e a fucilare in maniera indiscriminata. Nella circolare si faceva esplicito riferimento all’esperienza coloniale che veniva indicata come modello. Gli italiani si confermavano ancora una volta razzisti: quella slava era considerata una popolazione culturalmente arretrata, che rifiutava la civilizzazione generosamente offerta dall’Italia.
Come se tutto ciò non bastasse, l’ordinanza del generale Robotti, successiva alla 3 c, conteneva un’esplicita istigazione all’odio. Lubiana, la capitale, era il centro della resistenza slovena, perciò agli inizi del 1942 fu circondata interamente di filo spinato per una lunghezza di quasi trenta km e sorvegliata da sessantanove postazioni di guardia. La città si trasformò così in un enorme campo di internamento da cui non si poteva né uscire né entrare. Nello stesso tempo iniziarono i grandi rastrellamenti della popolazione civile.

Le prigioniere slave cominciarono ad arrivare a Perugia per trasferimento nel febbraio 1943 e continuarono ad arrivare fino a settembre, anche dopo la caduta di Mussolini, mentre le antifasciste italiane venivano a mano a mano liberate, anche se, come racconta Valeria Wachenhusen, «nel governo c’era chi non voleva che uscissero i comunisti dal carcere, perché non siamo usciti mica come dovevamo uscire, come non colpevoli e detenuti a torto, siamo usciti con la formula dell’amnistia, con l’obbligo della vigilanza speciale.» (Laura Mariani, Quelle dell’idea, 1982).
Nello stesso periodo i prigionieri jugoslavi detenuti in Umbria nel campo di concentramento di Colfiorito e nei campi di lavoro di Morgnano, Tavernelle, Pietrafitta ed Ellera, riuscirono a liberarsi e, dopo l’8 settembre, molti di loro si unirono ai primi nuclei delle formazioni partigiane che operavano nella fascia appenninica umbra.
Ma le donne slave rimasero in carcere. Quante erano? Non lo sappiamo con certezza. Secondo un memoriale anonimo, conservato presso il Museo nazionale di storia contemporanea di Lubiana, da febbraio a settembre 1943 nel carcere di Perugia si trovavano circa trecento detenute politiche jugoslave. Erano alloggiate in sette stanzoni e vivevano con razioni minime di cibo. A mano a mano si organizzarono tra loro, come riporta il memoriale, soprattutto per sostenere le madri con bambini. Quindi c’erano anche bambini reclusi. Sempre secondo questo memoriale le detenute furono rimesse in libertà a dicembre del 1943 in seguito a un intervento della Croce rossa.
Valeria Wachenhusen, nella testimonianza resa a Laura Mariani, parla di duecentocinquanta slave. Abbiamo visto nel capitolo precedente che le politiche italiane si erano messe a lavorare a maglia per inviare caldi capi di lana ai partigiani jugoslavi tramite le detenute slave. Non fu facile però stabilire questo rapporto di solidarietà tra italiane e slave che pure era cercato da entrambe le parti, perché era fortemente osteggiato dal personale del carcere. Le slave poi erano soggette a limitazioni di ogni sorta, gli era impedito, per esempio, di avere carta e penna per scrivere, cosa che invece il regolamento consentiva. Per questo motivo fecero lo sciopero della fame e per solidarietà lo fecero anche le italiane.
Racconta Wachenhusen: «E poi le slave, sempre per protesta, perché prima di tutto dicevano che non volevano stare in carcere, che non avevano fatto niente per essere condannate, poi per altre cose, loro cantavano. E cantavano dei bellissimi cori, e siccome erano pressappoco duecentocinquanta, allora cinquanta alla volta cantavano, poi quando erano stanche quelle, cantavano altre cinquanta e così cantavano continuamente giorno e notte.». Quando non si dispone di altro, anche il canto può diventare un’arma. E che arma!

Presso l’Archivio di Stato di Perugia ci sono solo 50 fascicoli personali versati dall’Amministrazione del Carcere di Perugia, che sono stati oggetto del saggio di Angelo Bitti Donne in guerra: le detenute slave nel carcere di Perugia, 2008. Di queste cinquanta donne, trentuno furono condannate a pene superiori ai dieci anni e, tra queste, sei all’ergastolo. Quarantacinque sentenze su cinquanta furono pronunciate dal Tribunale militare di guerra della II armata, sezione di Lubiana, e circa la metà di queste condanne furono emesse tra il luglio e il settembre del 1943. Quindi la caduta del fascismo non comportò alcun cambiamento per i militari italiani che continuarono sistematicamente la loro opera di repressione.
Vediamo ora nel dettaglio i reati. «Le donne condannate per associazione e propaganda sovversiva – in alcuni casi è considerato uno solo dei due reati – sono venti, tredici sono quelle condannate per il cumulo di tale reato con altri, in particolare: detenzione di armi o esplosivi, banda armata, falso continuato, concorso in sequestro di persona, cospirazione politica, concorso in sabotaggio e distruzione con esplosivi. Otto sono le donne condannate per favoreggiamento, assistenza o concorso a banda armata; quattro per violazione degli ordini e manifestazione sediziosa; due per concorso in atti ostili; una ciascuna, invece, per concorso in omicidio aggravato, attività antitaliana e manifestazione sediziosa» (Angelo Bitti).
La maggior parte di queste carcerate arrivò a Perugia tra la fine di luglio e l’inizio di novembre. L’armistizio con gli Alleati non portò la loro liberazione, in quanto la repubblica di Lubiana passò quasi subito dall’Italia alla Repubblica di Salò.
Quarantatré detenute furono trasferite a Perugia dal carcere di Capodistria. In tutti i loro fascicoli c’è una velina del Ministero (la chiamo velina perché è un foglio di carta sottile sottile) indirizzata alla Direzione della Casa penale di Perugia. Si legge: «Si avverte che la Direzione delle Carceri Giudiziarie di Capodistria è stata autorizzata a sfollare costà condannate d’oltre confine con pena superiore ad anni 5». La firma del ministro è illeggibile. Non si capisce il motivo di questo sfollamento proprio dopo la caduta del fascismo. Si possono solo fare ipotesi. Forse si pensò che le carceri troppo vicine al confine non fossero abbastanza sicure. Si avvertiva più forte la pressione delle truppe di Tito che era riuscito a mettere insieme tutte le diverse fazioni della resistenza jugoslava e anche interi battaglioni di italiani sbandati dopo l’8 settembre.
I cinquanta fascicoli che si possono consultare sono interessanti perché ci suggeriscono comunque il quadro della situazione. Per ogni donna, oltre ai reati e le sentenze, abbiamo l’età, la provenienza, il grado d’istruzione, l’appartenenza sociale. In maggioranza si tratta di donne giovani, il 58% sono tra i 17 e i 27 anni, il 30% tra i 28 e i 38 anni. Le due signore più anziane hanno rispettivamente 62 e 70 anni. La metà delle donne ha un’istruzione elementare, l’altra metà ha frequentato le scuole medie inferiori o superiori. Dal punto di vista italiano la colonna portante del movimento partigiano era costituita dagli intellettuali – studenti e insegnanti – che nell’estate del 1942 furono internati in massa nei campi di concentramento.
Secondo il generale Robotti si era però commesso un errore: «Il mancato rastrellamento di donne, specialmente insegnanti di scuole medie ed elementari, che hanno notoriamente svolto e tuttora svolgono attiva opera di propaganda comunista e di assistenza ai partigiani, ha prodotto cattiva impressione».
Gli arresti successivi, di cui si trova traccia nella documentazione di cui disponiamo, cercano perciò di colmare questo gap. Maria Robida, trentenne, maestra elementare, perciò intellettuale, venne arrestata il 23 gennaio 1943. Abbiamo le carte del processo che vede coinvolte quarantasei persone, tutte accusate di essere aderenti alla O.F. (Osvobodilna fronta, Fronte di liberazione). Maria Robida era anche sorella di uno dei capi dell’organizzazione, Robida Jercko e quindi, secondo i giudici, doveva essere molto più attiva di quanto emerso dai fatti. Dall’interrogatorio di Maria risulta poi il coinvolgimento di Milena Mohoric, una delle maggiori intellettuali dell’epoca, che era stata già arrestata e internata nel campo di concentramento di Arbe. Con sentenza del 19 luglio 1943 Maria Robida è condannata a quindici anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici.
Un ruolo fondamentale nell’organizzazione partigiana fu riconosciuto anche a Neda Sirnik e Milojka Virant, studenti ventiduenni e a Draga Medves, impiegata di trentadue anni. Tutte e tre vennero arrestate dalla polizia fascista il 23 dicembre 1942 insieme ad altre cinquanta persone in seguito alla scoperta di un ufficio postale che costituiva una base operativa della Narodna nascita (Difesa nazionale), formazione a carattere militare dedicata alla difesa della città e alla raccolta fondi per le organizzazioni partigiane e comuniste. La Medves era coinvolta insieme a tutta la famiglia. Anche la madre e il fratello furono arrestati. Le due studenti, secondo i giudici, erano tra le sue gregarie più convinte. Milojka Virant «giovane scaltra e intelligente, di ottima presenza, faceva capo al gruppo dell’ambiente del giornale “Jutro”», fu condannata a diciotto anni, Medves a dieci e Sirnik a otto.
Non erano arrestate però solo le intellettuali che vivevano in città. Loijska Kusold, casalinga quarantenne, venne catturata insieme a Angela Medic, sarta ventenne, nel novembre 1942 con l’accusa di aver collaborato a vario titolo con una banda partigiana operante nella zona di Planina. Kusold, ritenuta dai giudici informatrice e «donna di facili costumi, che probabilmente anche per queste ragioni frequentava i partigiani» (sigh!), fu condannata a otto anni per associazione sovversiva. Medic, a causa dei suoi legami parentali e sentimentali pericolosi – era cognata del capo partigiano Suster Stanislao e legata al partigiano Klemenc Stanko – fu giudicata «realmente al servizio dei partigiani» e condannata a sedici anni per associazione sovversiva e concorso in sequestro di persona. Tutte queste donne furono allontanate dalla propria comunità in modo traumatico per essere recluse in un paese straniero. Poteva capitare che non sapessero neppure dove si trovava il resto della famiglia. Per esempio, la detenuta Lucija Kraševic, una delle sedici carcerate di Perugia coniugate, non sapendo dove fosse il marito, Valentino Fležar che il 14 agosto si trovava nel carcere di Capodistria, in data 22 ottobre scrisse, tramite la direzione del carcere di Perugia, alla direzione della casa penale di Castelfranco Emilia perché supponeva che il marito si trovasse lì. La richiesta partì da Perugia il 25 ottobre e venne protocollata a Castelfranco il 30 ottobre. La risposta, datata 5 novembre e protocollata a Perugia il 9 novembre, fu la seguente: «Si restituisce informando che il controscritto detenuto non fa parte di questa popolazione detenuta». Segue la firma del direttore, dott. A. Augugliaro.
Da questi fascicoli vengono fuori tante storie di donne, tutte simili e tutte diverse, vite segnate dall’impegno. Mi commuove, per esempio, l’impronta di una mano, l’unica. In tutti gli altri fascicoli lo spazio per le impronte digitali è lasciato in bianco. In questo caso, invece, c’è tutta la mano, una mano piccola, la mano di una ragazzina di diciotto anni. Sopra c’è la firma della detenuta, Kovačic Marica. È di Spalato ed è stata arrestata il 7 luglio 1942 dall’ufficio politico della questura della sua città, la sentenza del Tribunale speciale della Dalmazia è una condanna a dodici anni per partecipazione ad associazione sovversiva. In qualche fascicolo c’è un piccolo carteggio, come nel caso della ventottenne casalinga Ivana Kovšca, sposata, residente a Lubiana, arrestata il 25 dicembre 1941 (la repressione non riposa neanche il giorno di Natale), imputata di appartenenza a banda armata, assistenza a partecipanti di banda armata e favoreggiamento e condannata a quattro anni. Era stata arrestata a casa sua in seguito a un conflitto a fuoco tra i carabinieri che stavano perquisendo l’abitazione e due partigiani che vi erano nascosti, uno dei quali era il cognato (non posso fare a meno di notare che nei corsi e ricorsi della storia ogni tanto ritorna la figura del cognato). A Perugia Kovšca riceve alcune lettere: dalla madre che le comunica la morte della sorella e da un suo conoscente di Montegranaro, provincia di Ascoli Piceno, tale Claudio di Chiara. Da queste si apprende che la donna ha con sé i figli. Trascrivo così come scrive Claudio: «Sendo che il giorno lo passi con i bambini […] Povere anime innocende non anno nessuna colpa, cosa diranno quando sarano grandi, dispiacere mio non potere fare pacchi specie per questi bambini sarei mandato qualcosa giochi dolgi».
Questa vicenda ci rivela che nonostante tutto esisteva una rete di solidarietà tra alcune detenute e il mondo esterno per la quale ci fu chi non esitò a esporsi in prima persona per offrire almeno un sollievo ai disagi causati dalla detenzione. Si consideri il caso dell’operaia quarantenne Marja Sevsek, condannata a otto anni per associazione e propaganda sovversiva. Il capostazione genovese Francesco Sivori vuole aiutarla e per questo scrive al direttore del carcere perugino «spinto da un’esigenza di coscienza e riconoscenza […] affinché possa essere accordato alla Sevsek un trattamento di favore […] comprendente la possibilità di corrispondere con l’esterno e avere la possibilità di incontrarla». L’uomo racconta che dopo l’occupazione della Slovenia era stato trasferito con la famiglia a Zalog e aveva abitato per due anni nella casa della donna. Aveva perciò avuto modo di conoscerla bene. «mai si occupò di politica, ma bensì del suo lavoro e delle sue faccende domestiche fu sempre ossequiente alle leggi italiane [dimostrando] la bontà, l’amore ed i nobili sentimenti di lealtà e di amicizia verso la mia adorata Patria verso di me e la mia famiglia». L’uomo continua dicendo che quando si ammalò la donna lo curò «come solo una madre ed una sorella possono fare e senza contare tutte le buone azioni fatte a favore dei nostri soldati». L’uomo conclude sostenendo che se la donna ha commesso un reato politico, lo ha fatto inconsapevolmente, tratta in inganno dal vero colpevole. Il direttore del carcere in seguito a queste richieste fece uno strappo al regolamento: concesse a Sivori di scrivere una volta direttamente alla donna e consentì la possibilità di un colloquio, uno soltanto.
Non sappiamo come andarono a finire le storie di tutte queste donne se non che abbiamo un documento della Prefettura di Perugia dal quale risulta che il capo della Provincia, Armando Rocchi, su esplicita richiesta del Comando supremo tedesco di pubblica sicurezza in Italia, il 9 dicembre 1943 fece scarcerare settantadue donne slave detenute, mentre, a partire dal 14 dicembre, altre centottantadue donne e ventisette uomini jugoslavi dovevano essere gradualmente rimpatriati a drappelli di quaranta unità e inviati a Spalato i dalmati, a Trieste e Lubiana gli sloveni e a Cattaro i montenegrini.
A questo punto può essere interessante ricordare come si concluse questa brutta pagina di storia. Finita la guerra, le autorità jugoslave denunciarono 3.798 italiani alla Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra, la quale ne iscrisse 729 nelle sue liste come criminali di guerra. Dopo l’entrata in vigore del trattato di pace italiano nel 1947, Belgrado chiese direttamente a Roma la consegna di 45 criminali di guerra, ma nessun criminale italiano fu mai consegnato alla Jugoslavia.
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Articolo di Paola Spinelli

Ex insegnante, ex magra, ex sindacalista, vive a Perugia alle prese con quattro gatti e i suoi innumerevoli hobby, ma è in grado di stare bene anche senza fare niente.

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