Il linguaggio dei numeri

Nell’immaginario collettivo le parole e i numeri sono agli antipodi. Sono due poli positivi (o due poli negativi) che si respingono. Eppure, i numeri, come le parole, danno consistenza alla realtà. Esprimiamo con numeri lo scorrere del tempo, le temperature, le distanze. Usiamo numeri per stabilire il grado di intelligenza di una persona (anche del passato, come Leonardo da Vinci) e numeri per definire i prezzi delle cose. Chi vince un campionato di calcio è dato da un numero, non da una giuria di qualità.

Si impara fin da piccolissimi a interpretare i numeri: il numero uno per un solo oggetto, il due per due dita, e così via. I numeri fanno parte della nostra vita così profondamente che se il Paese in cui ti trasferisci (o vai in vacanza) usa un’unità di misura diversa da quella metrico decimale, ti accorgi che i numeri possono essere vuoti se non associati ad un concetto preciso: 32 Farhenheit lo so interpretare, ora, ma perché lo riporto allo 0 Celsius. Lo stesso vale per l’oncia liquida o il gallone, che grazie al cartone del latte sto iniziando a visualizzare in forma tridimensionale. Ma i 100 feet (‘piedi’) ancora non so bene che distanza sia. E mi affido al navigatore.

Noi interpretiamo dunque i numeri non per sé stessi ma in relazione a concetti, fatti oggettivi e a oggetti (o più tecnicamente, come direbbe una mia amica matematica, in relazione all’oggetto del sistema di misura) . Leggendo i giornali e i commenti agli articoli o nei blog, ho notato una certa difficoltà a tradurre in lingua i numeri che emergono dalle statistiche, traduzione che, a meno di un particolare feeling con i numeri o di solide competenze matematico-scientifiche, è un prerequisito alla comprensione della situazione e della realtà.

Nel liceo di mio figlio il 10% degli studenti indossa male la mascherina obbligatoria in questo periodo di pandemia. Ora, il 10% in sé non mi dice nulla: devo sapere quanti sono gli studenti, altrimenti è un numero vuoto. E siccome gli studenti sono circa 1000, ecco che allora riesco a percepire il pericolo: sono 100 i ragazzi e le ragazze che non si comportano secondo le regole.

Un altro esempio è la (bella) notizia dell’approvazione da parte dell’OMS del vaccino contro la malaria, riportata dai media qualche mese fa. Abituati a sentir parlare di grado di efficacia dei vaccini del 90-95%, leggere che questo vaccino può portare ad una riduzione della letalità della malattia del 30% lascia un momento perplessi. Ma questa perplessità svanisce quando si associa questa percentuale alla stima del numero di bambini che attualmente muore a causa della malaria: 260mila bambini dell’Africa subsahariana sotto i 5 anni di età. A conti fatti dunque, circa 78mila bambini non morirebbero di malaria: e sì, questo numero fa riflettere perché lo possiamo paragonare ad esempio all’intera popolazione di città come Varese (ca. 79mila abitanti) o Pozzuoli (ca. 77mila abitanti).

Le percentuali possono anche trarre in inganno se non correlate ad altri dati e fuorviare le lettrici e i lettori che si fermano al titolo. Su un giornale svizzero, qualche tempo fa, è stato pubblicato un articolo dal titolo “siamo più ricchi” e l’incipit era questo: “Ben il 43% degli svizzeri sostiene di avere oggi più soldi rispetto a due anni fa”. Il titolo e questo passo fanno pensare a tutta la popolazione svizzera, mentre si riferisce al 43% di un campione rappresentativo di 1.503 persone. Cioè circa 646 persone. La situazione finanziaria delle altre 857 – la maggioranza, tra l’altro – è uguale o peggiore rispetto a quella di due anni prima. Da un punto di vista statistico, niente da eccepire: si tratta di un campione che, secondo calcoli statistici, dovrebbe rispecchiare la realtà dell’intera società. Il problema sta nella presentazione di questi dati e soprattutto nel titolo, che è per lo meno fuorviante e fa emergere l’esigenza di saper andare oltre la lettura superficiale del testo, la necessità di fare uno sforzo e interpretare i numeri correttamente in modo indipendente e non semplicemente di leggerli.

La comprensione di un testo informativo, di un articolo di cronaca o di un blog passano dunque anche dalla decodificazione del messaggio matematico. I numeri vanno capiti e non letti distrattamente; vanno correlati ad un contesto, proprio come le parole, le frasi, i testi. Non blocchiamoci al primo numero. Cerchiamo di capire, di attivare il nostro spirito critico in modo positivo, anche se magari, tanti tanti anni fa, un/una prof di matematica ci ha fatto odiare questa disciplina. Ne usciremo con una migliore comprensione testuale e, conseguentemente, avremo fatto un piccolo passo nell’arginare la diffusione di bufale o di informazioni non corrette e superficiali.

***

Articolo di Lorenza Pescia De Lellis

Nata e cresciuta nel Canton ticino, sono stata assistente al Romanisches Seminar di Zurigo e ho collaborato all’edizione degli Scritti linguistici di Carlo Salvioni. Attualmente vivo negli Stati Uniti e sono visiting scholar all’Institute for Advanced Study di Princeton. Tra i miei interessi di ricerca ci sono il linguaggio di genere, il multilinguismo e la politica linguistica, l’analisi del discorso, la storia della linguistica.

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