La sottile complessità dell’amore in Wislawa Szymborska

Il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi ha studiato i sistemi complessi non intesi come un processo caotico ma come un modo di orientarsi all’interno di qualcosa di apparentemente disordinato. La mente del fisico deve essere, necessariamente, poetica poiché la sua intuizione è partita dall’osservazione dei movimenti degli storni. Quante volte, anche a noi, sarà capitato di vedere quelle evoluzioni nel cielo, acrobazie alate apparentemente confuse eppure piene di armonia e di bellezza e percepire solo lo stupore della vista senza la necessità di una spiegazione?

Il filosofo centenario Edgar Morin parla anche lui della complessità come sfida che ci sollecita a costruire nelle relazioni e nell’apertura al mondo un orizzonte di significato sempre in movimento e in evoluzione dinamica. Nel mondo reale, pertanto, ogni cosa è collegata e non separata.

La poesia è tutto questo. Nessun poeta, nessun essere vivente, si può sottrarre alla complessità dei sentimenti derivanti dal nostro essere nel mondo con tutto quello che sappiamo di noi, ma soprattutto con quello che non sappiamo e che si manifesta solo nel rapporto con il reale. La crescita umana è il risultato sempre in divenire di relazioni significative. Quando l’amore si vuole ridurre a uno schema o a un prodotto stereotipato frutto di un certo tipo di educazione, esso diventa una trappola, si trasforma in rancore, specie quando sfuma la risonanza iniziale, la cosiddetta favola, fino a produrre tutte le degenerazioni dei rapporti tra le persone.

Wislawa Szymborska

In La Musa in collera si domanda Szymborska: «perché scrivo canti d’amore così raramente? Oh, sì, un normale timore mi lega la mano».
Amore è una divinità, come tale deve essere accolta, come tale deve essere servita. Non appena cadiamo nella presunzione di saperne più di lei, o peggio di aver compreso, lei ci abbandona perché i suoi sentieri non sono i nostri.


Eros è una forza vitale errante anche nella rappresentazione iconografica, pertanto, nel suo modo fantasioso di agire, ci vuol fare capire che i sentimenti sono un dono, una opportunità da ospitare senza giudizio, con creatività e senza la pretesa che rimangano per sempre ma solo per il tempo necessario. La necessità in greco si chiama Ananke e indica quella forza inarrestabile che provoca accadimenti a cui non è possibile sottrarsi. Ananke non ha una raffigurazione precisa, è piuttosto una energia che governa e compone il creato secondo la sua natura; è pertanto una divinità che opera attraverso sistemi complessi. In quanto energia, cioè, azione e divenire, la sua percezione acquista consapevolezza solo attraverso l’esperienza. Ecco perché Szymborska, nello stesso testo, aggiunge:

«Come incidere su pietra
Parole audaci,
se neppure oso toccare
petalo di rosa?
Timore arciprudente
Tu mi fai paurosa…»

Ecco cosa ci trattiene, sempre e solo la paura. Allora meglio ridurre l’amore a una definizione, così anche quando finisce c’è una spiegazione che ci consola. In realtà, se l’amore ci ha lasciato esattamente ai blocchi di partenza, se non ci ha portato voluttà e mandorle amare, se non ci ha messo in discussione è stato semplicemente una pallida rappresentazione di un banchetto nuziale.

Amore richiede il coraggio di bagnarci nudi, un battesimo nelle acque nuove della conoscenza e lo sa bene Szymborska:

«So che la mia prodezza
Indignerà i vicini.
Ma dica pure la gente
Ciò che le pare.
Correrò e griderò
Ai quattro venti:
Erato, torna! Aspetta!
Erato, mi senti?»

Erato, nella mitologia greca, viene raffigurata come una giovane, con una corona di mirti e di rose, con in una mano una lira; accanto a lei un amorino; è una delle nove Muse e governa la poesia amorosa.
Dunque, come sarebbe la vita senza questa necessità amorosa? Senza questa erotica complessità?

Leggiamo in Ringraziamento:

«Devo molto
A quelli che non amo.
Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.
I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate
i paesaggi nitidi».

La forza di Amore è tale che in sua assenza lo scorrere del tempo è cronologico, è un tempo senza attesa, gli eventi sono pura rappresentazione poiché perdono quella trasfigurazione che li sottrae alla contingenza per cesellarli in frammenti di eterno.
Ecco perché la lirica della poeta polacca è gravida di complessità: Amore è una danza tra cielo e terra, tra mondo interiore ed esteriore che asseconda una sua misteriosa necessità, proprio come il volo degli storni. Un sistema solo in apparenza confuso ma che è guidato da una sua intelligenza nascosta.

«Altri amori
Ancora respirano profondi dentro di me…», dice in Il primo amore.

Esiste qualcosa di più sottile, vitale ed essenziale del respiro?
La qualità del nostro respiro è la precisa traduzione dello stato d’animo, è quell’invisibile elemento che insuffla vita ed emozioni. Conoscere il proprio respiro è avviarsi sulle tracce di sé.
Conoscere come si ama è una scoperta per sé e un dono per gli altri.

Leggiamo in La chiave:

«La chiave c’era e non c’è più.
Come entreremo in casa?
Ma se lo stesso accadesse
All’amore che io provo per te,
Non solo a noi, al mondo intero
Questo amore mancherebbe.
Non da carte, astri o grido di pavone
È tratta questa predizione».

Nel percorso di questa complessità i versi di Amore a prima vista sono sicuramente quelli più suggestivi:

«Sono entrambi convinti
Che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
Ma l’incertezza è più bella.
Li stupirebbe molto sapere
Che già da parecchio tempo
Il caso giocava con loro.
Non ancora pronto del tutto
A mutarsi per loro in destino,
Li avvicinava, li allontanava».

È come se nel corso dell’esistenza vivessimo delle vite parallele, come se navigassimo un fiume dove afferiscono vari affluenti; una via maestra e delle vie secondarie, qualcosa che diventa noto, altro che ci lambisce dall’invisibile.
Forse, è così che si resta sempre nuove e nuovi, aperte e aperti alle infinite combinazioni che l’Amore ci offre:

«Ogni inizio infatti
È solo un seguito
E il libro degli eventi
È sempre aperto a metà».

***

Articolo di Giovanna Nastasi

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Giovanna Nastasi è nata a Carlentini, vive a Catania. Si è laureata in Pedagogia e Storia contemporanea e insegna Lettere negli istituti secondari di II grado. La sua passione è la scrittura. Ha pubblicato un romanzo, Le stanze del piacere (Algra editore).

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