Le donne cavaliere nell’epica cavalleresca rinascimentale: Bradamante

Quando si legge in classe il proemio dell’Orlando Furioso di Ariosto una cosa che gli/le studenti imparano presto a individuare è il doppio chiasmo dei primi due versi «Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori/le cortesie, l’audaci imprese io canto»: le donne-gli amori-le cortesie, da una parte; i cavalier-l’arme-l’audaci imprese, dall’altra. Non si possono di certo mettere in discussione né le intenzioni dell’autore e neppure il fatto che la guerra, i combattimenti e gli atti eroici erano riservati alla sfera maschile in una società patriarcale in cui comunque qualcosa, anche se molto lentamente e forse impercettibilmente, stava cambiando, come vedremo. Quello che però si può fare è scompigliare, come fa di frequente lo stesso Ariosto, gli elementi del testo per costruire un nostro percorso, che magari non piacerà alla critica più ortodossa, ma forse è più importante e utile raccontare una storia un po’ diversa in cui la prospettiva sia quella femminile e in cui le donne possono essere connesse con le armi e le audaci imprese.

Occorre innanzitutto precisare che, durante il Rinascimento, il pubblico femminile era attivo fruitore della materia cavalleresca: le donne leggevano, ascoltavano e apprezzavano i poemi che nelle tante corti della policentrica penisola italiana circolavano. Non solo, alcune di loro furono promotrici e finanziatrici della scrittura cavalleresca: lo fu Lucrezia Tornabuoni, raffinata intellettuale e madre di Lorenzo il Magnifico, con il Morgante di Pulci, o Isabella d’Este, che promosse, tra l’altro, la traduzione di opere straniere per poterle leggere ed anche Eleonora d’Este raffigurata da Domenico Morelli su di una poltrona mentre ascolta dalla voce di Torquato Tasso la lettura della Gerusalemme liberata in una tela che voleva immortalare uno degli episodi della vita dell’irrequieto scrittore.

Domenico Morelli, Torquato Tasso legge il suo poema a Eleonora d’Este, 1865

Quale opinione avessero le donne dell’arte della guerra, del mestiere delle armi e delle imprese coraggiose di cui i poemi epici erano intrisi è molto difficile da stabilire, certo è che in alcuni di essi si decide di mettere in scena donne con le armi, cavaliere che hanno un ruolo non secondario all’interno dell’opera. In una trilogia di articoli che comincia oggi, prenderemo in considerazione prima Bradamante e poi Clorinda, senza accontentarci però della lente con cui le cavaliere vengono analizzate da Boiardo, Ariosto e Tasso, ma esplorando anche l’opera di Moderata Fonte: Tredici canti del Floridoro per vedere come una scrittrice possa fare proprio un genere letterario maschile, cambiarlo oppure no, adattarlo al proprio sentire oppure adattarsi a quello codificato, forse alla ricerca di quel successo editoriale che connotò una generazione di letterate veneziane prima della chiusura controriformista.

Oggi iniziamo con Bradamante, o Bradiamante, Braidamonte e Bradiamonte, il suo nome oscilla tra i vari cantari e i poemi cavallereschi, come del resto le caratteristiche del personaggio, fino a trovare la forma di Bradamante con Ariosto che ne fa uno dei personaggi chiave del suo poema. Non è facile stabilirne con precisione la data di nascita perché i cantari, componimenti poetici in ottave di argomento vario di cui quello epico-cavalleresco ebbe molto successo, venivano recitati oralmente. In forma scritta, quindi più tarda rispetto all’orale, alla fine del ‘400 si registra una Historia di Bradiamonte sorella di Rinaldo: Bradiamonte è figlia di Amone, duca di Dordona, e fa parte della potente famiglia dei Chiaramonte di cui è membro anche uno dei paladini più amati in Italia, vale a dire Rinaldo, signore di Montalbano. Di lei si parla pure in un altro cantare, Rinaldo da Montalbano, dove si specifica che è figlia illegittima di Amone; prima combatte con i saraceni, nemici della sua famiglia biologica, fedele al re Carlo Magno, per poi scoprire la sua vera identità, farsi battezzare e riabilitare. Bradamante è una vergine guerriera, un personaggio nuovo e potremmo dire trasgressivo per il panorama letterario dell’epoca.

La tradizione letteraria e, soprattutto, mitologica, presenta molteplici esempi di guerriere, come le dee Artemide della cultura greca e Diana di quella romana, armate di arco e frecce, entrambe avevano fatto voto di castità e nel loro ruolo di vergini-guerriere erano protettrici delle donne: con un carattere più spiccato in Diana nei confronti delle partorienti, mentre in Artemide era più accentuata la protezione della verginità femminile. C’erano poi le Amazzoni, un popolo composto di sole guerriere che si dedicavano esclusivamente all’equitazione e al mestiere delle armi. Molte sono le leggende su di loro e sulla loro regina Pentesilea; indiscutibilmente rappresentavano un modello femminile in netto contrasto con il ruolo assegnato alle donne nella società greca e, come i centauri erano espressione della dimensione violenta e selvaggia dell’uomo, simboleggiavano l’opposizione a matrimonio e maternità. Nel corso del Medioevo si assiste ad un processo di recupero e positivizzazione della figura della donna guerriera rispetto alla tradizione classica, si pensi ad esempio a Giovanna d’Arco. In campo letterario, ciò avviene soprattutto stabilendo legami di parentela con famiglie valorose oppure mediante la conversione. Proprio ciò che accade a Bradamante: scoperte le sue nobili origini, si converte e in questo processo di ricerca della propria identità, come vedremo, si uniformerà sempre più al ruolo femminile tradizionale, appendendo l’armatura al chiodo.

Ma andiamo con ordine e partiamo con Matteo Maria Boiardo, conte feudatario di Scandiano, ma anche raffinato letterato di corte che, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta del ‘400, lavorò ad un poema cavalleresco finalizzato all’intrattenimento della corte estense e che fondeva i cicli carolingio e bretone dei romanzi cavallereschi molto amati dal pubblico dei cortigiani italiani. Il poema, rimasto incompleto, era composto da tre libri ognuno dei quali comprendeva un numero variabile di canti, i primi due rispettivamente ventinove e trentuno, l’ultimo solo otto.
Il titolo dell’opera, Orlando Innamorato, permette subito di comprendere che il motore dell’azione dei cavalieri e dei paladini che popolano le ottave dell’autore è l’amore inteso come forza naturale che può condurre al miglioramento di sé e al bene, ma nel caso in cui diventi un’ossessione può provocare smarrimento. Alla celebrazione dei valori della società cortese-cavalleresca, il coraggio, la nobiltà d’animo, la magnanimità, si affianca anche il motivo encomiastico finalizzato a fornire alla famiglia estense un’ascendenza storico-mitologica attraverso la coppia formata da Ruggero, discendente dell’eroe troiano Ettore, e Bradamante. Ecco, dunque, che la donna guerriera dei cantari diventa la progenitrice di una delle più potenti famiglie dell’Italia rinascimentale.

Questa personaggia così importante per gli intenti celebrativi dell’autore, che a causa della morte riuscirà solo ad abbozzare, sarà poi centrale, come vedremo, nel Furioso di Ariosto. Bradamante appare sulla scena nel secondo libro dell’Innamorato con la variante Bradiamante, di lei si dice che è «la dama serena,/che di Renaldo vi è poco divaro/di ardir e di forza a questa sua germana;/cossì Dio sempre me la guarda sana!» (O.I. II, VI, 23).
Boiardo insiste subito sul coraggio e sulla forza di una guerriera cristiana per cui l’onore, la fedeltà al proprio sovrano, ma anche il raggiungimento dei propri personali obiettivi di successo e gloria assumono una forte spinta all’azione. L’autore non rinuncia a contrapporle un alter ego nel campo saraceno, vale a dire la guerriera musulmana Marfisa. Contrariamente a quest’ultima, totalmente dedita al mestiere delle armi, Bradamante si mostra sensibile all’amore, centro propulsore del poema, incontrandolo sul campo di battaglia di Montalbano, mentre è intenta a vendicarsi del saraceno Rodomonte, responsabile di averle ucciso il cavallo in uno scontro precedente. A causa di un ordine improvviso, la guerriera è costretta a lasciare il duello; quando ritorna, trova un altro cavaliere a combattere contro Rodomonte che, ripresosi dopo essere rovinato a terra a seguito di un colpo micidiale, si ritira lasciando la scena al cavaliere, Ruggero per l’esattezza, e a Bradamante. In questo caso né il libro, per dirla con Dante, né la fuga, per dirla con Ariosto, furono galeotti, ma un elmo, come le parole di Boiardo ci raccontano:

Nel trar del’elmo si sciolse la trecia,
che era di color de oro alo splendore.
Avea el suo viso una delicatecia
mescolata di ardire e de vigore;
e labri, el naso, e cigli e ogni fatecia
parean depinti per le man de Amore,
ma gli occhii aveano un dolce tanto vivo,
che dir non puose e io non lo descrivo.

Nelo aparir delo angelico aspetto
Ruger rimase vinto e sbigotito,
E sentisse tremare el core in petto,
parendo a lui di foco esser ferito. (O.I. III, V, 41-42).

L’iniziativa amorosa è, dunque, tutta femminile con Bradamante che, togliendosi l’elmo, decide di mostrarsi e di esporsi perché ha scelto quell’uomo in mezzo a tanti. Questo episodio segna uno spartiacque tra un prima, in cui la guerriera combatte per onore, fedeltà al proprio sovrano e interesse personale, e un dopo, in cui l’amore diventa un altro potente motore per la sua azione. Sul campo di battaglia Ruggero e Bradamante entrano in una genuina competizione: cercano di dare il meglio di sé per dimostrare di meritarsi l’amore reciproco.
Il feroce duello con l’esercito saraceno, a cui sono costretti subito dopo essersi presentati, li costringe a separarsi. Bradamante sa di amare Ruggero, lo sente nel profondo e si strugge per averlo perso, dando inizio ad una ricerca, una quête, che sarà, come vedremo, il fulcro della vicenda del Furioso di Ariosto. Quello che però vale la pena sottolineare è la straordinaria novità introdotta prima da Boiardo e poi continuata da Ariosto e cioè il fatto che ad essere protagonista di una ricerca, che i canoni cavallereschi attribuivano ai cavalieri, sia ora una guerriera.

Vi è un’altra situazione in cui Bradamante non si sottrae al gioco amoroso, anzi lo asseconda e per un certo momento lo conduce: si tratta dell’equivoco con la principessa saracena Fiordespina che, nel canto VIII del III libro, vede Bradamante addormentata vicino ad un fiume e pensa di avere davanti a sé il cavaliere più bello del mondo a cui offre un cavallo, che la guerriera accetta, non sottraendosi all’approccio amoroso di Fiordespina e in qualche modo alimentandolo lei stessa:

Bradamante, che vide la donzella
Nel viso di color de amor dipenta,
e gli occhi tremolare e la favella,
dicea tra sé: “Qualche una mal contenta
sera de noi e ingannata alla vista,
ché gratugia a gratigia poco acquista (O.I., III, 11)

L’un de l’altra accesa è nel disio
Quel che li manca ben sapré dirlo (O.I., III, 25)

Guido Reni, Bradamante e Fiordispina, 1632-35

Cosa provi realmente Bradamante per Fiordespina non viene spiegato dall’autore e non sappiamo se lo faccia volutamente oppure perché la morte lo coglie proprio nel mezzo della stesura di quel canto. Sia come sia, certo è che la potenza dell’amore soggioga, irretisce ed è difficile sottrarsi all’attrazione di chi ama, come del resto dice lo stesso Dante nel V dell’Inferno nelle memorabili terzine di Francesca da Rimini. L’amore può condurre alla follia come dirà pochi anni più tardi Ludovico Ariosto che di Bradamante fa uno dei personaggi chiave del suo poema per celebrare la dinastia a cui doveva essere grato, lui poeta-cortigiano a Ferrara. Boiardo lascia ad Ariosto una Bradamante con tratti alquanto spregiudicati per essere la progenitrice della dinastia estense, ad Ariosto resta il compito di virare verso acque meno perigliose, vediamo se ci riesce e come.

Gustavo Doré, Bradamante e la maga Melissa

Nelle ottave 31 e 33 del libro II del Furioso, Bradamante è «inclita donzella», naturalmente sorella di Rinaldo, dotata di «gran possanza» e «molto ardir», ma anche «donna amata» ed amante, nel senso letterale del termine, di Ruggero. I due bramano di parlarsi e stare insieme, ma si perdono assai facilmente e sarà Bradamante, in continuità con il poema di Boiardo, ad essere investita della missione di ritrovare l’amato: da lei dipende l’avverarsi della profezia che la maga Melissa le ha rivelato davanti alla tomba del mago Merlino e cioè diventare «casta e nobilissima donzella,/ del cui ventre uscirà seme fecondo/che onorar deve Italia e tutto il mondo» (O.F., III, 16). Come sostiene Eleonora Stoppino nel suo volume Bradamante fra i cantari e l’Orlando Furioso, la guerriera diventa un personaggio parallelo al protagonista dell’Eneide condividendo con lui l’onore, ma anche l’onere, di un destino superiore davanti al quale però sono necessarie rinunce che, nel caso di Bradamante, riguardano la libertà personale e l’indipendenza.

L’eroina ariostesca fa tutto ciò che è necessario per rintracciare Ruggero e liberarlo dall’incantesimo del mago Atlante. Dopo essersi finalmente trovati, amati e rinnovati le promesse per un futuro insieme, ancora una volta la magia e un animale alato, l’ippogrifo, sottraggono a Bradamante il caro Ruggero che proprio maturo per un amore così grande non è: lo dimostrano le sue infedeltà prima con la maga Alcina, poi con Angelica.
In questi momenti di perdizione, Ariosto utilizza per il suo personaggio appellativi che fanno riflettere: lo chiama «buon Ruggier», «incostante e lieve» (O.F., VIII, 18) e non si trattiene dal commentare con un «pazzo è se questa ancor non prezza e stima» (O.F., XI, 2) quando il paladino si trova davanti la bella Angelica nuda.

Rutilio Manetti, Ruggiero alla corte della maga Alcina, 1624

Bradamante e Ruggero si ritrovano nel canto XXII in cui la guerriera gli comunica che, se vuole il suo amore, deve battezzarsi e chiedere la sua mano al padre. L’uomo acconsente e i due uniti si recano a Vallombrosa da Amone, padre della donna, ma ecco che nuovamente vengono separati e sono costretti a proseguire la strada autonomamente. Sul percorso Ruggero incontra il fratello gemello di Bradamante, Ricciardetto, e, con questo espediente narrativo, Ariosto risolve l’equivoco boiardesco dell’amore di Fiordespina per la giovane.
Venuto a conoscenza del sentimento della principessa saracena per la sorella, Ricciardetto, del tutto simile a lei, racconta al futuro cognato di essersi presentato alla corte di Fiordespina e di averle detto che, per poterla amare, si era sottoposto ad un incantesimo che lo aveva trasformato in un uomo; con quest’inganno può amare la nobile fanciulla e Ariosto uscire dalla scomoda situazione in cui l’aveva lasciato Boiardo e cioè l’allusione ad un amore lesbico per la progenitrice degli Estensi.

Al di là dell’espediente adottato da Ariosto, è interessante notare come erediti da Boiardo un’altra attitudine nei confronti di Bradamante e come la faccia propria personalizzandola: si tratta dell’ambiguità di genere dell’eroina che si muove in modo veramente peculiare in una terra di confine tra maschile e femminile e che le permette, a seconda delle situazioni, di avere comportamenti associati ad una delle due identità che spesso interagiscono e si interfacciano e che mettono in discussione il canone maschile. Se consideriamo il personaggio nel corso di tutto il poema, è possibile notare che i problemi più complessi per Bradamante non sono quelli che affronta in battaglia quando si comporta da cavaliere, ma sono quelli che incontra quando veste i panni di donna, soprattutto se innamorata di un uomo che non è molto avvezzo alla fedeltà. L’attesa di Ruggero a Montalbano si rivela per lei un’agonia senza fine: il mal d’amore la porta a rifiutare di combattere con i fratelli, le ferite dei tradimenti di Ruggero bruciano più dei colpi inferti durante i duelli, i pettegolezzi di una relazione dell’amato con Marfisa, che in realtà si scopre poi essere la sorella di Ruggero, accendono in lei una gelosia autodistruttiva che la conduce alla soglia del suicidio, come la regina Didone. Proprio in procinto di sferrarsi il colpo fatale, però, Ariosto fa intervenire il «miglior spirito» che le fa notare di indossare ancora l’armatura e che forse morire suicida non è poi una grande idea; forse, se proprio si deve morire, è meglio farlo combattendo, come lei stessa ha sempre fatto, in questo caso per sé stessa e per l’amore in cui lei ancora crede. Leggendo questa parte dell’opera, ho sempre pensato che la parte maschile di Bradamante la salvi dall’autodistruttiva parte femminile alimentata dal senso di colpa di non essere abbastanza per Ruggero.

La straordinaria ambiguità del personaggio prosegue nella rocca di Tristano, dove la guerriera, di nuovo alla ricerca dell’amato, vorrebbe trovare riparo per la notte, qui però non vige il principio dell’ospitalità, ma quello della villania: per ottenere il permesso di risiedervi, è necessario il superamento di una prova differente a seconda del genere, gli uomini devono uscire vincenti da un duello, le donne devono dare prova della loro bellezza.
Bradamante si sottopone alla prova del duello e lo vince, ma ipotizzata la sua identità femminile, il castellano mette a confronto la sua bellezza con quella della regina Ullania, ospite della rocca, e Bradamante ne esce ancora vincente, ciò dovrebbe costringere la regina ad andarsene. Come succede altre volte nel poema, anche in questa Bradamante veste i panni della guerriera che scende in campo per la difesa delle donne e pronuncia un discorso per evitare la cacciata di Ullania dimostrando scaltrezza, una fine intelligenza e pure la consapevolezza della propria doppia identità.

In sintesi, la guerriera sostiene che ha poca importanza chi sia superiore in bellezza in quanto lei non ha conquistato l’ospitalità attraverso le proprie doti femminili, ma sostenendo un duello. Poi chi può realmente dimostrare chi lei sia? Insomma, per dirla al contrario di Pirandello, Bradamante afferma con forza un “io non son colei che mi si crede”, in opposizione a quanto sostenuto dalla moglie del signor Ponza nella scena finale di Così è (se vi pare). Ed aggiunge poi che, se non si sa con certezza una cosa, non la si deve dire soprattutto quando altri per questo possono soffrire.
Per Bradamante, la legge che vige nella rocca stabilisce che le donne siano sconfitte dalla bellezza di un’altra donna e non da quella di un cavaliere che ha vinto un duello e conclude dicendo che, se anche fosse donna, ma non la è, e la sua bellezza non fosse superiore a quella della regina, sarebbe profondamente ingiusto allontanarla dal castello in quanto il privilegio di restarci se l’è guadagnato con le armi.

Il discorso che l’indomita guerriera pronuncia e che le consente di restare ospite della rocca non viene però replicato al cospetto del padre e della madre che vogliono concedere la sua mano a Leone, principe bizantino, e non all’amato Ruggero. In questa situazione, Bradamante diventa una figlia silente e remissiva pronta a rinunciare all’amore della sua vita per l’obbedienza dovuta ai genitori.

La trasformazione che conduce Bradamante verso il destino scelto per lei, e per tutte le donne dell’epoca, cioè essere moglie e madre, è progressiva e passa attraverso la figura della figlia docile, che accetta passivamente la volontà della famiglia, soffrendone in silenzio. Comunque, l’abilità di Ariosto nello scompigliare le carte è strabiliante ed ecco che il topos letterario della guerriera che accetta di sposarsi solo con colui che riuscirà a batterla in duello, come nel mito di Atalanta, riappare e Bradamante si reca da Carlo Magno di persona chiedendo al re di intercedere per lei. Il duello ha luogo, Bradamante affronta Leone, suo futuro sposo, con ira e coraggio, ma viene sconfitta ed è pronta a sottomettersi, ma… dietro l’armatura di Leone si cela in realtà Ruggero, che, approfittando dell’amicizia di Leone, ha provveduto allo scambio di persona senza dire nulla alla donna affinché tutto avvenisse nel pieno rispetto delle regole. Anche qui un duello decreta, non come nella Clorinda di Tasso la morte fisica, ma la fine della duplicità della guerriera che, appesa l’armatura al chiodo, diventa moglie e madre.

C’è chi ha scritto di Bradamante che sarebbe lontana da un’immagine di donna libera ed emancipata e credo che su questo non ci siano dubbi. Penso però che ciò su cui valga la pena riflettere non sia il grado di libertà o di sottomissione di Bradamante, bensì le sfumature della sua duplice identità, capace di mediare tra le specificità maschili e quelle femminili in modo da mitigarne le rispettive spigolosità. La grandezza della guerriera sta proprio nel presentarci un’identità non precostituita e culturalmente condizionata, ma che si forma e trasforma giorno dopo giorno, situazione dopo situazione senza il rifiuto o il sacrificio dell’una o dell’altra parte che compongono il proprio sé.
Forse questa potrebbe essere la strada da percorrere anche per noi, donne del XXI secolo, tra incertezze e ricerca di un’impossibile perfezione, tra femminicidi e violenze quotidiane, tra mascolinizzazione e paura della propria femminilità, tra proposte per l’elezione di una donna al Quirinale e sempre meno donne ai vertici politici, amministrativi e gestionali di un Paese in cui, come diceva Carla Nespolo: «se dovessimo tornare indietro noi con i nostri diritti fondamentali, tornerebbe indietro tutta la democrazia italiana perché nel Novecento il cammino delle donne è stato il cammino della democrazia».

Credo che, per gestire questa importante, ma anche pesante eredità, che ci lascia chi va o è già andata, Bradamante possa in qualche modo aiutarci. Lavorare con le/gli studenti sul «dopo il matrimonio, la morte di Ruggero e la maternità che cosa succede?» è un modo per pensare insieme, analizzare gli stereotipi, esplorare nuove prospettive e possibilità, comprendersi meglio come future donne e futuri uomini capaci di stare loro accanto per sostenerle e combattere insieme e fino in fondo la battaglia per la parità.

In copertina. Bradamante e Fiordispina (dipinto) di De Witte Cornelio (sec. XVI).

***

Articolo di Alice Vergnaghi

Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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