Il basket femminile da una prospettiva di genere

Osservare la pallacanestro femminile da un’ottica di genere mette in luce, fin da subito, molte problematicità radicate nella nostra società e nell’atteggiamento diffuso delle persone nei confronti di quelli che vengono ancora percepiti come sport maschili.
In generale, si può constatare che le ragazze e le donne che praticano la pallacanestro soffrono ancora (anche se sempre meno) di una mancanza di cultura dello sport femminile. Questo significa, in breve, che storicamente le donne, essendo considerate il “sesso debole” sono state viste come fisicamente non attrezzate per praticare sport (in generale) ma soprattutto quelli considerati maschili come il calcio, il basket, il rugby, l’hockey e cosi via. Normalmente, il modello stereotipato prevede che le ragazze si dilettino nella danza mentre i ragazzi, competitivi ed aggressivi, si diano battaglia sui campi di calcio, basket ecc… Ogni deviazione da questo è vista, come minimo, come curiosa.
Ogni deviazione da questo immaginario porta con sé un carico di discriminazioni e problemi strutturali ancora in gran parte da risolvere.

Come prima analisi, prendiamo in esame il tasso di partecipazione al gioco della pallacanestro. Secondo una ricerca portata avanti da Nielsen Sports, si delinea uno scenario tutt’altro che positivo per la pallacanestro femminile. Su 2,1 milioni di praticanti, solo il 22% è di genere femminile. Se si va a guardare poi all’interesse che questo sport suscita nella popolazione, su 9.7 milioni di persone che seguono e si appassionano al basket, solo 36% è donna.
Spostando il nostro sguardo sulla questione dei diritti, in particolar modo sulle tutele legali sancite dai contratti sportivi, ci accorgiamo che c’è una grande differenza tra la condizione delle donne e degli uomini. Nonostante alcuni passi in avanti siano stati fatti con la creazione di un fondo maternità, ad esempio, il nocciolo della discussione è il professionismo: gli uomini che giocano in serie A sono professionisti, le donne no. Tutto ciò comporta una serie di discriminazioni di assoluta importanza, alle donne, infatti, non è garantita la previdenza, in particolare i contributi Inps, un’assicurazione specifica per le sportive (ad esempio in caso di malattia) e il trattamento di fine rapporto (Tfr). Questo obbliga le cestiste a doversi reinventare una vita e una professione dopo magari 15/20 anni di completa dedizione alla pallacanestro.
Su questo punto alcuni passi in avanti sono stati fatti anche se le insidie rimangono moltissime. L’11 dicembre 2019 è stato approvato un emendamento alla legge di Bilancio con cui è stato introdotto un esonero contributivo per 3 anni, fino a un tetto di 8000 euro, per le società sportive che vogliono passare a contratti professionistici, che si sa essere molto onerosi. Ora è compito dalla federazione italiana pallacanestro, quindi di Giovanni Petrucci, e dei club decidere se usufruire di questa opportunità o cercare di sviluppare delle forme ibride di contratti che possano da un lato garantire le tutele necessarie e dovute alle cestiste e dall’altro assicurare alle società una certa sostenibilità economica.

Il problema principale rimane, infatti, la questione economica: il rischio è infatti quello che le società siano obbligate ad abbassare gli stipendi per far fronte alle spese contributive o magari a chiudere i battenti per mancanza di fondi. La sostenibilità rimane il focus centrale in tutta questa storia visto che il basket femminile soffre di una mancanza di visibilità mediatica e di interesse da parte degli sponsor che lo rende, di fatto, “povero.”
Rimanendo sempre all’interno della tematica dei contratti, un’altra discriminazione che subiscono le cestiste rispetto ai cestisti è quella del divario salariale. Si stima che le donne che giocano in serie A guadagnino un ottavo dei loro colleghi maschi. In maniera analoga i montepremi messi a disposizione per la vittoria di qualsiasi tipo di torneo sono in media la metà quando a vincere sono le donne.

Anche i media contribuiscono in modo massiccio alla disuguaglianza nello sport in generale e quindi anche per quello che riguarda la pallacanestro. I dati ci dicono che meno del 10% dei media sportivi si occupano di sport femminili e meno del 2% se questi sport sono considerati maschili. Oltre alla dinamica dell’invisibilizzazione, anche la poca narrazione sulle donne che giocano a basket risulta molto problematica e condita di sessualizzazione dei corpi e ossessione per la vita privata delle atlete in modo particolare rispetto al loro orientamento sessuale. I traguardi sportivi delle cestiste vengono percepiti sempre meno importanti rispetto al gossip, ai vestiti indossati e così via.
Questo tipo di racconto è poi in grado di rafforzare quegli stereotipi culturali di cui parlavamo all’inizio e che sono difficilissimi da superare. Emblematico quello che è avvenuto durante i mondiali di calcio femminile, e lo stesso clima d’intolleranza e di sessismo ha riguardato anche gli eventi della nazionale femminile di pallacanestro. È successo spesso, infatti, che sotto alle foto delle partite della nazionale comparissero commenti dove gli utenti si chiedevano se quelle in campo fossero davvero delle donne (visti i loro fisici) e che, comunque, si vedeva che erano delle lesbiche.
Questi sono episodi che vengono condannati perché succedono su un palcoscenico prestigioso come quello della nazionale, ma nelle serie minori queste sono situazioni all’ordine del giorno e andrebbero contrastate in maniera più concreta da parte dei club e della federazione.

Un ultimo tema che è bene considerare è quello della sottorappresentazione delle donne alla guida tecnica delle squadre di basket, nelle istituzioni che prendono le decisioni e tra i manager. Un trend che è riscontrabile, di fatto in tutto il mondo dello sport come ci dicono i numeri: nei posti di comando delle istituzioni sportive in Italia, le donne rappresentano solo il 28%. Le donne rappresentano solo il 12% dei membri dei più alti organi decisionali delle organizzazioni sportive olimpiche nazionali. Le manager dello sport sono solo il 15,4%, le allenatrici sono meno del 20%, mentre nella direzione federale le donne rappresentano solo il 12,4%. Il fatto che un’arbitra abbia diretto una partita di Champions League è stato accolto con grande stupore in Italia, visto che anche in questa categoria le donne rappresentano solo il 18%.

Nello specifico, per la pallacanestro, non ho trovato delle ricerche che abbiano analizzato questo tipo di percentuali, ma andando a vedere, ad esempio, tra le fila dei club di serie A1 su 14 squadre, le allenatrici sono appena due, Ballardini Simona e Zanotti Cinzia. La stessa cosa vale per la serie A2 in cui su 28 squadre le allenatrici sono solo Maria Buzzanca e Dagliano Alice.
In definitiva, sembra che il destino delle donne nella pallacanestro sia legato, da un lato, alla loro capacità di fare fronte comune e dare voce a queste disuguaglianze e, dall’altro, alla società italiana nel suo complesso, che ha bisogno di un deciso cambio di marcia in materia di inclusione e lotta agli stereotipi.

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Articolo di Camilla Valerio

Sono nata a Bolzano, ma vivo a Salerno e amo giocare a basket da ben 19 anni. Ho conseguito una laurea specialistica in Global Studies presso l’Università Karl-Franzens di Graz con una tesi che poi è diventata anche un libro: The Normalization of Far-right Populism. Narratives on Migration by the Italian Minister of the Interior between 2017 and 2018. Scrivo per diverse testate e ho iniziato ad interessarmi al femminismo quando ho capito che tante delle cose che mi facevano arrabbiare avevano un nome, ovvero “patriarcato”. Frequento il Master in Studi e Politiche di genere presso l’Università di Roma Tre.

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