Salento. Un altro genere di sguardo. Itinerario 1

Dal 28 maggio al 1 giugno abbiamo avuto l’onore e il piacere di venir coinvolte nella sperimentazione di un itinerario culturale per le meravigliose terre del Salento. L’ideatrice, Floriana Maci, referente dell’Apulia Slow Motions by MaMo Service (che potete conoscere meglio leggendo qui l’intervista), descrive Donne sul filo di un racconto come un percorso in grado di offrire uno sguardo inedito su un territorio così amato dal turismo qual è il Salento, riuscendo a ritagliare degli itinerari poco battuti lì dove di poco battuto sembra non esser rimasto quasi nulla. Ci è riuscita pienamente, in collaborazione con Caroli Hotels e con Pugliapromozione, onorando la terra con gli occhi delle donne che la hanno attraversata nei secoli e che sono rimaste legate a doppio filo con la costa e l’entroterra del leccese grazie al loro lavoro, le loro propulsioni culturali e le loro visioni d’avanguardia.

Quest’articolo inaugura una serie che proverà a riproporvi le meravigliose storie che abbiamo scoperto, con la speranza che possano ispirare qualcuna/o di voi a lasciarsi travolgere dai colori, dalle storie e dalle sensazioni di un Salento Altro, nel senso più debeauvoiriano del termine. Cominciamo!

Itinerario 1: Leuca, Tricase, Lucugnano

Il nostro viaggio si apre con una scoperta sensazionale, di quelle che scuotono come un terremoto il tuo sistema di certezze: Santa Maria di Leuca, in realtà, non esiste. O meglio, esiste, ma è la denominazione del santuario posto sul promontorio che affianca Leuca e la sua rispettiva Marina, frazione di poco più di mille anime del Comune di Castrigliano del Capo. Se riuscite a riprendervi da questa – si capisce – notizia sconvolgente e dal fatto che vi hanno mentito per un’intera vita, potete cominciare ad addentrarvi per la Marina di Leuca.
Che il tacco d’Italia sia stato porto aperto per tante culture diverse lo preannuncia il maestoso faro a picco sul mare, che deve aver indicato una rotta sicura ai tanti popoli che continuano ad approdare in Puglia. Eppure, anche senza guardare il Mediterraneo e il suo respiro sul mondo, persino le vie interne del paese ci parlano di multiculturalità e integrazione, con le oltre quaranta ville storiche che svettano tra i pini e le palme. Infatti, queste meravigliose dimore ottocentesche sono state costruite con stili tutti diversi, che spaziano tra i poli opposti del mondo: si possono trovare architetture arabeggianti, cinesi, ioniche, neoclassiche, pompeiane, gotiche e chi più ne ha più ne metta.
Se alcune sono ancora utilizzate come residenze estive dai proprietari, altre sono invece state adibite a strutture ricettive, dove vengono organizzati numerosi eventi d’interesse culturale, soprattutto durante la manifestazione “Ville in festa”, cui aderiscono le residenze dell’Associazione Dimore Storiche Italiane. Una tra queste, dove abbiamo avuto la possibilità di condividere una deliziosa cena, è Villa La Meridiana, proprietà della famiglia Caputo, fondatrice della catena Caroli Hotels, che ha scelto di mantenere in tutto e per tutto le caratteristiche originarie della casa dei nonni, mettendola tuttavia a disposizione dei clienti dell’hotel, che possono alloggiare nella villa usufruendo comunque dei servizi dell’adiacente albergo a pochi passi dalla spiaggia.

Villa Episcopo, Leuca.
Foto di Emma de Pasquale
Villa La Meridiana, Leuca
Foto di Danila Baldo

È proprio osservando il litorale che saltano all’occhio delle strutture in pietra o in muratura note come “bagnarole”, forte traccia della presenza femminile a Leuca. Si tratta di cabine chiuse direttamente sull’acqua che pare avessero lo scopo ignobile di tenere nascoste le donne in costume mentre si facevano il bagno, così che i loro corpi non fossero visti dalla spiaggia. È pur vero che non essere viste non sempre è una condanna e in questo caso ci piace immaginare che le “bagnarole” potessero essere utilizzate dalle donne di Leuca per ritagliarsi degli angoli di libertà e trasgressione, lontane da occhi indiscreti.

Bagnarole lungo il litorale di Leuca.
Foto di Emma de Pasquale

A neanche 20 minuti da Leuca si trova un altro gioiello sepolto del Salento: la località di Tricase.

Targa in memoria delle vittime del 15 maggio 1935, Tricase

Le poche centinaia di metri quadri che si sviluppano intorno alla Piazza Giuseppe Pisanelli, costeggiata dalla Chiesa di San Domenico e dal Palazzo Gallone, ci parlano della grandiosa storia delle donne del luogo.
A pochi passi dal portone del Palazzo, che oggi ospita il Comune di Tricase, una targa ci riporta al 15 maggio 1935, quando in paese scoppiò una rivolta animata principalmente dalle tabacchine della zona: la ragione della protesta era la minaccia da parte del Regime di chiudere l’Azienda Cooperativa Agricola Industriale del Capo di Leuca (ACAIT), filiera del tabacco che dava lavoro a tantissime donne salentine. La ribellione fu repressa nel sangue e persero la vita le due operaie tabacchine Cosima Panico e Maria Assunta Nesca, la contadina Donata Scolozzi, il contadino Pompeo Rizzo e il giovanissimo artigiano quindicenne Pierino Panarese.

Poco più in là, all’ingresso di Palazzo Gallone, una lastra di marmo rende omaggio a un altro nome che si aggiunge alla schiera di partigiane morte combattendo per la libertà di questo Paese e da questo stesso Paese tristemente dimenticate.
È Maria Teresa Sparascio, staffetta che ebbe un ruolo chiave nell’organizzazione della Resistenza salentina, cui aderì anche il marito Efisio Licheri. Purtroppo, Sparascio fu uccisa nel 1944 da un soldato nazista mentre era a casa con la famiglia: fu vista muoversi dietro il vetro della finestra da un nemico, che sparò e la assassinò perforandole un polmone.

Targa in onore di Maria Teresa Sparascio, Tricase.
Foto di Danila Baldo

Ormai alle soglie di Palazzo Gallone, è il momento di inoltrarsi alla scoperta dei suoi segreti e della grande donna che per ultima lo ha animato: Maria Bianca Gallone.

Dopo aver visitato le scuderie, ambiente usato successivamente per la conservazione del tabacco e decorato da un affresco purtroppo gravemente deteriorato dall’intonaco con cui lo si è coperto in passato, ci si può addentrare nel corpo centrale del Palazzo, finito nel 1661 da Stefano II Gallone, primo principe di Tricase. Le glorie e le disfatte dei Gallone animarono la storia del Comune nei tre secoli successivi, vedendoli passare in un battito di ciglia dall’essere una delle famiglie feudatarie più potenti del Mezzogiorno a perdere tutto negli anni delle due guerre e della prima Repubblica.

Facciata di Palazzo Gallone, vista da Piazza G. Pisanelli, Tricase. Foto di Danila Baldo
Affresco deteriorato nelle scuderie di Palazzo Gallone,
Tricase. Foto di Emma de Pasquale

Testimone di questo repentino tracollo fu proprio Maria Bianca Gallone, principessa di Tricase e Moliterno nata nel 1895 dal matrimonio del IX Principe di Tricase Pietro Giovanni Battista con la principessa Giuseppina Moncada, figlia del principe di Paternò. Pur non avendo una preparazione economica di alcun tipo, si occupò in prima persona di gestire il patrimonio della famiglia e di provare ad arginare il devastante impatto della riforma agraria del primo dopoguerra sui latifondi dei Gallone. Viene ricordata come una figura femminile estremamente emancipata per i suoi tempi, colta, curiosa, ribelle e anche alquanto spigolosa. Oltre ad occuparsi dei beni di famiglia fu anche poetessa e scrittrice, dedicando due pubblicazioni alla storia del monachesimo italo-greco e scrivendo inoltre la raccolta di poesie Sussurro (1965)e il libro Lecce e la sua provincia (1968).
Dopo aver venduto tutti i possedimenti, compreso il Palazzo, negli anni Cinquanta divenne la prima donna consigliera comunale di Tricase. Scomparsa a Lecce nel 1982 in assoluta povertà, la sua è una storia ancora da ricostruire, cui mancano troppe pagine e che meriterebbe di essere approfondita. Per ora ci accontentiamo di salutarla con i suoi versi d’amore per la terra del Salento:

«Protesi verso il mare i pianori verdeggianti, bionde messi, olivo simbolo di pace, potenti castelli, borghi popolosi. Cinti da mura e torri per la comune difesa del signore, del popolo affratellati. Cattedrali barocche, vezzosi portali, balconi nascosti che videro la gloria di vittoria, sul saraceno ardito, sui potenti invasori. A te, nei tempi, memorie, tradizioni, ci uniscono tutti in filiale legame».

È un arrivederci necessario, visto che è giunto il momento di una dolce pausa culinaria prima cambiare paese e spostarsi circa 4km ad ovest, direzione Lucugnano.

Ma prima di salire sul pullman, abbiamo gustato uno squisito gelato da G&Co: una storia di imprenditoria femminile nata circa 10 anni fa, che vede protagoniste le quattro sorelle Ricchiuto, titolari di un’attività artigianale che ha guadagnato per il terzo anno consecutivo i prestigiosi tre coni della guida Gambero Rosso.

Noi, che abbiamo assaggiato dal più classico pistacchio al più insolito rosa (sì, proprio la pianta), possiamo confermare che li meritano tutti!

Sorelle Ricchiuto, Gelateria G&Co, Tricase.
Foto di Danila Baldo
Gelateria G&Co, Tricase.
Foto di Danila Baldo

Con lo stomaco pieno e il palato contento, si parte in direzione Lucugnano, dove ad aspettarci c’è la storia di Tina Lambrini.

Lo sfondo di questa vicenda è Palazzo Comi, la residenza del poeta Girolamo Comi (1890-1968), fondatore dell’Accademia Salentina e figura di spicco della vita intellettuale dell’Italia del primo Novecento. La casa, con la rispettiva ricchissima biblioteca, è stata rivitalizzata e aperta alla curiosità dei turisti grazie alla dedizione dell’Associazione Tina Lambrini, nata da un comitato spontaneo di cittadini e cittadine e intitolata proprio a Ernestina, detta Tina, in virtù della centralità di questa figura nell’attività di Comi e nella salvaguardia di una preziosa eredità culturale che sarebbe altrimenti andata perduta.

Esterno di Palazzo Comi, Lucugnano.
Foto di Danila Baldo
Cortile interno di Palazzo Comi, Lucugnano.
Foto di Danila Baldo

Difatti, dal 1948, anno in cui entrò in servizio a Palazzo, Tina ebbe un ruolo chiave nell’amministrazione della casa e della vita del poeta, svolgendo con estrema dedizione il prezioso – e ancora oggi non riconosciuto – lavoro di cura che consentiva a Girolamo Comi di occuparsi dei suoi impegni culturali e di concentrarsi su alte questioni di letteratura, senza doversi porre il problema dei piatti sporchi o delle lenzuola da cambiare.

Seppur con una retorica un po’ stantia si tenda a ricordare Tina per la sua “bravura” a rimaner nell’ombra – quel famoso “saper stare un passo indietro” che recentemente ha infiammato le arene del dibattito pubblico – lo stesso poeta nutriva una profonda riconoscenza e stima per la governante, soprattutto dal momento in cui decise di rimanere al suo fianco nonostante fosse sprofondato in una condizione di povertà estrema.

Ernestina Lambrini

Per questo, dopo aver parzialmente risolto le difficoltà economiche cedendo il Palazzo alla Provincia di Lecce in cambio dell’usufrutto e di un vitalizio concesso dalla Cassa Scrittori, nel 1965 Comi, prevedendo che la fine fosse oramai vicina, chiese a Tina di sposarlo come ultimo gesto per ricambiare tutto l’affetto incondizionato ricevuto negli anni, così da garantirle la residenza a Palazzo una volta scomparso. Il dato a tratti ironico, che ci dà una cifra della risolutezza di questa donna, è che, nonostante non avesse un quattrino in tasca, Tina in un primo momento rifiutò la proposta di matrimonio del poeta-barone. Cedette dopo qualche mese, ma ebbe accanto il marito solo per tre anni, vista la scomparsa di Comi nel 1968.
La scrittrice Giuliana Coppola la ricorda così: «Lei, Tina, è la “moglie” del suo barone-poeta ed è stato un sospiro di emozione, simpatia, complicità e tenerezza e sollievo perché la Tina, solo la Tina poteva custodire il bene prezioso che Casa Comi rappresentava ormai per tutti, il nido e la culla di una cultura armoniosa che anche lei col suo silenzio aveva curato e alimentato, in una totale assoluta estrema dedizione». Levando quelle virgolette alquanto ridicolizzanti e sostituendo la parola «silenzio» con la più congrua «lavoro», abbiamo un quadro di quanto la società letteraria costituitasi intorno a Girolamo Comi, seppur con qualche rimostranza, s’interfaccerà con Tina Lambrini come erede legittima dell’immenso patrimonio culturale che Comi lascia a Lucugnano. In effetti, s’incaricherà in prima persona dell’organizzazione dell’archivio e della biblioteca, oltre che della cura del Palazzo, fino al 1982, anno della sua scomparsa.

Originali della rivista “L’Albero”, fondata da Comi, conservati nella biblioteca del Palazzo.
Foto di Emma de Pasquale
Estratto da una lettera di Alfonso Gatto a Girolamo Comi, affisso all’ingresso del Palazzo.
Foto di Danila Baldo

Dopo questa giornata ricca di emozioni e nuove scoperte torniamo al nostro campo base, il Caroli Hotel, in quella che abbiamo imparato a chiamare Marina di Leuca, pronte per tutte le grandi donne che il prossimo itinerario saprà proporci.

In copertina: il litorale di Leuca visto dal balcone dell’hotel Terminal, della Caroli Hotels, Marina di Leuca.

***

Articolo di:

Danila Baldo

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, tiene corsi di aggiornamento per docenti, in particolare sui temi delle politiche di genere. È referente provinciale per Lodi e vicepresidente dell’associazione Toponomastica femminile. Collabora con con Se non ora quando? SNOQ Lodi e con IFE Iniziativa femminista europea. È stata Consigliera di Parità provinciale dal 2001 al 2009 e docente di filosofia e scienze umane fino al settembre 2020.

Emma de Pasquale

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Emma de Pasquale è nata a Roma nel 1997. Laureata magistrale in Italianistica, è attualmente giornalista pubblicista. Mangia il mondo con occhi curiosi e ama raccontare. Da sempre crede profondamente nel potere della narrazione di restituire fiato alle tante voci soffocate dalla storia.

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