Questo editoriale è cambiato tante volte. Nel corso dei giorni passati, ha assunto diverse forme e diversi contenuti. E anche ora sono sicura che qualcosa di importante sia stato tralasciato. Di certo una mia colpa, una responsabilità dettata dal dover scegliere, per forza, di cosa parlare; dal cercare di farlo nel miglior modo possibile, senza essere banale o superficiale. Si scrive bene di ciò che si conosce meglio: funziona così.
E siccome scegliere parole/per gioco, per il gusto di potermi sfogare/[…] è capitato/ che sia quello che so fare, proverò a far della poesia il metro di questo articolo.
Nel 1931, il linguista Roman Jakobson pubblicò un pamphlet dal titolo “Una generazione che ha dissipato i suoi poeti” nel quale, partendo dal suicidio di Majakovskij, lanciò una sottile per quanto malcelata accusa contro ogni potere che, per giustificare e assolvere sé stesso, ha bisogno di eliminare chi fa poesia: «Quando i cantori sono uccisi, e le canzoni trascinate al museo e attaccate con uno spillo al passato, ancora più deserta, derelitta e desolata diventa questa generazione, nullatenente nel più autentico senso della parola».
E poeta era anche Renee Nicole Good la donna uccisa a Minneapolis dall’Ice, l’agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione, fondata nel 2003, ma che pare ormai una milizia paramilitare personale di Donald Trump. L’Ice, è bene ricordarlo, non può arrestare o trattenere un cittadino o una cittadina americana. In nessun caso. Può però compiere abusi su persone migranti, andandole a prelevare sui posti di lavoro, nei luoghi di culto, persino nei tribunali e durante appuntamenti programmati con le autorità. È la follia del patriarcato che ha preso vita e potere e impunità più di quanto ne abbia mai avuta. Per questo l’omicidio di Good può benissimo essere inteso come un femminicidio, come la più pura e becera misoginia: l’odio, cioè, verso chi si fa beffe dell’ordine patriarcale, lo disconosce e lo combatte.
A guardare la foto di Renee Nicole Good poco prima della sua uccisione, viene in mente quanto scritto da Margaret Atwood: gli uomini hanno paura che le donne ridano di loro. E se Virginia Woolf riusciva a scrivere di pace mentre gli aerei della Luftwaffe bombardavano Londra, noi, allora, possiamo raccontare di poesia anche se siamo circondati e circondate da padroni che, quotidianamente, bestemmiano le parole.
«[…] ora non posso credere —
che la bibbia, il corano e la bhagavad gita mi stiano sistemando i lunghi capelli dietro l’orecchio come faceva la mamma espirando dalla bocca “lascia spazio alla meraviglia”[…]».
No, Reene. Hai ragione. Quello è un gesto di donne.
Il 10 gennaio ci ha lasciate Edda Billi, attivista, femminista, anche lei poeta, tra le fondatrici della Casa Internazionale delle Donne. Edda Billi parlava di lesbicità e di donnità, a voler rimarcare, in quel suffisso forzato, la più granitica identità, la consapevolezza del fatto che, per costruire sé stesse serve, molto spesso, la ribellione. Una ribellione che passa, appunto, anche dalla grammatica: «[…] aspetto che si svegli/la vita/ perché sono soltanto/ una poeta maldestra/ che ama le donne/ dai grandi piedi/ che poggiano con cura/ sulla terra».
E questa grammatica ora forziamola noi. Parliamo di un’eroe dei diritti civili, scomparsa, anche lei, pochi giorni fa. Eroe con l’apostrofo, sì, a cacciare quel diminutivo che vorrebbe, ancora, relegarci in ruoli vicari.
Il 13 gennaio è morta Claudette Colvin. Quando aveva quindici anni, Colvin, che viveva a Montgomery, in Alabama, decise, di rientro da scuola, di non alzarsi per cedere il proprio posto sul pullman a una donna bianca. Era il due maggio del 1955, sei mesi prima di Rosa Parks. Colvin, però, non divenne un simbolo. Il suo gesto, come il suo nome, caddero nell’ombra. Questo perché, all’epoca, era incinta, per di più di un bianco, e non era sposata. Come avrebbe potuto avere credibilità e divenire emblema di qualcosa di giusto se non rispettava la morale? Il patriarcato è anche questo: imporre alle donne, sempre, un’etichetta. E sono utili, le etichette, perché chi le usa, quando le usa, stabilisce ruoli, livelli e relazioni.
Anni dopo, quando a Colvin chiesero di raccontare il suo gesto, ella dichiarò: «La storia mi aveva incollata al sedile». Una storia che aveva un nome e un cognome: Sojourner Truth.
Sojourner Truth fu, anche lei, un’attivista, un’afroamericana che si batté per l’abolizione della schiavitù e per i diritti delle donne. Tenne un discorso, intorno al 1850, bello, appunto, come una poesia: «Quell’ometto vestito di nero dice che una donna non può avere gli stessi diritti di un uomo perché Cristo non era una donna. Da dove è arrivato il tuo Cristo? Da Dio e una donna! L’uomo non ha avuto nulla a che fare con lui! Se la prima donna che Dio ha creato è stata forte abbastanza da capovolgere il mondo tutta sola, insieme le donne dovrebbero essere capaci di rivoltarlo ancora dalla parte giusta».
Infine, un saluto. Doloroso. Dovuto. Se ne è andata Valeria Fedeli, sindacalista, ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, politica, femminista. Ricordo che, al tempo della polemica idiota e sterile che l’ha riguardata — creata, è bene evidenziarlo, da Mario Adinolfi e dal Popolo della Famiglia — una mia docente universitaria la difese con fervore, riconoscendo il tentativo misero di screditare una donna dall’intelligenza fine e dalla preparazione solida.
Valeria Fedeli è stata amica della nostra associazione, anche presenziando per molti anni alle premiazioni a Roma del concorso nazionale Tf Sulle vie della parità, intervenendo come relatrice al nostro Convegno a Napoli, Cambi di rotte, ed è bellissima la sua prefazione al libro, targato Tf, Le mille… solo per ricordare alcune importanti collaborazioni.
Ma soprattutto, Valeria Fedeli è stata una donna dallo sguardo lungo, dalla visione anticipatrice, dalla capacità profonda di analizzare e capire i tempi prima ancora che essi si manifestassero completamente. Dove c’era da lottare, lì potevi trovarla. E sono questi, forse, i versi più belli di tutti.
«Non c’è altra poesia che l’azione reale».
Buon vento. Da parte di ciascuna di noi.
Sfogliamo il nuovo numero di Vitamine vaganti a partire da Lupe, una delle nuove rubriche della nostra rivista che, in questo primo appuntamento, ci parla del mito di Rea Silvia, madre di Romolo e Remo e racconta la nascita di Roma riflettendo su valori e contraddizioni della cultura romana; unisce elementi simbolici come l’acqua, il fuoco e l’oscurità e mostra il conflitto tra l’esaltazione della verginità femminile e la necessità della sua violazione per garantire la continuità e la grandezza di Roma.
Continuiamo con H-Demica, che dedica il numero 31 di Bibliografia vagante alla Cura analizzata da una prospettiva storica, sociale e di genere evidenziando come sia stata storicamente affidata soprattutto alle donne e spesso svalutata.
Scatti urbani ci porta, attraverso le fotografie in bianco e nero, per le strade di Trani.
Per il progetto Cosmopolita Primo Ottocento pugliese. Osservando il femminile. Parte prima offre un’immagine della Puglia ottocentesca in cui le donne, spesso invisibili nelle narrazioni ufficiali, furono agenti fondamentali di resistenza, solidarietà e costruzione civile, contribuendo all’unità morale e sociale del Paese mentre l’Italia attraversava profonde fratture storiche. Sullo sfondo di carestie, brigantaggio, restaurazione borbonica e moti risorgimentali, vengono alla luce vite di patriote, benefattrici e attiviste.
Tre donne per l’Unità. Giuditta Tavani Arquati ripercorre la vita e l’eroico sacrificio di questa figura centrale della resistenza repubblicana a Roma durante il Risorgimento.
La protagonista di Calendaria è Hani Matoko, figura pioneristica giapponese ricordata come la prima donna giornalista del Paese e un’instancabile promotrice dell’emancipazione femminile. Ideò il “Kakebo”, il primo libro contabile per la gestione della casa: strumento rivoluzionario che permetteva alle donne di gestire consapevolmente le finanze familiari, promuovendo la loro autonomia e libertà finanziaria.
«Ci sono persone che attraversano il loro tempo come meteoriti, e, quando le incontri, ti chiedi come abbiano fatto a contenere tutta quella energia in un corpo solo. Maria Chiara Ramorino, per colleghi e amici Chiaretta, è una di queste». Un ghiacciaio di nome Chiaretta racconta la vita straordinaria di Maria Chiara Ramorino, fisica ed esploratrice italiana che ha lasciato un segno indelebile nella ricerca scientifica e nello sport.
Proseguiamo con due nuove recensioni: Banksy e me. Dialogia, un libro di poesie di Norma Stramucci, in cui viene sottolineato come l’opera sia una “chiamata alla consapevolezza” necessaria in un mondo dominato dalla tecnica, per ritrovare l’umanità attraverso la poesia, e Dipende dalla classe. Un piccolo gioiello sulla scuola appena uscito in libreria che offre l’analisi del libro di Michele Arena ma anche una riflessione critica sul sistema educativo italiano e sulle disuguaglianze sociali.
Per il laboratorio di scrittura creativa “Tra i monti”, Nostalgia nella neve in Val D’Ayas è il racconto di una passeggiata compiuta il giorno dopo Natale: immersa in un paesaggio innevato e luminoso l’autrice riflette sulla sua tendenza a restare in coda al gruppo, momento che le permette di far vagare la mente e richiamare i ricordi.
«Forse a Novara non è arrivata la rivoluzione degli studi di genere che hanno consentito di correggere una visione distorta e parziale della Storia dell’arte?» A Novara il tempo si è fermato racconta la mostra “L’Italia dei primi italiani. Ritratto di una nazione appena nata” ospitata al Castello Visconteo-Sforzesco di Novara fino al 6 aprile 2026 per mettere in luce il forte contrasto tra la qualità delle opere esposte e l’esclusione delle donne dal panorama artistico.
Di politica e cronaca ci occupiamo in Non c’è due senza Trump, l’analisi della recente e drammatica crisi in Venezuela, inquadrata in una prospettiva storica e geopolitica legata all’imperialismo statunitense e in Le diverse tipologie di economia di guerra di Russia e Ucraina dopo l’escalation del conflitto del 24 febbraio 2022, utilizzando soprattutto i dati del Sipri e gli studi del Giga (Gruppo di Insegnanti di Geografia Autorganizzati). Il punto centrale dell’analisi è il rapporto tra spese militari e Pil, che evidenzia due modelli opposti per i due Paesi: l’Ucraina con un modello di economia di guerra integrale e la Russia con un modello di economia di guerra parziale.
Concludiamo la rassegna con Sottovetro. Mandarinetto, un liquore agli agrumi, sicuramente meno conosciuto del più noto limoncello, dal sapore dolce e particolare generalmente molto gradito.
Sara Fusco
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Articolo di Sara Balzerano

Laureata in Filologia moderna, è giornalista pubblicista. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere la forza di continuare a chiedere: Shomèr ma mi llailah (Sentinella, quanto [resta] della notte)? Crede nei dubbi più che nelle certezze; perché domandare significa non fermarsi mai. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.
