Editoriale. La saggezza del marinaio

Carissime lettrici e carissimi lettori,
“Invece di pensare a tutto ciò che non potevo fare, pensai a ciò che avrei fatto una volta sceso. Vedevo le scene ogni giorno, le vivevo intensamente e mi godevo l’attesa. Tutto ciò che si può avere subito non è mai interessante. L’attesa serve a sublimare il desiderio, a renderlo più potente”. Ci parla così’ il mozzo, personaggio oggi solo apparentemente di fantasia, rimasto bloccato su una nave a causa di un’epidemia a Port Avril. Ci dice parole di saggezza e di speranza, suggerendoci un viatico di forza.
Il racconto Il Capitano e il mozzo in questi giorni è diventato in poche ore virale, stavolta in senso positivo, sui social. Ma è diventato anche un piccolo giallo. Infatti è stato attribuito, chissà come e chissà perché, allo psicanalista Gustav Jung, precisamente ipotizzandolo tratto dal suo Libro rosso, mentre in realtà l’autore che ce lo ha regalato è Alessandro Frezza, giovane scrittore che, dopo un primo momento di meraviglia per il successo ottenuto, ci dice sempre da un social: “mi dispiace per gli esterofili, ma è tutta italiana la storia del Capitano e il mozzo – poi aggiunge, sempre con simpatica ironia per la famosa attribuzione del suo racconto – magari fossi Gustav Jung!”
L’umile, ma profondo, personaggio di Frezza ci racconta la saggezza per affrontare questa situazione, puntando a non far diventare l’emergenza un’abitudine. Così richiamiamo alla mente la citata e felice espressione di Franco Cuomo, Nostra Signora del desiderio, che ci gratifica e ci sostiene per quando tutto questo diventerà ricordo.
Per rimanere sempre sullo stesso racconto, quando il marinaio dice che ha cambiato i suoi comportamenti e ha deciso di tenere la cura di sé, mi viene in mente il discorso di un mio caro professore del liceo, Paolo Pani. Ci ha insegnato fisica e matematica, ma ci ha sempre anche dato piccole lezioni di vita nei momenti di riposo da quei 15 minuti per volta che lui ci diceva essere nella capacità di attenzione del discente. Ci raccontava del Presidente Sandro Pertini, che allora era al Colle (rifiutandosi sempre di abitarlo). Ci raccontava che, durante la sua detenzione, non mancava una mattina di lavarsi e radersi, non trascurando mai, dunque, tutte quelle funzioni igieniche che, di solito, nei periodi cosiddetti normali, sono compiuti da tutte e tutti noi, anche, seppure non solo, per il contatto con la società. Lo stesso registro usato, oggi, da uno psicoterapeuta, Roberto Gallina, che lancia, anche lui sui social, le Dieci regole d’oro per sopravvivere psicologicamente alla quarantena del coronavirus. S
econdo Gallina è necessario, se si rimane in casa, oltre alla cura del corpo (lavarsi, pettinarsi ecc.), non cambiare il ritmo del sonno e della veglia, non lasciare l’attività fisica, anche se sul parquet della camera da pranzo o sul tappeto del salotto, e soprattutto mantenere una buona alimentazione (adeguata alla vita più sedentaria) e conservare i contatti sociali. Per fare questo ci dice “oggi la tecnologia ci aiuta – e consiglia – preferite una videochiamata… vi darà maggior senso di vicinanza e lo darà soprattutto alle persone sole, ai nostri anziani, ai nostri bambini”. Continua poi consigliando le mille applicazioni disponibili per fare partite a carte e persino un pranzo o un tè con gli/le amiche, gustando il tutto con un po’ di chiacchiere, insieme su Skype.
Si torna, in questi tempi di attesa, a riscoprire cose tralasciate per quella diversa gestione del Tempo che avevamo prima, noi e i nostri familiari. Sembra dunque che si sia ritrovata la passione di fare le cose in casa, soprattutto in cucina: non solo dolci, di cui si raccomanda la limitazione, ma anche pane e pasta, tutti fabbricati sul nostro tavolo, scoprendo un modo per stare insieme e lanciare anche un po’ di sana didattica a tutti i livelli.
Scrive una maestra di una scuola romana ai suoi ragazzini, ma soprattutto in un dialogo con i genitori: “Distrarsi o approfittare. Anche al tempo del Coronavirus si continua a istruire invece di educare. Educare significa imparare a vivere. Capire cos’è la vita non è sapere più cose possibili. Se in questa situazione di grande emergenza si tenta di distrarre facendo i compiti, suggerire come passare il tempo, dare alla quotidianità quella parvenza di formalità, forse questo momento non servirà a un bambino, a un ragazzo, a un adolescente, a un giovane e neppure a un adulto o a un vecchio a ri-vedere e a riappropriarsi del senso della vita. Penso alla canzone di Gaber sulla libertà, al libro di Carlo Levi, Chi ha paura della libertà, al libro Fahrenheit 451, in un mondo apparentemente libero. Tutti abbiamo paura della libertà, non ci rendiamo conto di non essere capaci di essere liberi. Forse in questo momento così limitato da divieti ci sarà in realtà un’occasione di libertà. Libertà di usare il nostro tempo scegliendo cosa fare, cosa pensare, cosa ascoltare. Il Tempo, prima non c’era mai tempo. Adesso il tempo è cambiato, lo spazio è cambiato. È il momento per scoprirsi, per imparare a ri-vedere il mondo che viviamo, a connetterci con noi stessi e non solo con la rete che sicuramente è fonte inesauribile per dilatare il nostro tempo e il nostro spazio” e(Eufemia Curcio, scuola elementare Vittorino da Feltre, Roma).
Intanto il tempo passa. Viviamo praticamente di una sola notizia, che ha come attore unico il Virus, che si prende ostinatamente e brutalmente la scena. Ma in tempi confusi e bui ci assale il dubbio, che potrebbe corrispondere a un miracolo, di una controtendenza, per cui sarebbero calati in maniera drastica i femminicidi, dal momento che non li vediamo apparire nelle cronache e  nelle notizie dei telegiornali così frequentemente come qualche settimana fa.
É un miracolo al quale sinceramente purtroppo non crediamo. Chiederei a chiunque sappia di più in proposito di confermare o smentire questa osservazione perché, durante il periodo attuale di segregazione forzata in casa e in famiglia, le donne (è un pericolo del quale si è parlato molto in questi giorni), se vivono con un compagno violento, sono più esposte e rischiano di subire in maniera molto più grave ed acuta questo sopruso di genere.
Visti i dati precedenti sulle donne uccise (quasi una ogni tre giorni), ci sembra un dato importantissimo da tenere sotto controllo, un allarme vitale con il quale dobbiamo difendere le donne che oggi subiscono, con la complicanza dovuta alla presenza sociale del Covid-19, ancora di più, perché sono più fragili, e più esposte, anche psicologicamente, alle situazioni di abuso con la presenza più certa del compagno, insieme a figlie e figli.
Le donne affrontano il virus che ci sta trasformando la vita con forza e ne parliamo in un articolo che ci riguarda tutte, in questo terribile confronto che ha mostrato anche delle differenze di genere, riservando, per ora ancora misteriosamente, alle donne una maggiore resistenza. Per rimanere su questioni di genere non possiamo non notare un fatto che sottolinea ancora lo sguardo maschilista delle istituzioni: la scrittura tutta al maschile del modello di autocertificazione utile per circolare in questi giorni. Toponomastica femminile lo ha volto anche al femminile, rendendo un atto di giustizia di lingua di genere. Lo troverete sulla pagina Facebook dell’associazione.
Empatia e umanità, sostantivi femminili, non hanno certo mostrato le due poliziotte, rappresentanti delle istituzioni, nate per difendere i cittadini, quando hanno strillato in malo modo verso due anziani che erano scesi insieme da casa, in questi tremendi giorni di solitudine, tenendosi per mano. Questi novelli Filemone e Bauci (come si intitola l’articolo, in ricordo del dolce mito descritto da Ovidio nelle sue Metamorfosi) non meritavano una così arrogante applicazione del decreto governativo. L’obiettivo del cellulare di una ragazza, inorridita spettatrice, ha reso giustizia al loro amore e al loro dividersi insieme la vita, della quale anche la morte, lo abbiamo imparato, fa parte.
Una donna grande, Virginia Woolf, e qui ne analizziamo il forte e attualissimo messaggio, con un suo scritto, Le ore (prima stesura di
Mrs. Dalloway), ha ispirato altre esperienze, anche cinematografiche. Ci fa riflettere ancora sulla morte, quel tipo di morte alla quale il vivere attuale ci ha fatto abituare, improvvisa, inaspettata, ancora più terribile ma, allo stesso tempo, più consona a indicarci un aspetto fondamentale del nostro esistere: “Qualcuno deve morire…affinché noi possiamo attribuire più valore alla vita”.
Vi ricordate Pippa Bacca? Questa splendida e tenace ragazza siciliana era partita dalla sua isola in questi giorni di marzo, e vi sarebbe morta prima che il mese finisse, per portare, insieme ad una sua amica, un messaggio di pace, attraversando undici Paesi in guerra. Erano vestite da spose, in bianco, per simboleggiare l’unione, la promiscuità, possibile, degli incontri. A lei è qui dedicato un articolo, scritto da una sua conterranea. La Sicilia, terra d’incroci, è celebrata anche in un altro articolo che ne racconta le splendide origini greche.
Ancora di film si parla, e film rivisitati da donne e visti con occhi femminili, sono protagonisti di altrettanti scritti che troverete in questo numero e che potrebbero fungere da suggerimenti per andarli a cercare, ma anche come pretesti di lettura diversa di ciò che scegliamo di vedere. Soffermarsi per esempio sui libri che un regista mette nelle mani dei propri personaggi o ritrovare, attraverso una pellicola, il proprio popolo.
I film da vedersi insieme fanno parte dell’agile e utilissima guida di cose da fare in questi giorni casalinghi che prosegue e amplia l’elenco iniziato su questo editoriale la volta scorsa.
Rimanendo nel Mediterraneo, mare tra le terre, andiamo dalla Grecia alla Sicilia fino alla Spagna di Isabella regina, per ricordare invece la tristezza di quando l’umanità dimentica sé stessa e cade nell’odio del razzismo. Leggerete di quello contro le donne e gli uomini delle due religioni, l’ebraica e la musulmana, nate, come dimenticarlo, nella stessa culla ad oriente dello stesso mare. Non si aprì allora la Spagna e si condannò, come è scritto, ad una “lenta, ma inesorabile decadenza”.
Prima che finisca il mese non dimentichiamoci di celebrare la vita, ora che ne abbiamo così bisogno! Facciamo gli auguri a tre grandi figure dello spettacolo. Auguri di buon compleanno alla Musa del teatro italiano, grande attrice anche nel cinema, Piera Degli Esposti, nata il 12 del mese, che ha regalato a noi in questi giorni, all’apertura delle celebrazioni di Dante, la sua splendida voce per raccontare l’amore di Paolo e Francesca del V canto della Commedia. Mille auguri a Mina per i suoi 80 anni compiuti il 25 marzo, a lei, l’indimenticabile, seppure non presente da tanto tempo agli sguardi. Immensi auguri a Franco Battiato, nato 75 anni fa: ci ha dato canzoni straordinarie. Auguri a noi, con loro, perché possiamo di nuovo tornare liberi e libere, insieme.
Buona lettura a casa a tutte e a tutti.

 

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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