Editoriale. Il sindaco pescatore e un uomo in Frac

Carissime lettrici e carissimi lettori,
stando alle cronache, lo scenario in cui si svolsero i fatti, senza dubbio, è quello di Roma: il primo piano (o forse il quarto?) di un albergo di via Ludovisi, di fianco a una via Veneto che si preparava a vivere il periodo brillante della sua dolce vita e ad accogliere la tribù altrettanto felliniana dei suoi Vitelloni. Sempre stando ai resoconti di quel tempo non ci sarebbe traccia di abiti eleganti, di malinconie e, forse, neppure del più assodato degli elementi delle cronache di allora: il suicidio che fu come tale archiviato dalla polizia e dalla stampa, ma sul quale ancora aleggiano il dubbio e il mistero. Un giallo, ma un giallo che è diventato poesia…
«Ha il cilindro per cappello/ Due diamanti per gemelli/ Un bastone di cristallo/ La gardenia nell’occhiello/ E sul candido gilet/ Un papillon/ Un papillon di seta blu/ S’avvicina lentamente/ Con incedere elegante/ Ha l’aspetto trasognato/ Malinconico ed assente/ Non si sa da dove viene/ Né dove va/ Chi mai sarà/ Quell’uomo in frac».
Guardando la statua in bronzo di Domenico Modugno, Mimmo, come lo chiamano qui, sulla piazza di Polignano a Mare (dove mi trovo per una piccola vacanza) mi risuonano in mente subito questi versi, prima di quelli di Volare, che decretarono l’avvio del successo del cantautore pugliese. C’è un motivo in più per ricordare questa canzone: quest’anno così poco poetico, ma molto malinconico, L’uomo in frac compie sessantacinque anni. Nata nel 1955, la canzone di Modugno è giunta al successo, completo e meritato, solo tre anni dopo, quando Modugno aveva già vinto a San Remo con Il blu dipinto di blu (in coppia con Jonny Dorelli), vale a dire, appunto, con Volare! i cui versi ornano qui le luminarie di via Roma, la strada principale della bella cittadina arroccata su un mare che gioca tra il verde delle acque che si insinuano nelle mille grotte ai suoi piedi e il blu intenso delle onde.
Chi è dunque l’uomo in frac (scritto erroneamente con il k finale) a cui si sarebbe ispirato Mimmo Modugno? Tutto sarebbe reale o la poesia si è presa molto le sue dovute licenze? I fatti sono accaduti davvero e il suicidio sarebbe quello del principe Raimondo Lanza di Trabia, gettatosi un anno prima dell’uscita della canzone (nel novembre del 1954) dal primo piano (ma c’è chi dice il quarto) dell’hotel Eden di via Ludovisi, a Roma.
Il Principino, come lo chiamavano in Sicilia, dove non era nato, ma proveniva e dove era comunque cresciuto, era il figlio illegittimo di un nobile di Palermo, Giuseppe Lanza Branciforte principe di Scordi e della nobile veneta Maddalena Papadopoli Aldobrandini principessa Spada Potenziani. L’avvio turbolento della vita di Raimondo Lanza Trabia rimane come un imprinting dell’esistenza di questo dandy insofferente, come lo ricorda Susanna Agnelli, con la quale lui ebbe una storia non solo amicale, nel suo Vestivamo alla marinara: ‹‹Quando entrava in una stanza era come un fulmine. Tutti smettevano di parlare o di fare quello che stavano facendo. Gridava, rideva, baciava tutti, scherzava. Divorava il cibo… beveva come un giardino assetato in un deserto, suonava il pianoforte, telefonava e mi teneva la mano, tutto contemporaneamente››.
Fascista convinto, intimissimo di Galeazzo Ciano e di sua moglie Edda Mussolini, cambiò decisamente rotta quando conobbe Antonello Trombadori e iniziò così, nel periodo della Resistenza, a collaborare attivamente con i partigiani. Certo è che il Principino conosceva tutti e tutte del bel mondo e di moltissime/i era amico, ricambiato sempre. Oltre a sposare una delle donne più belle di quegli anni, Olga Villa, era amico di Onassis, un grandissimo affetto lo legava a Gianni Agnelli, al cui matrimonio si presentò vestito rigorosamente in controtendenza rispetto alla totalità degli invitati (ma in un’altra occasione osò presentarsi, visto che era l’ora di andare a dormire, in pigiama e pantofole!) Con Agnelli condivise l’amore per il calcio, fu lui stesso presidente della Palermo calcio e praticamente inventò il calcio-mercato. Fu confidente di attrici come Anna Magnani. Insieme a Tazio Nuvolari condivideva l’amicizia e la passione per le macchine e la velocità.
Per questo, per la sua estrema vitalità, la sua morte per suicidio appare strana, seppure erano risaputi la sua bipolarità e i suoi periodi di grande euforia intramezzati da momenti di stasi. Ma molto non torna (tanti sono i saggi scritti su di lui). Perché si gettò da una finestra dell’Eden (dal primo o dal quarto piano?) e non dal Grand’Hotel, dove soggiornava abitualmente? Perché non si fece un’autopsia sul suo corpo? Forse sulla sua fine a poco meno di quaranta anni e senza dare spiegazioni, ha giocato un ruolo determinante la sua decisione di vendere la solfatara siciliana di Tallarita, cosa che avrebbe disturbato gli interessi della mafia.
E poi il frac (sembra che il corpo sia stato trovato nudo) e neppure il suicidio c’entrano in questa storia, ma sicuramente è lui, il principe Raimondo Lanza di Trabia, il protagonista che ha in mente Modugno con il regalo di questa canzone che ci fa sognare, estraniando il personaggio dalla realtà e riportandoci ad altre figure della letteratura e della storia della canzone. Penso a Nicolaj V. Gogol’ del Cappotto con il suo inquieto personaggio Akakij Akakevič Bašmačkin (l’importanza della scelta dei nomi in Gogol’!) che gira anche dopo morto per le strade di San Pietroburgo, lungo il corso la Neva, o la Marinella della stupenda canzone di Fabrizio De André nonché la Nannarella, suicida per mancanza d’amore e di attenzioni della canzone popolare romana di Er Barcarolo o persino Anna Karenina dell’omonimo romanzo di Lev N.Tolstoj che però ha come scenario una stazione ferroviaria.
È giunta mezzanotte/ Si spengono i rumori/ Si spegne anche l’insegna/ Di quell’ultimo caffè/ Le strade son deserte/ Deserte e silenziose/ Un’ultima carrozza/ Cigolando se ne va/ Il fiume scorre lento/ Frusciando sotto i ponti/ La luna splende in cielo/ Dorme tutta la città/ Solo va un uomo in frac…» Mi sembra, per un attimo, di vederlo anche qui, a Polignano a mare, il principe Lanza, forse mentre discute con Mimì sul ponticello che affaccia sul mare a Lama Monachile o a Cala Paura, proprio dove c’è la statua del suo cantore.
Se la mafia è un’ipotesi per la morte dell’uomo cantato da Modugno, è invece una certezza per l’uccisione di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica in provincia di Salerno. Vassallo fu crivellato da nove colpi di pistola la sera del 5 settembre 2010, dieci anni fa esatti e della sua morte ancora non si sa ancora nulla di preciso. Era nato, sempre a settembre (il 22 settembre del 1953) a Pollica, che governò per quindici anni sotto il segno dell’onestà. Sul sindaco pescatore abbiamo visto in questi giorni il film omonomo con il bravissimo Sergio Castellitto. Vassallo era chiamato così perché aveva un’impresa ittica (che gestiva insieme al fratello), ma soprattutto perché amava profondamente il mare e si è sempre battuto per la sua difesa (la caparbietà con cui ripete nel film la conquista delle bandierine blu). Si era presentato alle elezioni per la prima volta nel 1995 e poi ne aveva superate altre tre di seguito (nel 1999, nel 2005 e nel 2010). In quella del 2010, pochi mesi prima di morire, a marzo, era stato rieletto primo cittadino sindaco come unico candidato e aveva ottenuto 1286 voti su 1680 votanti. L’impegno sociale era stato il suo punto forte: cercò di realizzare la raccolta della spazzatura porta a porta, riuscì a far costruire il primo depuratore del Cilento grazie al quale Pollica ebbe il massimo riconoscimento di Legambiente. Nel 2007 fu il promotore dell’inclusione della dieta mediterranea tra i Patrimoni orali e immateriali dell’umanità. La proposta fu approvata dall’Unesco il 16 novembre 2010, dopo la morte del sindaco. Le cronache scrissero che la delegazione italiana gli dedicò il riconoscimento tra gli applausi di tutti i delegati internazionali. Ma soprattutto combatté la droga e i trafficanti. Erano note le sue incursioni al porto di Acciaroli per contrastare l’arrivo di nuove partite di sostanze stupefacenti. Per questo fu ucciso.
Guardiamo al mare anche in questo numero di Vitaminevaganti. Al mare e al suo congiungimento al femminile è dedicato l’articolo su Calasetta, il comune che è l’altra metà dell’isola di Sant’Antioco, legata sempre all’isola maggiore sua madre-terra. Sempre l’acqua, ma quella del lago Trasimeno, si fa protagonista di un altro articolo dove vengono descritte le donne dell’Isola Maggiore, che si esibiscono come merlettaie e mostrano anche in strada (è un piacere guardarle) le loro magnifiche produzioni.
Un giro tra storia e bellezza si replica di nuovo con l’articolo della serie dedicata a Brescia, mentre una coincidenza unisce un viaggio (che continuerà) tra i luoghi delle Streghe e la Tesi di questo mese (università di Roma, Tor Vergata) che di una strega, con tanto di condanna, racconta la storia e che si incontra con la prima a Benevento, sotto il noce, luogo deputato di convegni stregati.
Di tante donne parla un libro che già dal titolo ci fa capire come senza dubbio Le ragazze salveranno il mondo. Lo faranno con la fantasia, la caparbietà, la negazione della politica dell’odio di stampo maschile, messa in moto da sempre e presente nel mondo di oggi con la forza brutale dei muri non porosi, quei muri incapaci di far comunicare i confini, cosa che li renderebbe fertili, a causa dei sovranismi e dei populismi dilaganti. Invece noi stiamo, e lo faccio a nome di tutte e di tutti, dalla parte di quella bambina che dai racconti di una nonna, pochissimo colta ma intuitiva del mondo, coglie quello che dovrebbe essere il sentire fondamentale di ogni persona, il Senso di giustizia e se lo porta dentro, come un fatto ancestrale raccontandocelo qui, da adulta.
Last but not least, come si dice nella migliore letteratura, alla fine, trattando di un argomento importante, leggete, soprattutto se lavorate con la scuola, l’articolo dedicato al concorso Sulle vie della parità, che speriamo quest’anno si svolga completamente e riesca a portare ragazze e ragazzi e insegnanti realmente alla premiazione finale.
Il 31 agosto del 1941 moriva Marina Cvetaeva, la poetessa russa infelice che, come si scrisse «cantò l’amore al femminile.» Amò infatti anche una donna, l’attrice Sonečka che recitava per il famoso Teatro dell’Arte, alla quale dedicò una raccolta di poesie (tradotte in italiano per l’Adelphi). Chiudiamo in bellezza nominando i suoi versi: «Frivolezza! – caro peccato, /caro compagno di viaggio e mio caro nemico! /Tu hai spruzzato nei miei occhi il riso/e nelle mie vene hai spruzzato la mazurca/ Mi hai insegnato a non conservare l’anello nuziale/ con qualunque persona la Vita mi avrebbe sposato! /Iniziare a casaccio dalla fine e finire ancor prima dell’inizio.
Essere come uno stelo ed essere come acciaio/ nella vita dove noi così poco possiamo …/Curare la tristezza con la cioccolata/e ridere in faccia ai passanti!» Muore suicida, impiccandosi all’ingresso dell’izba che aveva affittato da due pensionati nel villaggio di Elabuga, poco lontano da Kazan’.
Noi intanto aspettiamo i film da Venezia, dalle sale del Lido che hanno aperto le porte dopo l’isolamento e le incertezze del lockdown. Aspettiamo i film delle donne, tante quest’anno, ancora di più della scorsa edizione per la quale già acclamavamo da qui la femminilizzazione. Ora siamo praticamente al 50 per cento e lo siamo effettivamente tra i film italiani. Fra le tante opere a Venezia girate dalle donne aspettiamo di vedere iSola di Elisa Fuksas, che ci racconta, tra pubblico e privato, questo periodo appena passato come “un antidoto alla solitudine e alla paura”. Buona lettura a tutte e a tutti.

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

2 commenti

    1. Grazie Marcella. Sono parole che scavano dentro, perché è un mio modo di vedere la vita, in oscillazione per cogliere quello che c’è di bello non lasciandolo solo alle malinconie, ma anche lla vivacità della costruzione futura . Tu hai colto questo e ne sono felice. Grazie ancora

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