«Sarà quando quell’ultima volta
che la vedi e la senti parlare
quando il giorno dell’ultima volta
che vedrai il sole nell’albeggiare
e la pioggia ed il vento soffiare
ed il ritmo del tuo respirare
che pian piano si ferma e scompare…»
Lunga e diritta correva la strada… Si apriva così ogni concerto.
Vorrei non dover scrivere queste righe inevitabili.
La mattina del 6 agosto ci ha lasciato Francesco Guccini. Modenese di nascita e bolognese di adozione, poi tornato a vivere nell’Appennino toscano dei suoi nonni e della sua infanzia, Guccini è il poeta di riferimento per intere generazioni. Non avrà un funerale gigantesco come lo ebbe Fabrizio De André ma una riservata cerimonia familiare. Mentre in qualche osteria dell’Aldilà Francesco sta ordinando un fiasco di vino con il suo amico Claudio Lolli, con cui scrisse Piccola città (bastardo posto, la sua Modena natale), di qua lo piangono le Osterie di fuori porta, ancora aperte come un tempo: oggi, fra quelli andati per età, c’è anche lui. Lascia un’immensa eredità letteraria, fra la prosa di varie autobiografie e dei romanzi gialli scritti con Loriano Macchiavelli e la poesia musicale di tutta la vita.
Una poesia avvelenata, scritta in risposta alle cazzate di un musico fallito un pio un teorete un Bertoncelli un prete; una poetica innocente come quell’eskimo dettato solo dalla povertà, eppure che non perdona e tocca, che trae spunto da tutti gli utopisti innamorati, dallo spadaccino francese dal naso lungo fino al cavaliere errante spagnolo che sfida i mulini a vento e il capitalismo, passando per il grande rivoluzionario ucciso con cento colpi in quel giorno d’ottobre in terra boliviana e per un ferroviere anarchico, non so che viso avesse e neppure come si chiamava, che un giorno come gli altri ma forse con più rabbia in corpo pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto. La Storia ci racconta come finì la corsa. Tanti anni fa, viaggiando in macchina in famiglia — anche ora che scrivo sono in viaggio — non mancavamo mai di rendere omaggio a questa splendida epopea ferroviaria: «non se ne fanno più di canzoni così!», disse mio padre commosso l’ultima volta che la cantammo, quattro anni fa.
Quando io e mia sorella eravamo piccole, fu nostra madre, che lo aveva conosciuto durante i suoi anni bolognesi, a trasmetterci l’amore per queste canzoni, dal pugno alzato che accompagnava l’urlo, anzi il fischio, che si spande in aria promettendo ai contadini curvi il trionfo della giustizia proletaria, fino alla malinconia di un Incontro lungo le scale in cui quasi nulla sembra cambiato nella vecchia amica.
La nostalgia e lo scivolare del tempo, una tristezza che avvolge come miele, è uno dei temi più ricorrenti, il ritorno a una città già nostra e ora straniera e incredibile e fredda, un istante déjà vu ombra della gioventù, un ritorno che molte di noi hanno compiuto davvero. Da bambino e non solo, ho sempre amato molto le storie raccontate dai vecchi, quel mi piacciono le fiabe raccontane altre è stata una delle mie richieste ai miei nonni e nonne.
Protagonisti indiscussi dell’opera gucciniana sono gli amori, storie personali in cui chiunque si può riconoscere. È difficile spiegare, è difficile parlare dei fantasmi di una mente. Amori passionali e sofferti e crisi superate, segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire. Ma ogni storia la stessa illusione sua conclusione e il peccato fu credere speciale una storia normale.
L’elemento caratterizzante degli idilli gucciniani è l’età, il mito dei vent’anni e la nostalgia di quel periodo in cui è tutto ancora intero, è tutto chi lo sa, quell’età portata così, come si porta un maglione sformato su un paio di jeans, come si sente la voglia di vivere che scoppia un giorno e non chiedi il perché, l’età in cui uscir di casa è quasi un obbligo quasi un dovere.
Ma poi il poeta si smentisce: oppure allora si era solo noi, non c’entra o meno quella gioventù. Sarà per aver quindici anni in meno o avere tutto per possibilità. L’età, o meglio la differenza di età, questo tema spesso tabù che trasformò in rabbia l’amore di mia madre per il poeta, elemento ricorrente anche nelle mie esperienze (io che sfido o non capisco i codici sociali, o me ne libero guardando le persone e non le sovrastrutture) un tabù che Francesco invita a sdoganare e superare, un divario anagrafico innocente come il suo eskimo, simile a quello di mio padre che per anni ho indossato io. Potrai capire i miei vent’anni allora, i quasi cento adesso capirai. Ma è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già.
Quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano. È strano pensare che uno dei protagonisti della nostra infanzia da oggi sia un ricordo. E un giorno ti svegli stupita e ad un tratto ti accorgi… che lo scorrere del tempo, fonte di poetica malinconia, oggi ha travolto anche lui. L’Addio della celebre canzone stavolta è il suo.
Ci mancherà, questo mondo ha ancora bisogno di lui, di un Cirano che sfidi i potenti, di un Don Chisciotte che sputi il cuore in faccia all’ingiustizia giorno e notte. E che ci giunga un giorno ancora la notizia…
Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore, anzi dietro la chitarra, lanciata a bomba contro l’ingiustizia.
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Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.
