Cambiamo discorso. Uno sguardo sull’arte

Continua il ciclo di Contributi per il contrasto agli stereotipi di genere, nell’ambito degli incontri del progetto, dell’associazione Reti culturali, Cambiamo discorso, di cui abbiamo già pubblicato l’intervista alla storica della fotografia Simona Guerra.
Marzo è il mese dedicato all’Arte e giovedì 17 si terrà il webinar con le esperte Laura Baldelli e Paola Ciarlantini, che in questa intervista a due voci si presentano alle lettrici e ai lettori di Vitamine vaganti, introducendoci alle tematiche che poi svilupperanno nell’incontro di giovedì prossimo.

Ci potete raccontare il percorso culturale che vi ha portate a dedicarvi all’Arte, Laura verso la storia dell’arte, della moda e del costume, mentre Paola verso la composizione musicale e la storia della musica?
Laura B.
Sicuramente l’ambiente familiare, modesto ma rispettoso della cultura, è stato fondamentale; in casa c’erano libri d’arte del Touring club di mio padre, mia madre leggeva molto i classici della letteratura, disegnava per me ed entrambi amavano il cinema, il teatro e la musica come l’opera lirica, ma anche il jazz; grazie ai miei nonni ho assorbito naturalmente l’amore per la Storia, sia come narrazione, che come approccio a ogni sapere e conoscenza; mio zio invece ama fotografare e mi passa tutte le macchine fotografiche che scarta. Non mi hanno insegnato direttamente nulla, né incoraggiato verso alcuna disciplina artistica, ho preso consapevolezza dei miei interessi all’università a Bologna negli anni ’70, dove ho acquisito strumenti di osservazione e analisi sociologica ed economica, in un’epoca irripetibile per libertà e movimento culturale diffuso. Ho poi obbedito alla famiglia che considerava conveniente che diventassi un’insegnante, io ci intravidi la possibilità di “fare politica”, cioè rivoluzionare i metodi e i contenuti scolastici per educare cittadine e cittadini consapevoli; insegnare mi ha permesso di continuare le scoperte sul mondo insieme alle e agli allievi. Credo nell’educazione e nella formazione permanente e persevero in questo perché ogni età della vita ne ha bisogno.
Paola C.
Io abitavo a Recanati, una cittadina culturalmente molto viva, ma distante oltre cento chilometri da quello che all’epoca era l’unico Conservatorio della Regione, il “Rossini” di Pesaro. La sensibilità per la musica io e mio fratello l’abbiamo presa da mio padre, veterinario comunale, che da ragazzino aveva suonato nella banda nel suo paese, San Ginesio (MC) e quando, dopo una meningite, gli avevano fatto smettere quest’attività, aveva sofferto moltissimo. Iniziai a studiare pianoforte a dieci anni con un docente di Recanati, Vittorio Baleani, ma a 15 anni mi resi conto che avevo bisogno di una preparazione specialistica e tentai l’ammissione a Pesaro. Arrivai dodicesima su oltre 100 aspiranti, anche perché mi aveva ben preparato una docente del Conservatorio, l’argentina Amelia Oses che, nonostante avessi qualche problema tecnico d’impostazione, aveva intuito del talento. A composizione entrai l’anno successivo, dopo essere stata uditrice nella classe di Paolo Renosto, autore all’epoca molto noto. Fu sempre la Oses a consigliarmi, quasi a impormelo: a lei devo molto. Mia madre mi ha accompagnata sempre in macchina, per anni, in Ancona a prendere il treno che mi avrebbe portato, due volte a settimana, al Conservatorio di Pesaro, e poi mi veniva a riprendere alla stazione di Loreto la sera. Quando mio fratello Roberto, più piccolo di me di quattro anni, s’iscrisse a Chitarra a Pesaro, poi a Fermo, faceva lo stesso anche per lui, insomma era sempre in macchina a portarci di qua e di là, era di una generosità enorme. È stata molto dura perché io, al mattino, frequentavo il Liceo Classico: studiavo musica nel pomeriggio e per la scuola dalle cinque del mattino in poi. Solo una passione forte com’era la mia, mi permetteva di poterlo fare. Il resto è venuto nel tempo, ho imparato a occuparmi di musica a 360 gradi, sono cresciuta, come persona, con la Musica, anche perché ho avuto la fortuna di incontrare sempre ottimi insegnanti: la musicologia, la composizione, l’esecuzione e la ricezione si nutrono a vicenda, sono aspetti diversi di un’unica Arte, di un unico percorso. Per dirla con Schumann, la musicologia concerne e appaga il mio lato apollineo, la composizione quello dionisiaco, della creatività, esigenza in me molto forte.

Entrambe, seppur in ruoli e carriere diverse, vi siete dedicate all’insegnamento. Che valore ha questo, per voi?
Laura B.
Non ero molto sicura di me e così ho accontentato mio padre che voleva questo per me; per molto tempo mi ha divertito e appagato, mi piaceva scoprire talenti e portare a scuola il mondo: teatro, cinema, quotidiani, arte, danza, tutto interdisciplinarmente, senza mai perdere di vista l’approccio anche storico, inteso come percezione del tempo ed evoluzione delle società con l’obiettivo che le discipline fossero strumenti per leggere il mondo e diventassero cultura personale. È stato molto importante, ma ho rinunciato a sviluppare e approfondire alcune mie modalità espressive come la scrittura, il disegno e la pittura; l’esigenza di fotografare penso sia nata dal fatto che non avessi tempo per studiare pittura e disegno.
Paola C.
Adoro insegnare, sono figlia e nipote di maestre elementari, mia madre era una maestra rurale che negli anni Cinquanta insegnava a leggere e a scrivere ai padri di famiglia. Sin da piccola l’ho ammirata e ho pensato che l’insegnamento potesse essere la mia strada. I/le giovani sono la parte migliore della nostra società e vanno guidate, con passione, con attenzione, con capacità di ascolto, perché sono il nostro futuro. Io, essendo ‘ancipite’, cioè avendo una vocazione duplice, sia verso la letteratura sia verso la musica, e anche eclettica (cosa di cui per anni mi sono sentita quasi in colpa), ho insegnato in tutti gli ordini di scuola, dalla primaria all’Università, un ampio arco di materie diverse. Direi, apparentemente diverse, poiché l’ottica di un insegnante è sempre la stessa: rinforzare la motivazione, capire chi si ha davanti, guidare con dolcezza e fermezza, offrire prospettive nuove e stimoli all’apprendimento. Umanamente ricchi sono stati per me gli anni in cui, prima di diventare docente di ruolo in Conservatorio di Poesia per Musica e Drammaturgia musicale, ho insegnato Italiano nella scuola superiore: porto questa esperienza dentro di me anche nella mia attuale esperienza lavorativa.

Nella scuola italiana, al di là di percorsi specifici quali un Liceo artistico o un Conservatorio musicale, viene dato adeguato spazio e importanza all’educazione artistica e musicale?
Laura B.
Non conosco queste scuole, non avendo mai vissuto quelle realtà scolastiche con indirizzo così specifico; posso riportare le opinioni di alcuni colleghi/ghe che ritengono un errore aver eliminato l’istituto d’arte, una scuola con tanti laboratori tecnico-espressivi, mentre il liceo artistico è altra cosa; secondo me andavano mantenute entrambe le opportunità. In Europa, come in Spagna e Portogallo, invece, gli equivalenti del nostro istituto d’arte hanno grande tradizione e nessuno pensa di eliminarli, anzi costituiscono una forte opportunità per mantenere e ravvivare anche settori artigianali che hanno caratterizzato le identità nazionali. Nei licei, quando i docenti dell’area umanistica progettano interdisciplinarmente, si vola letteralmente e ragazzi e ragazze si appassionano e imparano a fare collegamenti e attivare il pensiero maturo metacognitivo; negli istituti tecnici è più difficile, bisogna costruire un percorso educativo che avvicini le arti anche alle discipline professionalizzanti e se le/i docenti mettono insieme i loro saperi tutto prende forma e significato chi apprende si arricchisce. Alla scuola dell’infanzia, alla primaria e alla secondaria di primo grado vale lo stesso discorso del lavoro collettivo di docenti che progettano interdisciplinarmente e c’è il vantaggio del “fare, sperimentare, esprimersi”; ci sono scuole dove l’insegnamento di Munari è la strada maestra. È proprio in questi livelli di scuola che è fondamentale proporre tutti i linguaggi artistico espressivi. In Europa ovunque nei musei ci sono laboratori per bambini e adolescenti, lezioni su opere particolari, e ho sempre visto attenzione e calma da parte di scolaresche intere. Da questo punto di vista l’Italia, che ha il più grande patrimonio artistico del mondo, è molto carente e non c’è un preciso progetto permanente di promozione educativa artistica.
Paola C.
Concordo con questa affermazione. In particolare verso la musica, in Italia non c’è un’attenzione adeguata, degna di un Paese che si ritiene un faro della cultura. L’istituzione del Liceo a indirizzo musicale dovrebbe aver colmato questa lacuna (oltre a esso, non c’è alcun altro indirizzo di scuola superiore italiana in cui la musica venga studiata in maniera curricolare e continuativa nel quinquennio, i nostri ragazzi sono regolarmente privati di conoscenze fondamentali per la completezza della loro formazione culturale!), ma la cosa resta ancora sulla carta. Tali licei sono ancora pochissimi sull’intero territorio nazionale, nei fatti non sono finanziati; nelle Marche, il “Rinaldini” di Ancona è rimasto per molti anni l’unico del territorio, mentre a mio avviso se ne dovrebbero subito istituire almeno uno per distretto scolastico. Inoltre, l’Università generalmente non insegna ai/alle future docenti di materie letterarie le connessioni strettissime tra musica e poesia, tra musica e letteratura, e lo dico con cognizione di causa perché sono stata per sette anni supervisore alla SSIS dell’Ateneo di Macerata, formando oltre 150 future/i insegnanti di scuola media e superiore. Gli appelli per l’inserimento dell’insegnamento almeno della storia della musica nella scuola superiore italiana sono stati, nel tempo, numerosi e autorevoli, ed è una lotta che dura tuttora, ma restano regolarmente inascoltati dal Parlamento. Spero che la situazione cambi, perché, ripeto, i nostri ragazzi e ragazze sono private della conoscenza di un aspetto fondamentale della cultura, fondamentale in particolare in Italia. Tempo cinque anni, e prevedo che i teatri lirici saranno quasi privi di pubblico, la tendenza è già in atto…

Che consigli dareste a chi si occupa dei programmi scolastici e dei curricola?
Laura B.
In Italia non c’è stata una/un ministro dell’istruzione che non abbia messo mano alla scuola, specie da Luigi Berlinguer in poi, tutti hanno cambiato, e purtroppo in peggio, l’istituzione scolastica nell’organigramma degli istituti di ogni ordine e grado, senza mai ripensare i programmi scolastici che, invece, andavano rivisitati in chiave epistemologica; così i programmi li hanno fatti le case editrici con tagli suggeriti da specifiche/i insegnanti, visto che il tempo-scuola viene progressivamente sforbiciato. I ministri e le ministre hanno sacrificato molte discipline con taglio orario o cancellazione. Berlinguer ha addirittura stravolto i programmi della scuola primaria del 1985, scritti dai più importanti pedagogisti/e italiane, per i quali l’Italia fu giudicato il Paese migliore del mondo. Ancora oggi la panacea sembra essere l’inglese e l’educazione digitale, assolutamente fondamentali, ma è stato svalorizzato tutto il sistema umanistico, perseverando in un’assurda dicotomia tra cultura umanistica e scientifica; vige la supremazia dell’autoritarismo e si è persa l’idea della formazione morale, emozionale ed espressiva dell’individuo, nonché la nostra identità culturale e il pensiero scientifico è stato banalizzato, confuso con la tecnica e la tecnica confusa con gli automatismi. Il pensiero scientifico è trasversale, è il metodo per conoscere e vivere. La scuola trasformata in un progettificio, oggi procede per protocolli che hanno mortificato la libertà didattica sancita dalla Costituzione.
Paola C.
Con il metodo dei debiti e dei crediti abbiamo trasformato i nostri ragazzi e ragazze, sin dall’infanzia, in piccole ‘ragioniere’ del dare e dell’avere e le abbiamo disabituate alla condivisione e alla comprensione reciproca, esattamente come facciamo noi adulte/i e, ha ragione Laura, l’attenzione pedagogica verso la crescita armonica dell’individuo e verso il suo mondo interiore negli ultimi anni è diminuita sempre più. È infatti molto meno impegnativo erogare nozioni piuttosto che formare persone socialmente inserite, attente ai bisogni dell’altra/o, autenticamente democratiche e in comunicazione con il prossimo e con il mondo esterno. Eppure, la scuola italiana è sana, possiede una struttura che questo fondamentale obiettivo permetterebbe di raggiungerlo, poiché tutto il suo impianto pone al centro il/la discente come persona, ma per rendere vivo un impianto teorico servono insegnanti motivate/i e consapevoli del loro ruolo, dirigenti coraggiose/i e anche genitori disposti a collaborare sul serio, piuttosto che a difendere le proprie figlie/i sempre e comunque. L’individualismo e il sospetto che allignano in una società impaurita e fragile hanno prodotto gravi danni, ma le nostre leggi scolastiche sono buone. Abbiamo una media unificata, un’opportunità che non esiste, ad esempio, in Germania e in Inghilterra. Non serve scrivere nuovi curricula e cambiare per l’ennesima volta le norme, perché esistono e sono corrette, bisogna semplicemente rimboccarsi le maniche e credere, tutti e tutte insieme, che questa società può cambiare grazie a un impegno serio e condiviso nella formazione dei nostri ragazzi e ragazze. Queste cose Don Lorenzo Milani, una figura che ha ispirato tutta la mia vita, le aveva capite sin dagli anni Cinquanta.

E, a parte la scuola, il mondo culturale, politico, mediatico italiano riconosce alle discipline artistiche la rilevanza che meritano? Per esempio, è stato criticato il fatto che al Quirinale vengano ricevute ed elogiate più eccellenze nello sport che negli ambiti culturali!
Laura B.
Oggi paradossalmente sembra che il proverbio latino “mens sana in corpore sano” sia assolutamente smentito perché c’è un culto del corpo che genera patologie psicologiche; è avvenuta la trasformazione dei corpi che Pasolini aveva profetizzato: molto più sociologo lui, che quelli che si affidano solo all’interpretazione dei numeri statistici. Il corpo è merce per il consumismo, intere economie ruotano attorno alla pseudo-salute del corpo, circolano modelli trasgressivi ormai omologati e soprattutto lo sport si è appropriato di un linguaggio che non deve appartenergli, un pathos ridicolo per parlare di eroi inappropriati, desiderosi di guadagni e pronti ad assicurarsi un futuro televisivo per essere sempre in scena. Sono soprattutto portatori di modelli irraggiungibili, scimmiottati nei brend e che creano illusioni. Ormai lo sport è spesso ricerca bulimica di adrenalina, c’è tutta un’economia che ruota attorno a questo. Lo sport estremizzato e spettacolarizzato è un’arma di distrazione di massa. Anche alcune mostre e musei, fagocitati dalla società dell’immagine e finalizzati al business, sembrano dei luna park.
Paola C.
No, le discipline artistiche non hanno assolutamente la rilevanza che meritano, anzi, poiché rendono la persona libera e pensante, sono avversate. Ma ciò non dipende certo dalla diffusione e dall’impatto mediatico dello sport, non c’è contrasto anzi, sia lo sport, sia la disciplina artistica necessitano di tenacia, spirito di sacrificio e metodo ed entrambi sono indirizzati al miglioramento di sé e alla maturazione personale in un percorso ad ampio raggio. Sono ambiti in cui vince il cosiddetto ‘passo di montagna’ e consiglierei a ogni genitore di impegnare i propri figli e figlie in uno dei due campi, secondo le sue inclinazioni, perché ogni ragazza/o ne uscirebbe umanamente fortificato. Quello che invece è falso e strumentale è l’uso mediatico che si fa di queste attività, la creazione di bisogni indotti e di mitizzazioni gratuite, a fini economici. La direttrice d’orchestra ora è di moda (finalmente!), ma guai se non si presenta in tacchi a spillo… Chi dirige un’orchestra, nella pubblicità, ha capelli fluenti e sguardo sognante, ma quanta fatica vera c’è dietro uno studio artistico serio? Chi ha il coraggio di dirlo? Ci sono aiuti e opportunità in questo Paese perché i/le giovani preparate in campo artistico possano esprimersi e trovare la loro strada? Assolutamente no. Non fa nulla lo Stato, e sono quasi assenti gli enti privati; una volta c’erano premi indetti dalla Rai, audizioni condotte da specifiche commissioni, borse di studio e incentivi offerti dai sindacati, ma tutto questo è stato spazzato via. Se una cosa non rende, non serve. Il giovane artista in Italia è solo, come se questo campo di attività fosse una sorta di suo hobby ‘illuminato’ e non un vero lavoro… Non parliamo poi della composizione: in Inghilterra e nei paesi anglosassoni la musica contemporanea viene regolarmente programmata, al pari della musica storica, e anche in Germania ha molto spazio mentre in Italia è quasi sparita. E, a livello internazionale, la programmazione di musica di compositrici è ancora oggi circa l’1% del totale…

Se poteste interloquire con chi dirige ad alti livelli una programmazione giornalistica su carta oppure online/televisiva, che suggerimenti dareste per far crescere la cultura artistica?
Laura B.
Scoprire le realtà “discrete”, ce ne sono molte e ci sono giovani che sperimentano e ricercano, occorre dar loro visibilità per permettergli di vivere con l’arte; inoltre in Italia ci sono realtà museali poco note, ma di grande valore, non ancora svendute ai brend gastronomici, come accade a Firenze. Per far crescere la cultura artistica occorre una narrazione storica familiare e scolastica, è necessario che bambini e bambine, e non solo, tornino a disegnare, dipingere, manipolare, progettare, costruire con i materiali, recitare e suonare: serve tornare all’educazione all’ascolto, all’osservazione e alla libera espressione.
In Portogallo ci sono Istituti comprensivi dalla primaria alle superiori, costruiti nelle aree a rischio sociale, dove s’impara uno strumento musicale, si recita, si danza e sono discipline curriculari, ci sono laboratori di ceramica, di fotografia, oreficeria, cinema, falegnameria, officine meccaniche. Queste scuole sono state costruite con i fondi sociali europei, in Italia non c’è un progetto di futuro, si vive di mode momentanee, invece sarebbe bello averne una a Scampia, a Ballarò e in molte altre realtà italiane, tristemente famose. Le arti sono un antidoto per combatte il disagio sociale, psicologico, così emergono anche talenti e ci si irrobustisce davanti alle mode-business.
Paola C.
Suggerirei di documentare e valorizzare gli esperimenti di eccellenza; progetti didattici riusciti in situazioni sociali estreme; il teatro nelle carceri; cooperative artigiane che recuperano vecchie tradizioni; borghi rinati grazie agli artisti e artiste che vi soggiornano, ecc.; e di ricercare e far conoscere giovani vincitori/trici di premi internazionali, o impegnate artisticamente nel sociale. Esorterei, insomma, gli/le specialiste dell’informazione a non cercare notizie eclatanti quali che siano, ma a portare alla ribalta esempi di ‘normalità’ virtuosa.

Il ciclo Cambiamo discorso è proprio volto al superamento degli stereotipi di genere, e questo sarà centrale nel webinar che vi vede protagoniste giovedì prossimo 17 marzo. A questo proposito, pensate che le donne abbiano pari opportunità negli ambiti in cui vi trovate ad agire?
Laura B.
La realtà è complessa: le pari opportunità iniziano dall’accesso allo studio e al lavoro. Oggi le donne sono ovunque, ma ci sono ancora lavori e professioni “relegate alle donne” come l’insegnamento e i lavori di cura. Non mi piacciono gli stereotipi tipo che una donna faccia la differenza semplicemente perché donna. Bisogna lavorare sulla consapevolezza personale, nelle scuole è necessaria un’educazione ai sentimenti per entrambi i sessi, per abbattere i pregiudizi, che questa società moderna sembra voler perpetrare, specie quelli in cui il corpo delle donne è sempre merce con cui far soldi; nelle nuove generazioni è in atto una regressione riguardo ai ruoli, perché i modelli dei media sono privi di etica, basati sull’avere e non sull’essere, forzati sull’individualismo spacciato per libertà e tutto volge verso la ricerca esasperata dell’emotività che non si trasforma mai in un sentimento duraturo. Spesso le donne che emergono, sono asservite al potere, non si battono per le donne meno fortunate e non fanno la differenza. Purtroppo non vedo investimenti per costruire una società per una giustizia sociale.
Paola C.
Nel 2001, con altre colleghe marchigiane, ho fondato l’Associazione Artemusi(c)a-Compositrici per le Marche, su sollecitazione di Patricia Adkins Chiti, allora Presidente della Fondazione Adkins Chiti: Donne in Musica di Fiuggi, che ci aveva riunite in Ancona nel febbraio 2001 per il Convegno Nazionale Donne nelle Arti, organizzato dal Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio e della Regione Marche. L’ho diretta fino al 2015, mentre ora è felicemente guidata da Francesca Virgili. Abbiamo firmato, con nostri spettacoli, molte prime nazionali, ma da qualche anno le opportunità di organizzare eventi e di avere commissioni si sono fatte più rare. Ma in genere noi donne in attività serviamo da vetrina per l’8 marzo, poi rientriamo in naftalina. Non è un caso che tutte le più importanti opportunità in ambito compositivo ce le forniscano altre donne impegnate in campo istituzionale o culturale, con qualche rara eccezione. Comunque, nella mia attività, non ho rilevato competitività con i colleghi uomini, l’unica difficoltà è costituita dal fatto che essi gestiscono il potere culturale da sempre e sono più organizzati. Ma non ho mai avvertito una pregiudiziale sessista o diffidenza verso di me, semmai talvolta una gelosia professionale, da artista ad artista e, da parte di persone non del settore, curiosità per un’attività su cui non esiste quasi bibliografia, in Italia, né divulgazione, come se millenni di storia di composizione al femminile non siano mai esistiti. I Paesi anglosassoni sono più avanti nei Gender’s Studies, guidati da specifici istituti universitari sorti nell’alveo della ricerca di Storia Contemporanea. In Italia, la colpa della mancata informazione è della Scuola e dell’Università, quindi, ancora una volta, delle istituzioni, non delle persone comuni.

Ci sono appuntamenti prossimi, artistici o musicali, a cui ci volete invitare?
Laura B.
Non possiamo mancare alla mostra collettiva fotografica curata da Simona Guerra nello spazio Piktart di Senigallia dal 26 febbraio; suggerisco di seguire realtà “nascoste” che producano arte dal basso come l’Accademia 56 di Ancona, un interessante laboratorio teatrale; Casa Culture sempre ad Ancona;  un giovane artista Tommaso Tommasini, pseudonimo di Tommaso Pennacchioni, che coniuga fumetto e scrittura con il suo ultimo lavoro Respira, edito da Skinnerboox, prodotto anche in video, rintracciabile su You-tube; un poliedrico e maturo artista, docente, ricercatore e storico dell’arte e scrittore, Rodolfo Bersaglia, il cui ultimo lavoro è Affreschi nelle Marche dal ‘300 al ‘500, che verrà presentato a Jesi a Palazzo Bisaccioni a marzo; e per finire un inusuale piccolo museo: il museo delle arti monastiche a Serra de’ Conti.
Paola C.
Io non ho iniziative imminenti, perché lavoro sul medio e lungo termine, portando avanti ricerche e pubblicandone i risultati. Ma vi invito a visitare il sito dell’Associazione A.Ri.M.-Associazione Marchigiana per la Ricerca e la Valorizzazione delle Fonti Musicali (www.arimonlus.it), di cui sono presidente, che da oltre trent’anni è impegnata nello studio della civiltà musicale marchigiana e nella ricerca di archivi e fondi musicali, pubblici e privati, della regione, con pubblicazioni a riguardo. Abbiamo una nostra rivista scientifica, Quaderni Musicali Marchigiani, i cui numeri sono tutti scaricabili. Abbiamo appena completato il numero 16, dedicato agli 80 anni del celebre musicologo di formazione statunitense ma pesarese d’adozione Elvidio Surian, edito dalla Volonté di Milano. Attualmente siamo impegnate/i in un progetto triennale finanziato dalla regione Marche per il censimento dei fondi musicali regionali dopo il terremoto, i cui risultati saranno resi pubblici, tramite schede dedicate, nel sito della Regione Marche forse già alla fine di quest’anno. Infine, a livello personale, sto promuovendo il doppio CD di mie composizioni su testo poetico dal titolo Omaggio a Giacomo Leopardi nel Bicentenario dell’Infinito. Musica e Poesia. Paola Ciarlantini, edito dalla Luna Rossa Classic, che riunisce gran parte del mio lavoro compositivo degli ultimi decenni e che comprende quattro brani su testo leopardiano. È stato presentato sinora al Centro Studi Leopardiani di Recanati e a Venezia, prossimamente lo sarà all’Aquila, Roma, Bologna, Bari e Riva del Garda. Un invito però voglio farlo: a Bari, il 13 maggio, al Foyer del Teatro Petruzzelli, per la prima dell’opera Ndàliso Misciamera, su libretto mio con innesti in griko salentino (è ispirato a un gravissimo incidente sul lavoro in un tabacchificio di Calimera negli anni Sessanta), e musica dell’amico compositore Biagio Putignano.

Ringraziamo Laura Baldelli e Paola Ciarlantini per il tempo che ci hanno dedicato e le risposte illuminanti su discipline non certo di ampia divulgazione, preparandoci ad ascoltarle per scoprire il ruolo svolto dalle donne nella storia di una importante corrente artistica come il Bauhaus e la “famiglia” della composizione musicale.

Questo il link per iscriversi all’incontro online e ricevere poi le indicazioni per l’accesso https://csvmarche-it.zoom.us/webinar/register/WN_Hg6mLqakRnq9ppxF7vdJuQ

In copertina. Laura Baldelli e Paola Ciarlantini.

***

Articolo di Danila Baldo

Laureata in filosofia teoretica e perfezionata in epistemologia, tiene corsi di aggiornamento per docenti, in particolare sui temi delle politiche di genere. È referente provinciale per Lodi e vicepresidente dell’associazione Toponomastica femminile. Collabora con con Se non ora quando? SNOQ Lodi e con IFE Iniziativa femminista europea. È stata Consigliera di Parità provinciale dal 2001 al 2009 e docente di filosofia e scienze umane fino al settembre 2020.

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