«Solo dei cervelli poco sviluppati, nel terzo millennio, possono pensare alla guerra come uno strumento accettabile per la risoluzione dei conflitti».
Gino Strada
So che mette ansia ed è amaro, ma da cittadine del mondo non possiamo esimerci dal commentare la situazione internazionale che si fa di giorno in giorno più grave.
Non è una profezia ma una diagnosi: mentre scrivo va dal Venezuela alla Groenlandia passando per l’Ucraina, la Palestina, l’Iran, forse la Colombia, l’Ecuador e Cuba, Taiwan. Il mondo brucia anche se nel nostro orticello, apatici o incoscienti, non ci crediamo o non lo vogliamo vedere. Eppure è tragicamente tardi.
Il neonato 2026 continua a essere segnato dai conflitti, molti dei quali invisibili agli occhi dell’opinione pubblica ma devastanti per le popolazioni coinvolte. In un solo anno 100 milioni di persone sono state costrette a migrare, più di 230mila sono state uccise. Feroci sanzioni economiche — forme di guerra asimmetrica, silenziosa ma mortale — affamano da decenni la parte più debole del mondo, sommandosi alle conseguenze dei mutamenti climatici.
Per la guerra armata oggi possiamo elencare Yemen, Siria, Etiopia, Somalia, Sudan, Myanmar, Afghanistan, Haiti, Repubblica Democratica del Congo, Burkina Faso, Mali, Niger, Sudan del Sud… è il numero più alto (56 Paesi) dopo la seconda guerra mondiale, con una tendenza crescente negli ultimi anni. Una persona su sei vive in un’area dove c’è un conflitto attivo a varia intensità (dati Acled).
A Gaza è stata ufficialmente dichiarata una tregua, ma i massacri non si fermano.
Poiché il 2025 è finito in un contesto di deregulation, di erosione del diritto internazionale, di arbitrio dei potenti, di prevalere di spinte autoritarie e imperialiste, di debolezza delle forze democratiche, sarebbe strano il contrario.
Ciò che sembrava impossibile ha smesso di esserlo, se si abdica perfino all’impegno solenne assunto il 24 ottobre 1945 a san Francisco:
«Noi, popoli delle Nazioni Unite, ci impegniamo a salvare le future generazioni dal flagello della guerra».
Siamo entrati invece proprio in un’economia di guerra, che sacrifica a questo scopo qualunque altro investimento.
Leggiamo i dati Sipri, istituto svedese specializzato in ricerca su conflitti e armamenti: testimoniano che l’uso crescente di sistemi assistiti dall’intelligenza artificiale riduce la presenza fisica degli operatori umani ma amplia la letalità e la scala degli attacchi. La tecnologia trasforma cittadini e cittadine in qualcosa che somiglia a potenziale carne da macello.
Da anni si assiste all’erosione dei programmi internazionali di controllo degli armamenti più letali. Ogni Stato in possesso di armi nucleari ha mantenuto o addirittura ampliato il proprio arsenale a partire almeno dal 2022. Cresce la voglia di questa “soluzione”, in uno scenario apocalittico.
Le spese militari globali sono in continua crescita; nel 2024 hanno superato i 2.700 miliardi di dollari.
Nell’illusione di colmare il vuoto di politica l’Europa si riempie di armi. La spesa per la difesa passa dai 27 miliardi del bilancio precedente ai 131 di quello in discussione, con un incremento di ben il 385% che fa tagliare drasticamente altre voci, a cominciare dalla coesione sociale.
Nell’arco dell’ultimo decennio i fatturati bellici dei giganti del settore sono aumentati del 26%. L’aumento del 9,4% nel 2024 è stato il più elevato su base annua dal 1988. Le aziende più note conoscono continui boom in Borsa. Le prime cinque sono americane: Lockheed Martin, Raytheon Technologies, Northrop Grumman, Boeing e General Dynamics. Le italiane produttrici di armi da guerra (Leonardo e Fincantieri) si posizionano rispettivamente in tredicesima e quarantaseiesima posizione. I loro ricavi diretti ammontano a 24 miliardi di euro.
Serve molto surplus per fare una guerra, perché significa impiegare le migliori risorse per combattere invece che per produrre. È stato il petrolio a basso costo che ha permesso al genere umano di fare guerre mondiali, concetto impensabile fino a pochi decenni prima.
Fame, epidemie e collasso dei servizi non sono meri effetti collaterali ma esiti prevedibili di scelte operative. Ne abbiamo ormai scarsa memoria ma molti Paesi, tra cui il nostro, furono ridotti dopo le guerre alla più completa rovina, con le città trasformate in cumuli di macerie, le strutture economiche e le comunicazioni sconvolte, le popolazioni superstiti affamate.
La responsabilità non si ferma al dito che preme il grilletto: scorre lungo una catena di produttori, esportatori, alleati, banche e logistica. E poi mass media, intellettuali, scuole. È un’industria che deve essere alimentata da conflitti e tensioni per restare redditizia, quindi ha bisogno di lavoro simbolico. L’asimmetria mediatica inventa le urgenze. Si investe in armamenti ogni anno di più perché ormai si è deciso di confidare solo sulla forza e si apprezzano leader forti e arroganti.
Dietro a costoro un gruppo ristretto di padroni controlla oggi tutti i dati sensibili e la maggior parte dei flussi informativi. La cittadinanza viene aizzata ogni giorno con parole d’ordine belliciste, in impressionante somiglianza con il clima che fu del 1938. I populisti al potere producono guerre.
Solo la voce del Pontefice (= costruttore di ponti!) invoca la pace… ma i belligeranti dichiarano di creare muri e baratri in nome di Dio.
Gott mit uns, Dio è con noi. Lo dicono sia Putin sia gli islamisti. Trump e Netanyahu giurano sulla Bibbia.
Un “cristiano” ciclotimico afflitto da manie di grandezza si presenta come sceriffo del mondo, su cui per limitare il mostruoso deficit degli Usa impone dazi a capriccio. Condannato per 34 capi d’imputazione penale per falsificazione di documenti contabili, responsabile in sede civile di abusi sessuali e diffamazione, ispiratore di un assalto alla sede del Parlamento, ora — eletto per la seconda volta alla guida degli Usa — bombarda e intende gestire un Paese sovrano, ne sequestra il Presidente, progetta altri attacchi; sostiene di non essere vincolato da alcun diritto, di rispondere solo alla propria moralità. Perseguita i migranti avvalendosi di truppe speciali ai suoi ordini, squadracce che sparano a vista. Definisce “spazzatura” chi non è bianco e ricco. La sua piattaforma proprietaria, enorme macchina di propaganda, si chiama Truth Social e orienta percezioni, consenso e decisioni collettive verso la sua autoproclamata Verità (in russo si direbbe Pravda). Ha ritirato gli Stati Uniti da organismi e trattati internazionali, abbandonando 31 enti e accordi delle Nazioni Unite e 30 strumenti relativi alla lotta al cambiamento climatico e alla difesa dei diritti delle donne. Il nostro governo chiama tutto ciò “metodi assertivi”.
Se guardiamo all’Europa — quella che abbiamo amato, del Rinascimento e dell’Illuminismo, dei diritti e delle libertà, della laicità, degli antifascismi e di Norimberga — sembra relegata ai margini della storia: sempre più debole, frammentata e succube, ormai incapace di cavarsela da sola, considerata parassita dagli imperi, è impantanata in crisi e contraddizioni non solo politiche ma culturali, sociali, economiche. Ogni partita la vede timorosa di irritare Trump.
Cresce il numero degli Stati che stanno reintroducendo la coscrizione, dilaga la presenza dell’apparato militare nelle scuole.
La storia insegna che quando ci sono queste premesse arriva la guerra, da cui poi è impossibile tornare indietro. Non è astratta ideologia né ingenua velleità da anime belle ricordare che essa è morte, sacrificio inutile che evita i potenti e colpisce i deboli; la pace è vita, è speranza per tutti. Chi sostiene l’opposizione armata, chi giustifica l’aumento di armi con vecchi slogan coniati dall’impero romano non cerca la pace.
La guerra fa più notizia, non solo perché macina utili e solletica le ambizioni dei governanti, ma perché crea adrenalina e il macabro fa audience, perché nei millenni è stata elogiata da cantori che ne hanno esaltato la forza, l’eroismo, il coraggio o addirittura la necessità.
La pace invece va costruita, non ama i colpi di scena, non viene da sé, anzi viene derisa e osteggiata.
Cassandra per aver suggerito al padre Priamo la pace con gli Achei fu giudicata una traditrice del suo popolo. Anche Aristofane per il suo teatro contro la guerra fu considerato un imbelle, traditore della causa ateniese. Ricordiamo poi un celebre passo di Tacito: “Depredano, trucidano, rapinano e questo lo chiamano col nome falso di impero; hanno fatto un deserto e lo hanno chiamato pace”. Quando Virgilio presenta la personificazione della guerra è il Bellum mortiferum, annoverato tra i più terribili mali che affliggono il genere umano. Nei primi secoli del cristianesimo si ha notizia di obiettori di coscienza al servizio militare: con l’imperatore Costantino Gesù Cristo impugna le insegne della guerra, ma Francesco partecipa alle Crociate senza combattere. Pietro Valdo fu il precursore dell’opposizione alla pena di morte, grande predicatore dell’azione non violenta. Erasmo da Rotterdam ripudiava la guerra come causa di tutti i mali. Più tardi la vigorosa predicazione illuminista di una cultura per i diritti umani fu affiancata da un’altrettanto energica cultura della pace. Per Voltaire la guerra è eroica macelleria, impresa infernale. Per Kant è il male peggiore che affligge la società umana ed è fonte di ogni male e di ogni corruzione morale. Lev Tolstoj, ex militare di alto grado dell’impero russo, che conosceva bene la guerra perché l’aveva fatta, divenne il più grande pacifista del suo tempo. Con la sua rappresentazione antieroica dell’irrazionalità dei conflitti influenzò molti giovani a rifiutare il servizio militare.
Le prime Società per la pace risalgono all’800. Nacque la disobbedienza civile, nacquero i movimenti delle donne (per il secondo ‘900 ricordiamo l’esempio a noi caro di Lidia Menapace). Le esperienze del Mahatma Gandhi in India, di Martin Luther King negli Stati Uniti, di Nelson Mandela in Sudafrica hanno segnato tappe fondamentali nella storia delle rivoluzioni disarmate per la trasformazione sociale.
In Italia nel contesto della prima guerra mondiale Matteotti si distinse per la sua ferma opposizione al militarismo. Per il secondo dopoguerra voglio ricordare Aldo Capitini e la prima marcia della Pace, che risale al 1961. Il sindaco di Firenze Giorgio La Pira nel 1955 aveva organizzato i “Colloqui per la pace” facendo sedere allo stesso tavolo rappresentanti di Paesi nemici.
Ciononostante proprio il ‘900 fu il secolo dei massacri più cruenti.
Chi ispirandosi al Manifesto del futurismo esalta oggi la Grande guerra come epopea nazionale trascura di citare il numero delle vittime. Il totale delle perdite causate dal conflitto si può stimare a più di 16 milioni di morti e più di 20 milioni di feriti e mutilati sia militari che civili, cifra che ne fa uno dei più sanguinosi conflitti della storia umana.
Il bersaglio si è progressivamente spostato sulle popolazioni. Oltre un certo numero di zeri i numeri non sono più immaginabili. Per la seconda guerra mondiale si parla di un totale compreso tra 60 milioni e più di 68 milioni di morti. 25 milioni nella sola Unione Sovietica. In Italia circa mezzo milione.
La stessa cosa sta avvenendo oggi nel cuore dell’Europa.
In Ucraina, secondo le stime Onu dello scorso novembre, nel 2025 sono state registrate oltre 12mila vittime civili, con un aumento del 27% rispetto al 2024. Un incremento ancora maggiore, secondo la Bbc, ha riguardato le perdite militari russe: 350mila i soldati rimasti uccisi dall’invasione, con una drammatica crescita l’anno scorso (+ 40%).
Si cita pochissimo il fatto che più di centomila soldati ucraini, sottoposti a una pressione insostenibile, sono stati processati per diserzione, eppure lo ha affermato il loro Procuratore generale. Migliaia di giovani sono fuggiti dal Paese. I soldati russi procedono solo al prezzo di arruolare sempre nuove reclute, per lo più nelle zone più povere dello sterminato Paese. A Mosca citare Tolstoj, tenere tra le mani nei luoghi centrali delle città una copia di Guerra e pace, sono stati motivi di arresto.
Tutte le piccole vite stanno dentro la grande storia. Come i nostri avi ingannati e massacrati e come noi.
Una via per fermare la violenza sarebbe addestrarci, con queste esperienze e su questa scorta, a evitare quello che oggi è diffuso e pericoloso: le semplificazioni, le scorciatoie dicotomiche dei buoni e dei cattivi. Prima del dente per dente ci sarebbero mille soluzioni, se fossimo preparati a cercarle.
Una pace duratura è impossibile senza una cultura che la prepari e la sostenga.
Chi vuole la pace non crede nei muscoli ma nella parola: quella pacata della ragione critica, non quella urlata e manichea degli slogan. Il dialogo nasce da un dubbio e da una volontà di ascolto anche con chi è lontano e diverso. Legge con pazienza le dinamiche dei conflitti, cerca le alternative, decostruisce le opposte propagande, evita l’odio e la reificazione del nemico, diserta i disvalori nazionalisti e suprematisti. Ama e protegge le generazioni future quotidianamente, con uno sguardo un po’ più lungo del domani, con i fatti e con gli esempi, non con le giornate dedicate e le dichiarazioni roboanti.
Sfogliamo il nuovo numero di Vitamine vaganti iniziando dalla protagonista di Calendaria, Catharina Ahlgren, figura pioneristica del giornalismo e dell’editoria femminile nel Settecento svedese e finlandese, autodidatta che iniziò a scrivere per mantenere la sua famiglia. Prosegue la panoramica sul Primo Ottocento pugliese, osservando il femminile. Parte seconda che delinea i profili di quattro artiste e intellettuali che hanno segnato la vita culturale pugliese: Anna Rolli, Maria Mundo, Clementina Carrelli e Sofia Stevens celebrate come esempi di eccellenza femminile, capaci di affermarsi in vari campi artistici nonostante le limitazioni dell’epoca. Il secondo appuntamento di Tre donne per l’unità. Cristina Trivulzio di Belgiojoso, riguarda la patriota, giornalista, scrittrice e organizzatrice instancabile finalmente ricordata con una statua a Milano. Per la scienza ripercorriamo la vita e l’impegno scientifico e civile di Hélène Langevin-Joliot. La passione per la scienza in eredità, fisica nucleare francese, erede di una straordinaria famiglia di scienziati e sempre impegnata per la parità di genere nella scienza. Scrive l’autrice: «Per prima cosa bisognerebbe combattere tutti i pregiudizi che ancora esistono sui lavori delle donne, anche in famiglia. Vorrei aggiungere però che, malgrado il concetto di parità di genere sia oggi ampiamente riconosciuto, è evidente quanto la precarietà dei contratti penalizzi in particolare le donne che fino a 40 anni non riescono ad avere una carriera stabile, quindi, sono costrette a scegliere tra la carriera e la maternità, tra il lavoro e la famiglia.»
La voce dietro i banchi prosegue la riflessione sul ruolo della scuola e degli insegnanti, arricchita dalla testimonianza diretta di una studentessa. «La scuola a volte funziona, accidenti, e cambia davvero in meglio la vita delle persone, riempiendola di occasioni!». Di memoria, storia e narrazioni. Le “giornate” e il femminismo “guastafeste” è un altro importante contributo sulla scuola come educazione al pensiero critico e spazio di libertà.
La cultura della corda. Nodi e rime. Parte ottava interpreta il “Ripiglino” e i giochi con la corda come pratiche fondate su procedure e sequenze di gesti, più che sulla figura finale, mettendone in luce il valore matematico e culturale. Ripercorrendo la nascita della teoria dei nodi, l’autrice mostra come nodi e intrecci siano un punto d’incontro tra tradizioni popolari, pensiero scientifico e immaginazione poetica.
Angelica da Ariosto a Robert Greene è l’analisi, attraverso il confronto tra diverse interpretazioni della figura femminile e del tema della follia amorosa, dell’evoluzione del personaggio di Angelica dal capolavoro di Ludovico Ariosto, L’Orlando furioso, fino all’adattamento teatrale elisabettiano di Robert Greene, intitolato The Historie of Orlando Furioso. L’ultimo appuntamento con Fai e Natura al Sud. Baia di Ieranto, la dimora delle Sirene illustra le bellezze naturali e il valore storico-mitologico del «museo all’aria aperta».
La riscoperta di una storia distopica al femminile è la recensione del romanzo “L’Alveare” di Margaret O’Donnell, pubblicato originariamente nel 1980 e riedito in Italia nel 2025.
La luna del lupo racconta un’escursione notturna in montagna effettuata il 3 gennaio 2026 in occasione della prima luna piena dell’anno, nota come “Luna del Lupo”, con una riflessione finale sullo spirito della montagna e sull’emozione di aver vissuto un’avventura immersa nella natura selvaggia.
Il tempo della Cina. Il n.12 di Limes. Parte prima è dedicato all’ascesa della Cina e al progetto di Xi Jinping di riportarla al centro del mondo. Attraverso contributi storici e geopolitici, il volume analizza il significato politico dei toponimi, l’importanza strategica del Tibet e la competizione globale con gli Stati Uniti. Emergono sia le ambizioni imperiali e tecnologiche di Pechino (inclusa l’intelligenza artificiale), sia le sue profonde criticità interne, economiche e sociali, in particolare il disagio delle giovani generazioni. Il numero è attraversato da una forte attenzione ai temi bellici e si chiude con una riflessione critica sulla rappresentazione e il riconoscimento degli autori e delle autrici.
Farinata porro e zucchine è una ricetta perfetta per «conciliare la preparazione di diversi esami e la fatica che pian piano inizia a farsi sentire, ricordandosi di fare pasti adeguati e sazianti».
Concludiamo la rassegna con Una Piazza Idea a Spilimbergo che racconta di “Piazza Idea. Le strade delle donne”, il progetto educativo e culturale realizzato a Spilimbergo per riflettere sulla disparità di genere nella toponomastica e sul ruolo dei nomi di luoghi nella costruzione della memoria collettiva. Coinvolgendo scuole, associazioni ed esperti, il progetto ha unito ricerca, confronto pubblico e attività espressive come il Kamishibai e giochi didattici, valorizzando figure femminili locali e internazionali. L’iniziativa propone la toponomastica femminile come strumento educativo e trasformativo, capace di promuovere una cultura della parità e una cittadinanza più consapevole.
Sara Fusco
***
Articolo di Graziella Priulla

Graziella Priulla, già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.
