Editoriale. Il corpo delle donne

Carissime lettrici e carissimi lettori,
si ripete il passato: è ricominciata la nenia dell’odio, dei rancori e della xenofobia che preludono all’eterna situazione da campagna elettorale. E le donne, il corpo delle donne continua ad essere violato, scrutato, giudicato. Non c’entra il “buonismo”, tirato in ballo anche solo quando si tenta di mettere a tacere la violenza di un linguaggio che diventa, oltretutto, inopportuno. Ma anche ora lo si mette in mezzo e sicuramente qualcuno ne abusa per tirare acqua al mulino delle proprie mire.
Ritorna a pesare la spinta del chiacchiericcio da social e dell’odio da comizio pre-elettorale inserito in questo alternarsi tra il “come eravamo” rispetto a “quello che siamo ora” e al “come saremo”. In questo periodo, nel quale il virus ha segnato la vita di tutte e tutti, senza esclusione, abbiamo cercato e ci siamo chieste e chiesti come potrà essere il nostro futuro, come cambieremo la nostra vita, il modo di lavorare e di trascorrere il tempo libero.
Ma soprattutto ci chiediamo come intendere la vita, nel senso dato da Jostein Gaarder nel suo bellissimo saggio per ragazzi (e non solo) Il mondo di Sofia. La domanda base della Filosofia, senza voler scandalizzare nessuno, è la stessa che fanno i bambini, quindi l’umanità ai primordi, al primo passo nel mondo, quando chiedono non solo da dove veniamo ma anche come e cosa ci facciamo su questa terra.
Parlavamo la scorsa settimana della cura, dello sguardo femminile per interpretare la possibile nuova economia nella sua accezione di cura dell’ambiente domestico, così come indicato da Ina Praetorius, non come semplice oggetto di programmazione del profitto, che sottintende uno sguardo maschile, ed indica la sopraffazione e lo sfruttamento delle risorse, comprese quelle umane.
Abbiamo chiesto a noi stesse/i se da questa pandemia le donne e gli uomini, comprese le ragazze e i ragazzi, gli adulti e giovani, sarebbero usciti migliori o se, invece, nulla sarebbe cambiato o addirittura peggiorato a scapito soprattutto dei rapporti umani. Se ci saremmo liberati dai vecchi schemi, ricominciando a vivere, non più nel chiuso di un lockdown essenzialmente protettore dei nostri corpi, e base dell’imposta distanza di sicurezza da tenere durante il tempo delle lunghe file per la spesa (unica azione reputata necessaria), come durante gli incontri con il vicino e la vicina di casa: sul pianerottolo, per le scale o davanti all’ascensore, per strada. Insomma ci siamo fatte/i questa domanda e lo abbiamo chiesto a donne e uomini dello spettacolo, della cultura. Abbiamo risposto, ma chiaramente in modi diversi e anche opposti.
Poi è arrivato il giorno della liberazione di una ragazza che è stata prigioniera di fondamentalisti religiosi e feroci assassini, per diciotto mesi. Questa ragazza ora ha 24 anni e dunque ne aveva quasi due di meno al momento della privazione della sua libertà.
Scrive Valentina Mulà su Noidonne: «
Abbiamo aspettato 18 mesi questo momento, lo abbiamo aspettato con una paura che non avevamo voglia e forza di far trapelare, sapevamo che si può non tornare. Silvia è tornata. Questo conta… quello che sta succedendo nelle ultime ore mi sgomenta, io non ho un’opinione sulla storia di Silvia, mentre tutti/e sembrano averla; credo che la sua storia adesso non ne abbia bisogno. Mi sono svegliata, volente o nolente, al centro di una fiera delle versioni e opinioni collocata nell’italica contrada fase 2: giudicata, psicanalizzata, osannata, biasimata, interpretata, umiliata, denigrata, salvata, giustificata… Ci siamo forse dimenticate/i di accoglierla nel suo ritorno qualunque esso sia e significhi per lei? Non sappiamo nulla della storia di Silvia eppure si è già detto tutto. Quello che sappiamo è che Silvia è partita, ha agito una scelta che è quella di conoscere, partecipare, raggiungere angoli di un mondo iniquo, forse qualcosa le divampava dentro o forse era fiamma lieve». Chi scrive dice di aver fatto, negli stessi 20 anni di età anagrafica, scelte simili, verso altri posti, uguali per crisi di guerra e per disperazione, che spesso un/una giovane vuole conoscere, per aiutare, per farsi una propria opinione del mondo e poi per pensare di aver sbagliato o decidere di continuare.
Questa opinione mi sembra offrire la strada giusta da percorrere, perché è la strada dell’attesa e del rispetto e non quella del giudizio, a tutti i costi. Corrado Augias, dopo aver liquidato come grossolana e rudimentale la reazione di molti sui social, e soprattutto di alcuni politici, ha giustamente detto di volersi fermare di fronte a scelte fatte in condizioni di cattività selvaggia e davanti a cose pertinenti l’intimo di una persona». Mons. Paglia riflette: «Stiamo facendo troppo rumore. Noi per due mesi ci sentiamo frastornati. Pensiamo per 18 mesi come ci si può sentire!»
Quello che invece è importante, e lo sottolineano in tante/i (direi di buona volontà) è che è necessario dare delle regole precise per le onlus e le ong che operano in territori a rischio perché diano sicurezza, almeno per quello che è possibile, a chi opera con loro. Questo mi sembra il punto focale. I fatti di questi giorni aspettano il giudizio delle indagini e dei giudici. Il resto riguarda le persone e la loro intimità.
Per quanto concerne il riscatto, eventualmente pagato, sono personalmente ancora d’accordo con Augias, che lo definisce come un’interpretazione culturale che cambia da popolo a popolo, da nazione a nazione: «Gli Usa non pagano il riscatto, perché lì è forte il principio di sovranità nazionale. Poi è da tenere presente che negli States esiste la pena di morte e in un Paese come il nostro no.  In Italia noi abbiamo profonda la cultura della rieducazione e questo dà un valore culturale diverso della vita umana».
L’odio di ritorno non si è fermato all’episodio della liberazione della ragazza vestita con i segni di una conversione religiosa (ma per l’arrivo di prigionieri liberati maschi non si era fatto così tanto scalpore!). La bagarre dell’odio e della caccia all’invasore, di cui avevamo memoria nel periodo precedente il virus, è continuata con il dibattito sulla regolarizzazione dei braccianti stagionali, che sarebbe giusto estendere anche a tutte e tutti gli altri/e lavoratori e lavoratrici in nero (tanti e tante!). Il richiamo al clima populista da propaganda elettorale anche in questa occasione si è ripresentato. Nonostante il pericolo reale che c’è intorno alla questione. Perché se non si risolve, si fa ancora più forte del passato il rischio di un intervento e di un profitto alto da parte delle mafie e della criminalità organizzata, nonché di un impossibile controllo di eventuali propagazioni del coronavirus.
In questo numero parliamo di Africa. Ne parliamo ricordando una brutta storia, come sono negative tutte le storie di colonialismo. Parliamo dell’Africa, quel continente che ha dato i natali al grande Camus (lo leggiamo in un’intervista degli Incontri impossibili), e ricordiamo un triste episodio che riguarda noi italiani; lì abbiamo avuto colonie costate sangue umano e oggi andiamo, proprio in Kenya, per godere di un mare incontaminato. Scriviamo della distruzione e dell’eccidio, perpetrato nei confronti dei monaci, dai soldati italiani in un antico monastero in Etiopia, con l’aiuto di alcuni gruppi somali.
Parliamo, in questo numero, di ecosistema, altro argomento oggi importantissimo, che sembra obbedire proprio a quella reazione a domino del battito della farfalla in Amazzonia che può scatenare l’uragano o, come in questo caso, la virulenza assassina di questo Covid-19 arrivato fino all’altra parte del pianeta. Alla base c’è un comportamento sbagliato verso un sistema, un ecosistema appunto, che si regge, proprio per il suo intrinseco significato, sull’interazione tra le sue parti.
Troviamo l’eco di quello di cui abbiamo parlato in questo editoriale anche in un altro articolo sulla celebrazione dei 50 anni (era il 20 maggio del 1970) dalla nascita dello Statuto dei lavoratori che ha dato un assetto ancora più democratico all’enunciazione dell’Articolo 1 con il quale prende vita la nostra Costituzione.
Sul tema del lavoro, del lavoro abusato e sfruttato, leggerete un racconto per nulla romantico, come annuncia il titolo. Narra la storia di tante donne anziane di un piccolo paese marchigiano, felici di imbastire coi loro ferri splendidi maglioni di lananel caldo dell’estate, pagati a ciascuna di loro diecimila lire (ma chissà ancora quante e quanti lavoreranno in questo modo oggi, con un compenso in euro). Gli stessi maglioni che, arrivato l’inverno, sono stati visti in bella mostra in una elegante vetrina, griffati, ad un prezzo quasi venti volte più alto di quello iniziale.
Poi le storie delle donne. Cominciando dall’analisi delle dirigenti scolastiche, all’inizio del regno d’Italia praticamente assenti e ora in netta rimonta, sulle quali si svolge la seconda puntata dedicata alla pubblicazione di una Tesi, questa volta proveniente da una laureata all’università di Roma Tre.
Le storie continuano. Quelle belle delle pittrici surrealiste, tra le quali spicca il nome di Frida Kahlo, seppure lei non appartenne solo a questa corrente artistica. Nomi di donne che come tali hanno fatto fatica a entrare nei libri di storia dell’arte.
Affascina il racconto della vita di Maria Pezzi, coerente e intelligentissima giornalista di moda, che della storia degli abiti fece una storia del costume.
Chissà quante mani laboriose avranno confezionato l’abito da sposa dell’impaurita ragazzina figlia della casa reale austriaca, andata sposa al re di Francia e morta ai tempi della Rivoluzione, sotto i colpi di una ghigliottina a Place de la Concorde il 16 ottobre del 1793. Della preparazione alle nozze di Maria Antonietta e Luigi XVI leggerete insieme al racconto di strani presagi.
Una vita per la letteratura e un Nobel perSigrid Undset, scrittrice norvegese alla quale sono stati intitolati un viale a Roma, in Villa Pamphili, e una targa sulla casa della centralissima via Frattina, dove aveva abitato per qualche tempo. Sono stati ingiustamente dimenticati, invece, i romanzi di Romana Pucci che però l’autrice dell’articolo comincia a farci amare, incuriosendoci.
Esempio bello quello della vita di Ernesta Battisti, moglie di Cesare. Battisti non venne riconosciuto mai abbastanza dall’Italia di allora per il suo patriottismo che gli costò la morte con la fucilazione nel Castello del Buonconsiglio di Trento. Ed Ernesta combatté tanto per questo.
Si adatta ai tempi la ricetta di questa settimana che profuma del Sapore della povertà, come detta il titolo. Un po’ di cipolla, qualche altro aroma, patate e quella pasta tipica, che a Roma e dintorni chiamano cannolicchi, possono rendere sazia un’intera famiglia, nutrire, e non certo male, il corpo e regalare alla mente la dolcezza dei ricordi più belli, semmai proprio d’estate, in campagna a casa dei nonni.
Non dimenticando di stare ancora il più possibile negli interni per evitare il Covid-19 auguro come sempre serenità e una
Buona lettura a tutte e a tutti

 

 

Editoriale di Giusi Sammartino

aFQ14hduLaureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

4 commenti

  1. Cara Giusi, ogni volta che ti leggo , alla fine mi esce dalla bocca un “Brava” che tu non senti ma io “sento” forte dentro di me. Brava nella sintesi, brava nell’argomentare.

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    1. Sono parole belle. Un regalo fra fossimo al lavoro fatto.non sai che bene mi fanno e ascolterò il tuo brava come una carezza. Grazie mille Ti abbraccio

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  2. Per la mia giovane età ho imparato, che la gente che nasce quadrata morirà quadrata. Puoi dire quanto vuoi ad una persona che non è giusto fare determinate cose ma le continuerà a fare… Perché per lui è giusto. Ed è la stessa cosa sul giudicare qualsiasi cosa. La gente ha sempre da commentare. Non sa cosa vuol dire “vivere e lascia vivere”

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    1. Con la tua giovane età sei molto matura. Ma non possiamo abbandonare l’idea di un miglioramento del mondo. E soprattutto deve crederci u /una giovane. . Il mondo è ambiato e può cambiare.

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