Il volto (ancora) invisibile della nostra democrazia.
Settembre 1945: per la prima volta nell’Italia liberata, tredici donne varcano la soglia di Montecitorio. Non sono ancora le celebri ventuno Madri Costituenti, ma le Consultrici, le pioniere che parteciparono alla Consulta Nazionale.
L’ottantesimo anniversario del 2 giugno 1946 è l’occasione giusta anche per rievocare l’evento che ha rappresentato il primo caso di effettiva partecipazione femminile alla vita politica italiana e ricostruire il filo rosso della presenza femminile che lega le donne della Resistenza alle 13 consultrici e alle 21 Madri Costituenti nel percorso che dalla fase di transizione monarchico-conservatrice ha portato alla nascita della Repubblica.
A 80 anni dal primo voto politico femminile, di poco successivo a quello amministrativo che portò all’elezione di dodici sindache, questo editoriale vuole sottrarre all’oblio le Consultrici, le 13 donne che rappresentano il “filo rosso” che lega le Partigiane alle Madri Costituenti.
Il 2 giugno 1946 non fu la prima ma la seconda tappa di questo passaggio e bisogna tornare indietro di nove mesi, alla data d’inizio dei lavori della Consulta Nazionale (settembre 1945 – giugno 1946), un organo transitorio non elettivo, istituito per affiancare il Governo nei mesi precedenti l’elezione dell’Assemblea costituente.
La Consulta, definita l’“assemblea della libertà”, fu il primo organo aperto al libero dibattito democratico dopo il fascismo.
La presenza di 13 donne tra i 440 componenti indicati dai partiti comunista, d’azione, democratico cristiano, socialista, e liberale, uniti nel Comitato di Liberazione e dai sindacati, fu il frutto dell’impegno delle associazioni femminili Udi e Cif e dei partiti che vollero dare un segnale di rottura col passato, individuando profili con un forte radicamento nella Resistenza o nel sindacalismo.
Rappresentavano l’avanguardia di un protagonismo femminile nato durante la lotta partigiana.
Si tratta di un pezzo di storia trascurato dagli studi di diritto costituzionale e anche poco evidenziato nella storia del movimento femminile in Italia.
Lo voglio far conoscere riportando stralci di quanto ne ha scritto la Professoressa Maria Antonella Cocchiara (1) in (Non) c’era una volta la Costituzione: dalla legge del 1919 alle consultrici. Primi esperimenti di parità, il contributo che apre la miscellanea Cinquant’anni non sono bastati. Le carriere delle donne a partire dalla sentenza numero 33/1960 della Corte costituzionale, Scienza Express Edizioni.
Invito a leggere il testo integrale di cui riporto alcuni stralci.
«La Seconda guerra mondiale, come in passato, avrebbe riproposto la necessità di un ricorso massiccio alla mano d’opera femminile, con ampia disapplicazione della normativa limitativa e con l’assunzione — spesso come avventizie — di molte donne anche nell’amministrazione statale.
La caduta del fascismo, la guerra partigiana, la fine del conflitto, l’avvento della democrazia e l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana rappresentano tappe fondamentali del tortuoso cammino delle donne italiane verso la parità.
Il percorso non è stato, tuttavia, così lineare come ci si poteva aspettare da un Paese che stava vivendo una profonda discontinuità costituzionale e radicali trasformazioni istituzionali: queste, infatti, non coincidevano con una contestuale e parallela trasformazione sociale e culturale. In particolare, si ripeteva il copione già noto delle pressioni di ex partigiani e combattenti contro le impiegate, mentre la condizione femminile continuava a risentire dei pregiudizi misogini e del pesante lascito di una tradizione che, durante il fascismo, aveva consolidato le sue radici relegando la donna a ruoli e funzioni limitate alla sfera domestica.
Va detto, però, che, dopo la Seconda guerra mondiale e, in particolare, in seguito alla partecipazione attiva delle donne alla Resistenza, alle italiane veniva riconosciuto finalmente il diritto di voto.
A esordire nell’agone politico-istituzionale, ancor prima delle 21 Costituenti, sarebbero state le consultrici, ovvero le 13 donne che, per la prima volta, prendevano posto nell’Aula di Montecitorio quali componenti della Consulta Nazionale (1945-1946). Banco di prova della democrazia parlamentare, la Consulta, se non formalmente rappresentativa, era di sicuro la prima assemblea aperta, dopo la fine del regime, al libero dibattito democratico, così da essere salutata come l’“assemblea della libertà”.
Le Consultrici, nominate dal governo su designazione dei rispettivi partiti e sindacati, erano l’azionista Ada Prospero Marchesini, più nota come Ada Gobetti, subentrata in sostituzione di Bastianina Martini Musu, l’azionista sarda scomparsa il 21 ottobre 1945, a distanza di neanche un mese dalla nomina, le democristiane Laura Bianchini e Angela Maria Guidi Cingolani, le socialiste Clementina Caligaris Velletri, Jole Tagliacozzo Lombardi e Claudia Maffioli, la liberale Virginia Quarello Minoletti e le comuniste Gisella Floreanini della Porta, Ofelia Garoia Antonelli, Teresa Noce Longo, Rina Picolato ed Elettra Pollastrini. Era comunista anche Adele Bei Ciufoli, designata, però, non dal partito ma dalla Cgil.

Il debutto a Montecitorio. Il primo discorso di una donna in un’aula politico-istituzionale di Montecitorio fu pronunciato da Angela Maria Guidi Cingolani, che con fermezza invitò i colleghi a “non considerarci come le rappresentanti del sesso debole e gentile (…) ma pregandovi di valutarci come l’espressione di quella metà del popolo italiano che ha pur qualcosa da dire”. Con sottile sarcasmo, aggiunse: “Non temete la nostra invadenza (…) comunque peggio di quello che nel passato hanno saputo fare gli uomini, noi non potremo mai farlo”.
Nonostante l’impegno profuso anche nella campagna elettorale, solo cinque di loro furono elette il 2 giugno 1946 nella Costituente: Adele Bei, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Laura Bianchini e Angela Maria Guidi.
Nel 1948, nel primo Parlamento repubblicano, si aggiunse anche Gisella Floreanini, eletta al Senato insieme con Adele Bei, mentre le altre quattro approdarono alla Camera. Nella II Legislatura di queste solo quattro tornarono in Parlamento.
La loro carriera politica fu breve. Nonostante il loro attivismo su queste figure è calato per decenni un velo di indifferenza.
Marisa Cinciari Rodano, partigiana, cofondatrice dell’Udi e parlamentare ricorda con amarezza come le «compagne storiche» subirono presto l’emarginazione: «gli uomini se ne liberavano senza problemi», anteponendo logiche di apparato a una democrazia che, per essere compiuta, avrebbe dovuto essere «non solo pluralista, ma anche partecipata e paritaria».
Quel cammino “tortuoso” verso la parità (così lo ha definito Maria Antonella Cocchiara), non è ancora concluso.
Dobbiamo chiederci quanto ancora dovremo attendere perché le logiche di potere cedano il passo a una democrazia davvero pluralista e partecipata.
Ancora quelle stesse logiche verticistiche continuano a penalizzare le donne.
Ancora le donne sono poche nelle Giunte e nei Consigli regionali e comunali.
Per la prima volta l’Italia ha una Presidente del Consiglio ma in Parlamento il trend positivo si è interrotto.
Ancora le donne sono sottoccupate, sottopagate e sottorappresentate.
Ancora non è stata raggiunta l’uguaglianza formale davanti alla legge: nonostante due sentenze della Corte costituzionale abbiano abolito, perché incostituzionale, l’attribuzione del solo cognome paterno, la mancanza di una legge organica di riforma del cognome favorisce il permanere di usanze che ledono la pari dignità e uguaglianza delle madri e non tutelano l’identità personale.
Che fare? A chi spetta attivarsi?
Il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione sancisce: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
È il passaggio dal principio dell’eguaglianza formale del primo comma dell’articolo 3 all’eguaglianza sostanziale, per la quale dobbiamo impegnarci tutte e tutti: senza eguaglianza e senza partecipazione non c’è democrazia e solo la democrazia può assicurare il pieno sviluppo della persona umana e consentire di affrontare le sfide complesse che caratterizzano la società contemporanea.
Senza parità il progetto delle nostre madri rimane un’opera incompiuta.
Concludo con un caso attuale: nelle recenti elezioni amministrative che hanno riguardato circa 900 comuni sono state poche le candidature femminili a sindaco e, di conseguenza, poche le donne elette.
Sono prevalse, salvo poche eccezioni, le logiche di apparato degli uomini e probabilmente queste stesse logiche potrebbero condizionare la nomina delle nuove Giunte.
Come Rete per la Parità – APS e DonneinQuota abbiamo inviato ai sindaci e alle sindache neoeletti la richiesta di nominare Giunte paritarie e di rispettare comunque la norma contenuta nella legge 56 del 2014 (art.1 c.137), secondo cui, nei comuni con più di tremila abitanti, la presenza del sesso meno rappresentato non può essere inferiore al 40%.
Rispetto delle norme di garanzia di genere: una delle tante sfide ancora attuali: il cammino delle donne italiane verso la parità è ancora lungo e “tortuoso”, come lo definì Maria Antonella Cocchiara.
(1) La professoressa Maria Antonella Cocchiara (1951-2016) è stata professoressa ordinaria di Storia delle Istituzioni Politiche presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell’Università degli Studi di Messina, in cui ha anche ricoperto il ruolo di Presidente del Comitato Unico di Garanzia. È stata un’esperta stimata di gender mainstreaming e politiche di genere, coordinando per anni i corsi Donne, Politica e Istituzioni. Le sue numerose pubblicazioni e saggi si sono concentrati principalmente sulla storia della famiglia, sulla condizione femminile e sull’evoluzione storica delle pari opportunità. In sua memoria, l’Ateneo di Messina ha istituito nel tempo specifici premi di laurea per le tesi incentrate sugli studi di genere.
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Dalla memoria delle protagoniste del passato, lo sguardo si allarga ora alle sfide del presente e agli spazi della vita quotidiana.
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Un parco al femminile. L’itinerario a Villa Pamphili. Parte prima esplora un percorso didattico e culturale a Villa Pamphili dedicato a giornaliste, scrittrici e intellettuali che hanno segnato la storia. Attraverso le loro biografie, l’itinerario valorizza il contributo femminile al giornalismo, alla letteratura, al pensiero critico e all’impegno civile.
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Il nuovo appuntamento con la serie “Lupe” mette a confronto due figure emblematiche della Roma monarchica: Tullia Maggiore e Lucrezia, la prima ambiziosa e la seconda simbolo di virtù e onore. Attraverso queste storie emerge il ruolo delle donne nella memoria politica e morale dell’antica Roma.
Colonialismo, il nuovo numero della serie Bibliografia vagante, esplora le molteplici forme del dominio coloniale nei diversi continenti, con particolare attenzione al ruolo delle donne e alle dinamiche di genere, evidenziandone l’impatto duraturo su società, istituzioni e memorie collettive.
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La recensione della settimana è dedicata a Il mondo di Giulia di Maria Teresa Necchi, una raccolta di racconti fantasy che intreccia immaginazione, empatia e profondi valori umani. Attraverso storie ricche di suggestione, il libro invita a riscoprire il senso della comunità, la gentilezza e la fiducia nel cambiamento, dando vita a quello che è stato definito un nuovo genere letterario: La nascita dell’empatia fantasy.
Concludiamo con Scatti urbani. Nizza, che ci porta alla scoperta della città attraverso suggestivi scatti in bianco e nero, e con La cucina armena: un viaggio tra sapori e tradizioni, dove cucina, religione e ospitalità si intrecciano in piatti simbolici, feste popolari e antiche usanze tramandate nel tempo.
Buone letture a tutte e tutti!
Sara Fusco
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Articolo di Rosanna Oliva de Conciliis

Cavaliere di Gran Croce. Nel 2010, dopo le celebrazioni dei cinquant’anni della sentenza n. 33/1960 della Corte costituzionale, provocata da un suo ricorso, che ha aperto alle donne le principali carriere pubbliche, ha fondato la Rete per la Parità – APS, di cui è Presidente onoraria, per arrivare all’uguaglianza formale e sostanziale tra donne e uomini. È autrice di varie pubblicazioni sui diritti civili e sull’ambiente.

Studente dell’Università La Sapienza di Roma, iscritta al corso di studi Letteratura, musica e spettacolo, sono un’amante dei libri e della lettura e un’appassionata di tutto quello che riguarda l’editoria e la scrittura.
