editoriale 112

Editoriale. L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro 

Carissime lettrici e carissimi lettori, 

«Ancora la difesa dei violentatori considera le donne come solo oggetti, con il massimo disprezzo, e vi assicuro, questo è l’ennesimo processo che io faccio, ed è come al solito la solita difesa che io sento. Vi diranno gli imputati, svolgeranno quella che è la difesa che a grandi linee già abbiamo capito. Io mi auguro di riuscire ad avere la forza di sentirli — non sempre ce l’ho, lo confesso — e di non dovermi vergognare, come donna e come avvocato, per la toga che tutti insieme portiamo. Perché la difesa è sacra e inviolabile, è vero. Ma nessuno di noi avvocati — e qui parlo come avvocato — si sognerebbe d’impostare una difesa per rapina così come s’imposta un processo per violenza carnale. Nessuno degli avvocati direbbe nel caso di quattro rapinatori che con la violenza entrano in una gioielleria e portano via le gioie, i beni patrimoniali sicuri da difendere, ebbene, nessun avvocato si sognerebbe di cominciare la difesa dicendo ai rapinatori «Vabbè, dite che però il gioielliere ha un passato poco chiaro, dite che il gioielliere in fondo ha ricettato, ha commesso reati di ricettazione, dite che il gioielliere un po’ è un usuraio, che specula, che guadagna, che evade le tasse». Ecco, nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa soltanto. E allora io mi chiedo, perché se invece che quattro oggetti d’oro, l’oggetto del reato è una donna in carne e ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? E questa è una prassi costante: il processo alla donna, la vera imputata è la donna. E scusatemi la franchezza, se si fa così, è solidarietà maschilista, perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale». 
Era il 1979. L’avvocata dell’arringa era Tina Lagostena Bassi, in uno dei processi per stupro, questo in particolare al Tribunale di Latina. Sono passati più di quaranta anni ma, come si dice, sembra un processo di oggi. Una stupenda e attualissima arringa contro gli stessi avvocati, maschi, suoi colleghi, contro una società che rende la vittima due volte tale e che intimorisce le donne a denunciare un atto così violento e così inequivocabile come è uno stupro. Perché Lagostena Bassi (che ci ha lasciato il 4 marzo del 2008), allora, come farebbe ancora adesso, concluse la sua arringa augurandosi che: «Le donne che hanno il coraggio di rivolgersi alla Giustizia siano sempre di più». Parlò di coraggio perché, ancora adesso, ci vuole coraggio ad esporsi, rischiando di diventare vittima e trovando comunque la forza di affrontare la situazione. 

Oggi vediamo e ascoltiamo un padre, il rappresentante e fondatore di un partito di Governo, mettere in dubbio le parole di una ragazza, deriderne i tempi di denuncia, un padre che si offre “vittima” al posto del figlio, che al di là dell’accusa giustifica l’agire maschile offrendo scusanti di divertimento inaccettabili. Oggi assistiamo a tante di queste giustificazioni anche per altri avvii di processi per stupro, anche per altre terribili inchieste giornalistiche che indagano (altro verbo dal significato preciso e pesante) sulla vita e il comportamento della parte femminile, che dovrebbe essere difesa e protetta, senza implicazioni moralistiche. Dovremmo ricordare, insieme a Tina Lagostena Bassi, che non siamo più da tanto tempo nell’epoca in cui era ritenuto valido la vis grata puellae di ovidiana memoria (ricordato in un articolo uscito su questa rivista a firma della professoressa Priulla). Bisogna che passi questo messaggio. Come ho letto sul post scritto da un’amica a fronte dell’arringa citata: «É’ necessario che si dica ai ragazzi di non stuprare e non alle ragazze come evitare uno stupro», bisogna che se ne parli, come suggerisce la stessa amica, coinvolgendo tutti e tutte, dalla scuola alla famiglia che non deve dare più un’immagine così misera di sé come quella che troppe volte abbiamo visto e rivisto in questi giorni, una tribuna oscena in difesa di «una notte di bravate». 

L’arte aiuta sempre la vita. Dalla notte degli Oscar, che vedremo essere molto al femminile, viene a noi un film interessante che si lega al nostro discorso. Promising Young Woman (Una donna promettente) è il film di Ermerald Fennel, un’attrice e regista britannica, che ha vinto quest’anno l’ambita statuetta per la migliore sceneggiatura originale. Il film racconta la storia di una donna che vendica una sua amica stuprata e non creduta tanto da cadere in depressione e morire. «Seguendo Promising Young Woman — scrive su un quotidiano Chiara Valerio in un commento al film — mi sono resa conto di quanto lo stupro sia una cultura, e come tale vada smantellata… Ma tra spiegare e capire passano pelle, pianto e riso, immedesimazione e fraintendimento. Almeno. Il racconto che Emerald Fennel fa della vita di Cassie (la ragazza, protagonista del film, che cerca vendetta per la sua amica Nina, ndr), mi ha fatto capire la cultura dello stupro, e la necessità di tentare una controcultura. Contro-cultura come tentativo di muoversi in opposizione alla cultura dominante ricostruendo e smantellando le circostanze che l’hanno prodotta: che il corteggiamento presupponga un’insistenza e che l’intensità di questa insistenza sia una valutazione che tocca agli uomini. Tuttavia, in questa vita da vendicatrice morale, educativa, Cassie incontra Ryan, un ex collega di studi diventato chirurgo pediatrico, e se ne innamora… La cultura dello stupro è tale che Ryan non capisce i sentimenti di Cassie, eravamo solo dei ragazzi, continua a ripeterle. La cultura dello stupro è tale che quell’eravamo solo dei ragazzi somiglia, suona, grida e definisce lo stupro come un passo che un uomo può trovarsi a compiere senza essere uno stupratore… Il film finisce dolorosamente, così come a un certo punto chi guarda si immagina, perché non è una donna singola, una singola persona, che può smantellare una cultura e stabilire una controcultura, non nell’arco della sua vita» (La Repubblica 27 aprile 2021). 

L’Oscar quest’anno è stato segnato dalle donne. Un’antidiva in piena regola è Frances McDormand che ha ricevuto, a 63 anni, la terza statuetta della sua vita come migliore attrice per il film Nomadland diretto da un’altra donna, la regista cinese Chloe Zhao che ha trionfato anche aggiudicandosi la statuetta come miglior film e migliore regia. Zhao è la seconda donna della storia, prima di origine asiatica, a vincere l’Oscar per la miglior regia dopo Kathryn Ann Bigelow. «Ho pensato parecchio ultimamente a come si fa ad andare avanti quando le cose si fanno dure. Crescendo in Cina con mio papà imparavo testi cinesi classici, delle poesie, ne ricordo una la cui prima frase dice: «Le persone alla nascita sono intrinsecamente buone». Continuo a crederlo anche oggi. Questo Oscar è per tutti quelli che hanno fede e coraggio a tener fede alla bontà in sé stessi e negli altri nonostante le difficoltà». Muovendosi da questo segno di speranza Zhao ha dedicato il premio “alla resilienza e alla gentilezza” dei nomadi. 
La bravissima Frances McDormand con un intervento sui tempi che viviamo ci ha consigliato: «Guardate il nostro film sullo schermo più grande possibile, e andate a vedere al cinema tutti i film presentati stasera». Poi ha chiuso riconfermandosi l’antidiva che è, facendo il verso all’ululato dei lupi: un omaggio alla natura di Nomadland, «un richiamo alle radici dell’America profonda». 

In questa anomala notte degli Oscar dell’era pandemica un altro avvenimento ha segnato la presenza femminile. Regina King, l’attrice che ha fatto da padrona di casa, dal palco ha voluto intervenire sulla condanna (avvenuta quel giorno stesso) del poliziotto Derek Chauvin per l’omicidio di George Floyd: «È stato un anno duro e ancora ci siamo in mezzo e piangiamo la perdita di tante persone. So che molti cambiano canale se pensano che stiamo predicando, ma se le cose fossero andate diversamente oggi invece che i tacchi alti mi sarei messa gli stivali. Sono la madre di un figlio nero e so con quanta paura dobbiamo combattere e non c’è fama che tenga». 

Veniamo a illustrare gli articoli di questo numero della rivista. Calendaria ci presenta una figura di donna lussemburghese, dalla vita interessantissima, Aline Mayrisch, femminista impegnata, filantropa illuminata e illustre letterata. Per la serie Fantascienza, un genere (femminile). Daniela Piegai incontriamo una scrittrice poliedrica, che fu definita «la donna dalle tre vite». Scopriamo poi una voce bellissima, raccontata in Shirley Horn. La creatività elegante. Continua la narrazione delle opere dedicate alle donne di Raffaello, ma non solo, attraverso la storia dell’amore contrastato trala bellissima Francesca Ordoeaschi, tra Venezia e Roma e Agostino Chigi, potente banchiere e mecenate senese. Molte sono in questa settimana le iniziative toponomastiche che vogliamo ricordare. Nel primo articolo, La città di Torino verso il riequilibrio di genereci congratuliamo per una notizia davvero entusiasmante: la modifica del Regolamento per la Toponomastica della città in ottica di genere, con una norma davvero innovativa che dovrebbe essere copiata da tutte le Amministrazioni, frutto della sensibilità di tante donne e della perseveranza decennale delle persone che si sono impegnate per arrivare a questo grande risultato. A Pistoia una stele ricorda le infermiere della Feb è un articolo dedicato alla Stele posta il 23 aprile nella città toscana per fare memoria del prezioso contributo delle infermiere brasiliane al seguito della Força Expedicionaria Brasileira che contribuì a liberare Pistoia. Da quella miniera che è il libro Le Mille questa volta estrapoliamo Il primato di Gabriela Mistral, prima donna a ricevere il Nobel per la letteratura, che si definiva socialista a modo suo e umanista, poeta errante dalla vita non omologata. Apprendiamo poi che il volo in mongolfiera rappresenta il punto di partenza della storia del volo al femminile nel divertente articolo Signore in mongolfiera. Con L’arte del Kintsugi giapponese impariamo una diversa visione della vita e del mondo, che ci insegna che «ogni storia, anche se infelice, è sorgente di bellezza e le cicatrici sono motivo del proprio valore». Questa lettura sarebbe utilissima per la scuola, per insegnare che il dolore e i fallimenti spesso sono forieri di rinascita e che i fallimenti sono necessari per crescere. La Tesi di questo mese è dedicata al Teatro e disabilità uditiva per promuovere l’inclusione, dimostrando come il teatro e il cinema in chiave pedagogica possano migliorare la qualità della vita delle persone non udenti.

L’incontro mensile Les salonnieres virtuelles questa volta ha toccato i temi dell’economia e della politica con l’accenno al pavimento colloso per le donne nel mondo della finanza e non solo. Non sprechiamo questa crisi, l’utile manuale di Mariana Mazzucato da usare a scuola è invece il primo di una serie di articoli per parlare a scuola di crisi e dei diversi modi di affrontarla. Leggendolo ci accorgiamo che l’economia può essere raccontata ai ragazzi e alle ragazze e che uno sguardo al femminile è utile per capirla meglio, fuori dai soliti schemi, troppo spesso al maschile. Con Un quadrimestre con Tf facciamo il punto delle numerose iniziative della nostra associazione in questo 2021. Chiudiamo, come sempre, con una nota gustosa: la ricetta delle Scaloppine alle nocciole, un piatto semplice e insolito, che piacerà anche a bambini e bambine. 

Intanto, il 24 aprile, ci ha lasciata un’altra grande donna con una voce meravigliosa prestata a nomi di altissima arte: Brecht, Berio, Calvino, Piazzolla, Strehler e il suo Piccolo Teatro, Battiato, Jannacci. Di Milva, che in realtà si chiamava Maria Ilva Biolcati, si è detto molto. Noi la vogliamo ricordare qui soprattutto per il suo legame con la poesia di Bertolt Brecht, cantato da Milva in più occasioni proprio al Piccolo Teatro di (e con) Giorgio Strehler. Ho scelto, per nostalgie ed un amore personale, a chiusura di questo numero, la brechtiana Canzone per la Moldava, la Vltava in cèco, il fiume di Praga, ispirata a un poema sinfonico di Smetana del 1874 e scritta da Bertolt Brecht tra il 1941 e 1l 1944 all’interno di Svejk nella Seconda guerra mondiale (Schweyk im zweiten Weltkrieg). La poesia, e la canzone, hanno una forte valenza antibellica, antinazista e rivoluzionaria con la radiante speranza “del tempo che va”. 

Canzone per la Moldava 

In fondo alla Moldava vanno le pietre 
Sepolti a Praga riposan tre re 
A questo mondo niente rimane uguale 
La notte più lunga eterna non è 

Si mutano i tempi, l’inutile lotta 
Di galli violenti futuro non ha 
I folli progetti di tutti i potenti 
Si oppongono invano al tempo che va 

In fondo alla Moldava vanno le pietre 
Sepolti a Praga riposan tre re 
A questo mondo niente rimane uguale 
La notte più lunga eterna non è. 

https://www.youtube.com/watch?v=ntw_WCU-9tU (Piccolo Teatro, Strehler) 

Vi aggiungo il link di Alexanderplatz perché è tra le canzoni più note cantate da Milva e scritta per lei da Franco Battiato, prima con un altro titolo: Valery (incisa dal coautore Alfredo Cohen) dedicata a un transessuale bolognese protagonista delle prime lotte per il movimento LGBT. Nel 1982 Battiato lo riscrisse per Milva, che la cantò in più lingue. Memorabile l’esibizione del 1990 di fronte al Muro di Berlino. 

Buona Festa del Primo Maggio a tutte e tutti noi! Che il Lavoro ci dia la vita! 

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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